Chi non ha casa

Steichen_flatiron(Mi sono reso conto che ho un mucchio di vecchi racconti sepolti nel computer e che l’umanità non sopravviverà se non li posto qui. Lo farò a cadenza mensile o bimestrale o quando cazzarola mi pare. Questo è stato scritto una decina d’anni fa e venne pubblicato dalla rivista “Ore piccole” – una piccola rivista, ovviamente – grazie a Gabriele Dadati. Parla di amore e lutti e mostri, a New York.)

Dopo tutto quel tempo, una mail del Mostro. Arrogante, come sempre. Non le chiede come sta, non usa parole gentili e non chiede permesso. Dice che ha trovato un volo a trecento euro per lunedì: un’occasione. Resta una settimana a New York e cerca casa, un letto dove dormire.

Da quanto non lo sente?

Si erano scambiati un paio di mail più di un anno prima. Lui le aveva scritto per dirle che era uscito un suo libro. Si ricorderà ancora di quell’ambizioso romanzo che ho abbandonato?, si era chiesta infastidita. Mi vuole fare ingelosire? Il progetto in tre parti su tre vicende diverse che accadono in uno stesso luogo, vagamente ispirato a un frammento del diario di Virginia Woolf, che poi aveva trovato quasi identico nel libro di uno scrittore americano (quasi: se non altro quel tizio l’aveva scritto, il romanzo). Certo, lei aveva trovato lavoro in un’importante casa editrice americana, roba che il Mostro si sarebbe sognato. Però.

Gli aveva fatto i complimenti a denti stretti e aveva cercato in rete questo fantomatico romanzo. Non ce n’era traccia. Che si fosse inventato tutto? In quel momento aveva telefonato Jan.

“Secondo te mi sta prendendo in giro?”

“Può essere. Non è quello che dice un sacco di minchiate?”

“Sì, è lui.”

“E allora sarà una minchiata.”

Le piace ancora pensare a come Jan diceva le parolacce. Parlava bene italiano, ma sceglieva sempre le stesse.

“Quel ragazzo parla troppo,” aveva continuato Jan.

“Perché?”

“Troppe parole, nessuna parola. In montagna è così. Io e Giovanni non abbiamo bisogno di tutte quelle minchiate.”

Giovanni era il compagno di scalata di Jan. Nessuno dei due scriveva, le viene da pensare. Mangiavano gallette e formaggio, se ne stavano zitti. Noi lavoriamo con le parole e non sappiamo più cosa vuol dire sceglierne una, solo una, per dire qualcosa.

 

Poi aveva scoperto che la casa editrice era così piccola da non avere un sito.

“È una casa editrice seria, non quelle porcate che propongono approfondimenti in rete,” si era giustificato il Mostro.

Naturalmente lei aveva appena curato una sezione sulla guerra civile americana per il web, con tanto di ricostruzione grafica della battaglia di Gettysburg. Lo sapeva o era solo una gaffe?

Insomma, quel romanzo esisteva.

Ma in quel momento lei sapeva fregarsene. Con Jan era felice. Si vedevano poco, tra Milano e New York, ma avevano fatto progetti. E lui era un croato di poche parole, alto uno e novanta, che invece della frenesia del basket aveva scelto la calma dell’alpinismo.

Lui sapeva aspettarla.

 

Adesso, dopo tutto questo tempo, il Mostro si rifà vivo. Vuole stare da lei una settimana. Dorme anche per terra, “se la signora non ha paura che sporchi”. Si porta dietro un amico, per di più. Sa qualcosa di quello che è successo? Con lui è impossibile capirlo. Sarebbe ugualmente sfrontato, in spregio ai buoni sentimenti. Guarda la mail tremolare sul suo schermo e non sa come interpretare quel garbuglio di parole.

