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IL CREMLINO NERO DI ANDREA TARABBIA – IL

11896040_10207508581577238_6450497653055747196_nUcraina, fine anni settanta, alla viglia di Natale il corpo di una bambina viene ritrovato in un fiume. L’assassinio è attribuito a un balordo, mentre è il primo di una serie di circa cinquantasei violentissimi omicidi – torture, mutilazioni, cannibalismo – perpetrati di lì a trent’anni da Andrej Čikatilo, passato ingloriosamente alla storia come il “mostro di Rostov” o al massimo con la definizione, tanto efficace quanto grossolana, di un vecchio thriller uscito decenni fa, dal titolo “il comunista che mangiava i bambini”.

Il nuovo romanzo di Andrea Tarabbia, però, non è la ricostruzione giornalistica delle gesta di uno tra i più efferati assassini mai esistiti, così come il precedente (Il demone a Beslan) non era solo la ricostruzione dell’assedio alla scuola cecena. Tarabbia si avvicina a un fatto attirato da un richiamo morale e per nulla retorico (dimenticate le candele accese sui balconi), e lo usa per indagare – senza alcunché di morboso, miracolo – il Male nella e della Storia attraverso la scrittura, in una tradizione che va dai Demoni di Dostoevskij fino a Carrère o Vollman.

(Continua a leggere sul sito del Sole24Ore.)

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Lost in Fiction

tumblr_lghfldpCtf1qamdvqo1_500(Qualche tempo fa ho letto questo pezzo di Vincenzo Latronico che mi ha ricordato questo pezzo di Andrea Tarabbia che mi ha ricordato di un mio pezzo di qualche tempo fa che ripubblico qua di seguito, intorno a fiction e identità.)

Dunque, ricapitoliamo. La trama, prima di tutto. Jim, amico di Ralph, racconta le loro vicende nella California degli anni ’70. Sono due scrittori, e quindi bevono molto, fumano di più, tradiscono la moglie, si tradiscono a vicenda, per poi riappacificarsi e tradirsi di nuovo. Insegnano (più o meno) scrittura creativa e tra una sbronza e l’altra, dopo la solita scopata occasionale nel solito motel, trovano il tempo anche per scrivere, o per vivere quello che scriveranno in futuro. Che poi è la stessa cosa. O no?

Riproviamo. Ralph non è solo Ralph Crawford ma è anche e soprattutto il grande Raymond Carver, amico fraterno di Chuck Kinder, il quale è naturalmente Jim, ovvero l’autore di Lune di miele. Precauzioni per l’uso (Fazi Editore). E non è finita qui. Kinder è stato anche insegnante di scrittura creativa del giovane Michael Chabon, il quale ne ha fatto il protagonista, con lo pseudonimo di Grady Tripp, del suo Wonder Boys (Rizzoli). Nel film di Curtis Hanson tratto dal libro a interpretarlo era un irriconoscibile Michael Douglas. Offuscato dalle droghe e agghindato con una cenciosa vestaglietta rosa, faceva la parte di un professore universitario in crisi, alle prese da quasi vent’anni con un libro mastodontico. Quel libro, quel dattiloscritto sparpagliato sul pavimento sporco della sua stanza, è Lune di miele, che nel 2001, dopo più di vent’anni di faticosa gestazione, ha finalmente visto la luce. Leggendolo, si ha la bizzarra sensazione di avere assistito alla sua stesura grazie alla cortese partecipazione di Hollywood. Oppure di osservare un quadro di Gauguin che raffiguri Van Gogh mentre dipinge Gauguin.

Eppure irritarsi per tutti questi echi sarebbe sbagliato. Perché, pur approfittandone dal punto di vista promozionale, Lune di miele si addentra felicemente nel territorio misterioso della scrittura. Tutti i personaggi di Kinder sono ossessionati dalla doppia vita che rischiano di avere. Non solo chi scrive, che vivendo per scrivere si guarda bene dallo scindere le due cose. Ma anche chi non lo fa, come la moglie di Ralph-Raymond Carver che arringa il giudice del processo per una piccola truffa ad opera del marito, avvertendolo che anche lui ben presto non sarà altro che il personaggio di un racconto (e che alla fine lo è diventato, ma non di un libro di Carver). Realtà e fantasia, fiction e nonfiction si inseguono mordendosi la coda, creando un ambiguo pasticcio alimentato casualmente dal successo del libro di Chabon e dal film. E soprattutto spalancando un abisso vertiginoso sui paradossi dell’autobiografismo.