“Voglio respirare l’aria di quella cittadina di provincia che è Manhattan oggi. Bella mazzata, eh? Allora, c’eri? Hai visto qualche stella cadente umana sfrecciare per l’azzurro settembrino? Hai espresso un desiderio? Hai sentito l’allah akbar di quei poveretti alla cloche? Hai donato il sangue? Hai acceso le candeline per strada? Le hai spente con un soffio? È vero che nei giorni dopo si rimorchiava di più perché c’era questo bisogno di affetto? Mi sa che sono in ritardo. Arrivo il 7 febbraio. Dai, non fare la stronza. Prepara una lista di locali, dove tirare su qualche zoccolone. Niente robe alla Dorothy Parker, niente tour in macdougal con bobbidilan, niente chelsea hotel (odio le pulci, e Sid Vicious era uno sfigato). Portoricani, asiatici, disco, funk, bistrot: non me ne frega un cazzo. Basta che ci sia figa.”

Uno sproloquio. Con sberleffo finale.

“PS Va bene, dai: ci passiamo un pomeriggio piovoso al Metropolitan, beviamo un martini all’Algonquin e in taxi magari ti tengo la mano. O la testa, se devi vomitare.

PPS Guarda che adesso cambio mail e qui non leggerò più. Considero il tuo silenzio un assenso, ho già chiesto il numero di telefono dell’ufficio a tua cugina (l’ho incontrata in un bar, non mi ricordavo che pomiciasse così bene). Ti chiamo dall’aeroporto.”

Alla fine risponde lo stesso. Gli dice che va bene. Lei starà al lavoro fino a tardi e lascerà le chiavi in portineria.

 

Quel giorno di febbraio fa davvero freddo. Lei si ferma alla finestra dell’ufficio e guarda lungo Broadway. È tutto così scuro che le tornano in mente quei momenti. Quando è successo l’hanno chiamata al telefono. Era scesa a prendere qualcosa da mangiare per fare la serata in ufficio. Stava passando accanto all’adorato Flatiron, vicino al quale aveva trovato lavoro: quella forma così snella e moderna, così elegante e slanciata. Una delle tante vertigini di New York. Il cellulare che squilla. Il traffico intorno, il sacchetto di carta con una zuppa calda e un po’ di focaccia, il pensiero a quel libro controverso su Pearl Harbor che non sa se proporre alla casa editrice.

La voce della sorella di Giovanni.

“È successo…”

Non sentiva nemmeno la voce. Sapeva che dietro la sorella di Giovanni, c’era Giovanni. E che dietro Giovanni, c’era Jan. Siamo tutti quanti in parete. Non cerchiamo di reggerci a vicenda?

Ma dietro Giovanni non c’era più nessuno.

 

Quando il Mostro la chiama dall’aeroporto, non riesce a non sorridere. Le manca il suo paese, inutile girarci intorno. E con il suo paese, la sua città. Anche se non si è mai sentita a casa. Così piccola, così provinciale. Sempre le stesse facce. Si ricorda un breve viaggio che hanno fatto insieme. Vienna. Lui dormiva nel parco, per dimostrare chissà cosa. E Budapest. Poi lei se n’era andata. In stazione l’aveva abbracciata in modo strano, troppo stretto. Tutto quel furore, tutta quella scorza per poi sciogliersi così davanti a un treno? Eppure le aveva fatto piacere. Qualche mese dopo si erano anche baciati, in una serata ubriaca come tante. Forse prima erano andati a vedere Dylan in concerto, una vecchia passione comune. Cos’erano passati, dieci anni? Si erano incontrati qualche tempo dopo, prima che lei partisse per New York. Quella sera era stranamente tranquillo, ogni bicchiere lo rendeva più placido, come se fosse una serata di tregua, prima di ricaricarsi e partire più feroce di prima. Gli aveva detto che voleva andarsene. I genitori avevano girato il mondo per lavoro e lei era fatta della stessa pasta. Si era sempre sentita apolide. Quella città le stava stretta. Si erano scambiati due segreti. Lui le aveva raccontato che                   . E lei gli aveva rivelato che                 . Si era sentita bene a confessarlo per la prima volta e lui non l’aveva guardata in modo morboso. Per una volta, aveva pensato lei, sta usando la sua intelligenza per capire gli altri e non per attaccarli. Si erano addirittura scambiati il numero di telefono. Ma lui era subito tornato quello di sempre e, dopo un paio di telefonate notturne, lei aveva smesso di rispondere.

Però quella sera era stato bello vuotare il sacco. A Jan quel segreto non l’aveva mai raccontato.

 

“Sta cominciando a nevicare, siamo atterrati per un pelo.”

“Che fai?”

“Prendo un taxi.”

“Allora non sei così al verde.”

“No, abbiamo tirato su tre ragazze con cui dividiamo la spesa. Dove vado?”

“Canal Street, 1218. Ho lasciato le chiavi al portiere.”

“Ok, tu che fai?”

“Lavoro fino alle nove, poi devo vedere un film alla cineteca tedesca. Voi fate quello che vi pare. Uno può dormire sul divano, ma l’altro deve stare per terra. Mi dispiace, non c’è tanto spazio. Andate pure a letto se siete stanchi.”

“Ma figurati, ti aspettiamo. Salutami Fassbinder.”

“Guarda che è un film nuovo con Bruno Ganz.”

“Dimmi almeno che ci sono i sottotitoli.”

“Per forza…”

“Avresti bisogno dei sottotitoli anche nei libri, così ti spiegano cosa sta succedendo. Ecco perché ti piacciono i libri di saggistica. O quelli di David Foster Wallace. Perché ci sono le note.”

“Non stavi prendendo un taxi al volo?”

“Sì, ma la tessera è di una di quelle ragazze e allora…”

“Dai, metti giù.”

“Ciao.”

 

New York è una città dove si cammina molto, ecco cosa le avevano detto tutti. E allora lei avrebbe camminato. Faceva freddo anche allora. In uno di quei giri sconsolati, come tante altre volte, era entrata in un museo. A volte ci passava quattro ore, altre solo dieci minuti. L’arte le sembrava intollerabilmente lontana. Una superficie piatta su cui qualcuno ha tracciato segni arbitrari. Ma una volta in un angolino aveva trovato una vecchia fotografia d’inizio Novecento. Edward Steichen, mai sentito. Il Flatiron avvolto dalla bruma, le poche luci di New York, una figura con cilindro e pastrano che cammina sull’asfalto bagnato, i rami nodosi degli alberi che sembrano usciti da una stampa giapponese. Il palazzo ricordava la prua di una nave che entra nel porto delle nebbie. Le sembrava impossibile che fosse una fotografia: aveva qualcosa di troppo perfetto. Più tardi aveva cercato informazioni in rete ed era stata contenta di scoprire che a Steichen piaceva intervenire sulla stampa con delle velature di pigmento, per rendere l’immagine più evocativa. Questa è la storia dell’arte, aveva pensato lei, così come della scrittura: usare velature di pigmento per evocare qualcosa. La malinconia, in questo caso. Il dolore. O forse era solo la sua di storia. Era lei che aveva perso l’amore della sua vita in un crepaccio d’alta montagna e ora si crogiolava dentro un’immagine crepuscolare e livida. Lei non taglierà mai la tela, lei non ci rovescerà sopra i colori, lei non si taglierà mai i polsi. Lei proverà a usare le velature di pigmento e non ci riuscirà comunque. Non scriverà mai quel benedetto romanzo.

Aveva stampato l’immagine, perché al museo non avevano una cartolina o un segnalibro. E così ora osservava quella sagoma scura tutti i giorni e tutti i giorni pensava: quell’uomo sono io.

 

Esce dal cinema che nevica abbondantemente, una vera e propria tempesta. I fiocchi si stagliano contro i grattacieli come piccole stelle in movimento. Sulle strade ci saranno già venti centimetri. Si gela, ma è bellissimo. Il Mostro ha tutte le fortune, pensa lei. Forse proprio perché non gli importa niente di averle.

Quando arriva a casa i due ospiti sono sdraiati per terra che sonnecchiano. Appena si svegliano, il Mostro la assale con uno dei suoi abbracci: non si capisce mai quanto di affetto e quanto di rabbia. L’altro se ne sta sulle sue.

“Allora, com’era il film? Bella casa, tra l’altro. Oh, il portiere non voleva farci salire, ci avrà presi per due albanesi. Che colpo di culo, eh, la nevicata? Siamo saliti sul tetto, pardon sul roof, a vedere il palazzone della piazza accanto, che piazza c’è accanto? Uno spettacolo. Tu come stai? Noi a pezzi. Siamo scesi a farci un hamburger e una birra, ma caschiamo dal sonno…”

Eccetera, eccetera: ecco come si potrebbero riassumere tutte le tirate del Mostro. Eccetera Homo. Così semplice.