Perché è vero che Lune di miele può essere letto semplicemente come una scatenata, commovente elegia sull’immaturità cronica di due amici scrittori, senza nulla togliere al valore del libro. Ma è anche vero che è lo stesso Kinder a invitarci nel labirinto delle identità e immortalità future: “Improvvisamente Jim si chiese chi fosse il vero testimone degli eventi che si stavano verificando nelle loro vite, lui oppure Ralph, e quale dei due ne avrebbe portato il significato nella memoria. Per la primissima volta dall’inizio della loro amicizia Jim ebbe un’improvvisa paura di essersi perso, di essere rimasto sommerso, per così dire, nella memoria o nell’immaginazione di Ralph, oppure, cosa ben peggiore, nella sua fama futura”. La morale della favola? Diventate pure amici di uno scrittore. Ma solo se scrivete anche voi.

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“Un’opera malincomica.” Andrea Tarabbia, L’indice dei libri del mese

Otto anni separano la pubblicazione di L’unico scrittore buono è quello morto dalla precedente fatica narrativa di Marco Rossari: Invano veritas, anch’esso uscito per e/o, è infatti del 2004. Nel mezzo, Rossari ha messo in circolazione per i tipi di Fernandel le “canzoni sconce e malinconiche” di L’amore in bocca (2007) per poi inanellare una sequenza impressionante – per numero e qualità – di traduzioni dall’inglese e dall’americano: ma niente narrativa. Otto anni, per uno scrittore che non ne ha ancora quaranta, sono una piccola eternità: questo intervallo, che Rossari ha vissuto muovendosi nei meandri del mondo editoriale e scrivendo, è servito per elaborare un’opera ibrida, divertente, piena di illuminazioni e paradossi e pervasa da un tono, come forse direbbe l’autore, malincomico.

Ne viene che L’unico scrittore buono è quello morto è un libro di difficile catalogazione: è all’apparenza una raccolta di racconti, ognuno dedicato a uno scrittore o una tappa delle filiera editoriale (lo scrittore che scrive, l’editor, il traduttore, il critico, il rapporto con i lettori – nel caso specifico una lettrice/groupie –, lo scrittore che cerca disperatamente di farsi pubblicare e così via); ogni pezzo è legato a tutti gli altri dal tema generale della scrittura e, strutturalmente, da una serie di aforismi, brevi prose fulminanti, intuizioni comiche, definizioni delle varie tipologie e dei vari tic di chi lavora con la penna che sono un ponte tra un racconto e l’altro e funzionano come ulteriori declinazioni del discorso. Tutto questo fa del libro qualcosa di più di una semplice raccolta: si tratta infatti di una sorta di compendio del mondo della letteratura e dell’editoria e, al tempo stesso e in filigrana, di un’opera di autofiction dove l’autore, benché non nomini mai se stesso, mette a nudo il proprio percorso artistico, rivela quali sono i propri padri e, in ultima analisi, racconta gli otto anni in cui è stato in silenzio.

(Continua a leggere sul blog di Andrea Tarabbia.)

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L’adorazione

È uscito il nono numero del giornale di sconfinamento “Il Primo Amore”.

Ci sono saggi di Andrea Amerio su Primo Levi, di Teo Lorini su Alan Moore, di Andrea Tarabbia su Andrej Platonov, di Sergio Baratto su Boris Grebenscikov, le “17 preghierine per una nuova vita” di Antonio Moresco (con i dipinti di Giuliano Della Casa), una serie di straordinarie fotografie risorgimentali e molto, molto altro.

Io partecipo con un saggio in forma di lettera a Giovanni Testori e una poesia, che si può leggere anche qui.

Qui una pagina di presentazione sul sito.

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