 

Proprio tutte le fortune: il giorno dopo c’è un sole abbacinante. Il cielo è cristallino e New York ha almeno mezzo metro di neve. Nemmeno lei l’ha mai vista così. Riesce a sgattaiolare fuori di casa senza svegliarli e andare in ufficio a piedi, invece di prendere la metropolitana. Ogni albero, ogni idrante, ogni macchina riflette i raggi del sole, comunicandole un buonumore che nemmeno la presenza degli ospiti riesce a scalfire. Eccole, pensa, le mille luci di New York. Il Mostro crede che si viva di notte, e invece la vita è fatta per il giorno, per giorni come questi. Jan questo luccichio lo conosceva bene. Guarda la spaccatura di Brooklyn tagliare la città come un crepaccio e ricorda i giorni dopo la sua morte, quando anche lei, insieme a tutti gli altri, si sentiva in fondo a una gola senza via di uscita.

 

“È davvero un villaggio. Ci si sente a casa. Orientarsi è uno scherzo, con il fatto dei numeri. E poi prendi come riferimento i grattacieli e sai benissimo dove andare. Forse adesso un po’ meno, con le Torri era più facile. Nord, l’Empire. Sud, il World Trade Center. Si sente che è un’isola, c’è tutta quest’aria che gira, quest’acqua intorno che comprime, ecco a cosa si deve la frenesia, l’urgenza, il lavoro, tutte quelle stronzate. È un posto piccolo e quindi ti dai fare. Hanno fatto in modo di non farti più vedere il mare, eliminando il lato contemplativo, per così dire, e voi vi rimboccate le maniche, perché siete dei bravi bambini.”

Sa bene che non deve fare l’errore di uscire con il Mostro. Si incrociano ogni tanto. Lei ha sempre un impegno in giro, ma da casa deve pur passare. Loro di notte escono a bere e di giorno vagano per la città come due zombi. A sera si ricaricano con una breve sosta sul divano. Fanno di tutto: i locali fighetti (“Il buttafuori era italiano e ci ha fatti entrare gratis”), quelli che frequentano solo certi europei (lei ha commesso l’errore di chiamarli “eurotrash” e lui le ha dato della snob), quelli portoricani (“Il Nuyorican? C’è di meglio”), quelli malfamati (“Invece mi sembravano tutti dei gran bravi ragazzi”). Il Mostro non si ferma davanti a niente: “Mi è toccato fare le choses nel bagno del locale. Capirai: ci hai dato solo il divanetto”.

Eccetera, eccetera.

 

Poi un giorno li vede. Ci sono degli operai che lavorano nell’ufficio accanto e concentrarsi con tutto quel chiasso è impossibile. Così scende in cafeteria a finire di leggere un bel saggio su Thomas Jefferson che non sa se pubblicare. Le sono sempre piaciuti questi localini silenziosi, dove puoi stare seduta per ore, senza che nessuno ti dica niente. All’inizio, prima di arenarsi, era qua che veniva a scrivere.

A un tratto alza gli occhi dal saggio e li vede camminare. Il Mostro parla, concitato. L’altro tiene la testa china. È un tipo chiuso, ma si vede che tiene in scarsa considerazione quello che dice il Mostro. All’improvviso prova tenerezza. Quante parole che ha dentro quel ragazzo! In fondo ha solo voglia di tirarle fuori. Non è anche questo volere bene: parlare? E chissà se l’amico lo ascolta. Chissà se lo ascolta mai qualcuno. Lei il suo romanzo non l’ha letto e gliel’ha detto in faccia, con noncuranza. Tanto in casa avrebbe notato comunque che era intonso. Il Mostro non ha fatto una piega. Lei ha notato che l’amico faceva un sorriso meschino e si è un po’ vergognata. Il libro comprato e non letto, come se fosse elemosina. La piccola invidia del successo minimo. Tutte cose che non le appartengono.

Il Mostro sarà anche egocentrico, ma è vero, di questo bisogna dargliene atto. Eccolo lì che parla con un amico come se fosse la persona più importante del mondo. Sono emaciati, per il freddo e la bisboccia. Com’è strano incontrare qualcuno per caso. Lei butta giù un sorso di caffè e decide di invitarli a una festa.

 

“C’è che mi annoio. Mi annoia questo locale, mi annoia questa festa, mi annoia questo divano, mi annoi tu, mi annoia casa tua. L’Absolut ghiacciata in freezer, un cd per ogni occasione. Frank Sinatra per qualche serata con gli amici. Amália Rodrigues per il ragazzo che sale a bere l’ultimo. Un bootleg di Jeff Buckley che non ha nessuno. Un vecchio giradischi per Glenn Gould. Beethoven. Billie Holiday. Qualche 33 rigato di Bob Dylan. Le opere complete di Cummings, intonse. Tutta Jane Austen. La stampa del Flatiron di notte. La foto di Virgina Woolf sul piccolo scrittoio con la candela gialla e un taccuino. Perché non lo sigli? Lo scrittoio de’ liberi pensieri sicome compilati dall’illustre Francesca Pratesi: sembra già il sottotitolo di un in folio settecentesco. Tutto così polveroso. Anzi, pulito. Perché la tua è una polvere finta, è un effetto speciale. La depositi sulle cose con uno spruzzino? Quella delle Torri, quella sì che era polvere vera. Per inciso: la mia ambizione nella vita è strozzare chi ascolta Nina Simone. Una paperetta simpatica sul lavandino. Un foglietto con i versicoli di Ungaretti scritti a macchina appiccicato al vetro: l’esca per la domanda di rito formulata dall’ospite giusto: ‘Cos’è, un poeta italiano?’ La televisione in un angolo, in castigo. Enorme, ovvio, perché te l’ha regalata papà. L’ho accesa: non hai nemmeno sintonizzato i canali. I libri di Clarice Lispector. Qualcosa di Elizabeth Bishop. Il cartoncino appeso alla doccia con disegnati i pesci delle Maldive. È come se tu dicessi all’ospite: ‘Capisci, qui c’è l’acqua’. Grazie tante. E poi: io so arredare la mia casina piccina picciò con gusto. Poca roba in frigo, ma abbastanza per improvvisare qualcosa. I dattiloscritti sul tavolo. Sette, otto, nove, quanti cazzo sono, non li ho contati. Puttanate di divulgazione storica, quello che tu chiami lavoro. ‘Sto lavorando come una pazza’ mi hai scritto. E la sera non ti ho visto toccare una volta dico una quei tomi. Arredano, di’ la verità. Stanno così bene lì appoggiati… Blocchi di fogli bianchi: sembra il titolo di un banale scrittore di Williamsburg. Ed è per questo che mi dicevi che non sapevi se potevi uscire? Bella roba. Però il tempo per andare alla Carnegie Hall a sentire Bach lo riesci a trovare. E anche per andare a lezione di flamenco. Ah, già. Dimenticavo, quella è cultura. Ma che cazzo ne sai tu della cultura? Hai tradotto un libro di storia, capirai. E non sei riuscita a trattenerti: hai appeso tutte le recensioni del libro sulla parete di entrata. E la copertina aperta, con i risvolti. E il frontespizio, con il tuo nome. Tradotto da. Era così importante? Ho visto l’edizione americana di Montale che hai sullo scaffale, tutta sottolineata. Forse non ti sei resa conto che quel tizio traduce ‘il male di vivere’ con ‘what’s wrong with life’. Bella roba. E tu sottolinei! La tua casa è senza vita. Vivi a New York come ci si aspetta che viva a New York una come te, una come tutti.”

L’errore clamoroso: lasciarsi prendere dalla tenerezza, proiettare sul Mostro chissà quali fantasie e farlo partecipare.

Li ha invitati in questo locale alla festicciola per il compleanno di un’agente. Si è anche lasciata sfuggire un incoraggiamento (“Parla con lei, dovresti venderti un po’”) che il Mostro, nel suo patetico terrore di farcela, ha accolto con uno sbuffo spazientito. Poi, una volta dentro, lui e l’amico hanno cominciato a darci dentro al bancone, tanto pagava la festeggiata. Lei non ha avuto il coraggio di dire niente. Alla sua amica agente ha raccontato la frottola paradossale che deve scusarlo perché ha qualche problemino con l’alcol, ma è un bravissimo scrittore. L’amica, troppo mondana per alterarsi, l’ha liquidato con una battuta: “Didn’t they tell him that drinking and writing is dangerous?

Poi però l’amico ha trovato una ragazza con cui parlare e il Mostro si è placato, affondando su un divanetto del locale. Lei è andata da lui. Aveva un’aria mesta, sembrava che tutto quell’alcol all’improvviso fosse sceso sul fondo come zucchero in un bicchiere senza cucchiaio, lasciandolo ancora limpido.

“Triste?”

“E perché?”

“Il tuo amico ha rimorchiato…” ha sorriso lei.

“Rimorchiare a una festa simile è un’onta.”

“E allora che c’è?”

Poi quello sproloquio, che la lascia senza parole.

“Ma cosa vuoi da me?”

“Una reazione, cazzo. Sembri mummificata.”

Lei ammutolisce. Si alza e torna dagli altri amici. Tornando a casa a piedi, non dice una parola. Anche i due non parlano, fa troppo freddo e l’amico, dopo il rimorchio, si è trincerato dietro al silenzio. Il Mostro, a mezza bocca, canticchia lungo il tragitto Tangled Up in Blue.

 

Il giorno dopo lei si alza all’alba. È un’altra bella giornata di sole e questo la riempie di tristezza. Sente quel tepore entrare dalla finestra e scaldarle la pelle come un corpo assente. Fa la doccia e vede l’innocente cartellino con i pesci delle Maldive. Ha ragione lui, pensa. È tutto così fasullo. Sì, phoney, come dice a ogni piè sospinto il caro vecchio odioso Holden Caulfield. Le viene da piangere, poi ripensa all’unico uomo che ha portato in quella casa dopo Jan: è entrato nella doccia, ha sfiorato il cartellino dicendo che lo trovava divertente e a lei ha dato fastidio.

Esce a fare due passi nel parco.

Cosa c’è che non va in quella casa? Cosa c’è con va in lei? Cosa c’è che non va nella vita? What’s wrong with everything. Il male di tutto.

 

A sera rincasa e trova l’amico del Mostro sotto le coperte nel suo letto.

“Scusa, il divano era così scomodo…” È imbarazzato, tira su col naso, si alza. “Non sto bene e allora…”

Lei ridacchia. “Fa niente, che hai?”

“Un febbrone, mi sa. Non abbiamo trovato il termometro.”

“Adesso te lo prendo.”

A quanto pare il Mostro è uscito a prendergli un iPod che doveva portare alla sua ragazza.

“Hai trentanove di febbre. Resta pure a letto, domani avete l’aereo.”

“Grazie,” borbotta lui.

Mezz’ora dopo torna il Mostro. Lei è seduta sul divano che guarda la televisione.

“Ciao. Trovato l’iPod?”

“Sì, l’ho recuperato da un cinese. Così stasera io e te andiamo fuori a cena.”

L’amico si affaccia dalla camera. “Stai scherzando?”

“No, la porto fuori a cena sul serio.”

 

“Non è vero che New York è sempre incasinata. Stasera è tranquilla.”

“Ancora la città non si è ripresa del tutto. Ma in fondo è vero, quello è un luogo comune. I locali chiudono anche qui. La gente ha voglia di stare a casa.”

“Tu esci spesso?”

“Quasi mai. Lo sai, devo lavorare.” Sorride.

“Ti pagano bene?”

“Neanche tanto, però mi piace.”

Arrivano davanti al ristorante ebraico. Sulla porta c’è la foto del proprietario che un anno prima è stato ucciso a colpi di pistola lì davanti. Ancora l’assassino non è stato trovato.

Si siedono e ordinano.

“Com’è andata quel giorno?”

“Non ci credevo, come tutti. Poi sono scesa per strada e ho visto. Sono andata giù a piedi con una collega, siamo arrivate proprio quando è crollato il Seven. Poi ho fatto anch’io la coda per donare il sangue, ma non potevo.”

“Com’era l’atmosfera?”

“Surreale. Non si faceva che uscire. Tutte le sere Union Square si riempiva di gente.” Ha un’esitazione, poi continua. “Si parlava, si cercava di stare insieme il più possibile.”

“Un po’ stucchevole.”

“Un po’ spontaneo. Ogni tanto lo fai ancora qualcosa di spontaneo?”

“Be’, vado al cesso.”

“Meno male, con tutta la merda che hai dentro…”

Scoppiano a ridere.

“Tieni, ti ho preso un regalo.”

Un regalo dal Mostro. Un rettangolo sottile e rigido. Una trappola per topi, probabilmente.

“Grazie…”

“Aprilo dopo che siamo partiti.”

“Perché?”

“Perché è un pacco bomba.”

 

Sotto casa, il Mostro propone di andare a bere qualcosa ma lei il giorno dopo deve alzarsi presto e non è abituata. Si congedano, poi lui si infila in un bar poco lontano. Passa la serata appollaiato al bancone del bar, a guardare la cerimonia degli Oscar senza audio su un televisore alle spalle del barista. Quando sullo schermo appare un’attrice, il barista che sta asciugando i bicchieri si gira e gli fa: “She’s beautiful, ain’t she?

Il Mostro annuisce: “Yeah, she’s beautiful”.

 

La mattina dopo lei si alza presto e tradisce la promessa di svegliarli. Il Mostro russa nel doposbronza, l’altro è catatonico. Lascia un bigliettino dove raccomanda di lasciare le chiavi al portiere. Va in ufficio con un’ombra di malinconia. Quando arriva, apre il pacchettino del Mostro. È un libro, com’era prevedibile. Le poesie di Rilke. Lo apre a caso. È sottolineato.

 

Chi non ha casa adesso, non l’avrà.

Chi è solo a lungo solo dovrà stare,

leggere nelle veglie, e lunghi fogli

scrivere, e tornare incerto sulle vie

dove nell’aria fluttuano le foglie.

 

Forse il Mostro ha capito tutto, ma non ha importanza. Sono troppo lontani. Guarda fuori dalla finestra il cielo ghiacciato di Manhattan. Ripensa a quella giornate in Union Square con la città che si stringeva a se stessa. C’è una cosa che non ha detto al Mostro la sera prima, al ristorante. Una cosa di cui si vergogna. A volte, in quelle sere, usciva da sola e se ne stava lì a osservare tutti quegli sconosciuti affranti che parlavano increduli di quello che era successo. Ma nemmeno a un mostro pateticamente anticonformista come lui è riuscita a dire che solo lì, per la prima volta dopo la morte di Jan, solo in mezzo a tutto quel dolore, lei si era sentita a casa.

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New York Stories – IL

Times_Square_illumination_1921-1031x576(Ho scritto una breve recensione di New York Stories per il magazine del Sole 24 Ore.)

È un mito: la città, le stanze e le finestre, le strade che sputano vapore; per ognuno, per tutti, un mito diverso, testa d’idolo dagli occhi di semaforo che ammiccano verde tenero, rosso cinico.

Questa isola che galleggia su acqua di fiume come un iceberg di brillanti, chiamatela New York, chiamatela come vi pare; il nome non ha importanza poiché, venendo dalla più greve realtà dell’altrove, si è solo in cerca di un luogo dove nascondersi, dove fare un sogno in cui si abbia la prova che forse, dopo tutto, non si è un brutto anatroccolo, ma si è meravigliosi, degni di amore.

Continua a leggere sul sito del Sole 24 Ore.

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Let’s call the whole thing translation

03c61fa6031b9df2b6257af3b1375856(Mariateresa Pazienza ha avuto la bontà di farmi qualche domanda per il sito Casa di Ringhiera. Qui tutta l’intervista.)

(…) Come ho detto, bisogna venire attratti da quella zona di confine tra le lingue: terra di nessuno, nebulosa impalpabile, passaggio glottologico, momento psichico, idioletto cosmico, gioco del telegrafo, mettila come ti pare, let’s call the whole thing translation. Poi, da un punto di vista pratico, bisogna studiare, avere orecchio, avere cura, sentire le parole, correggere bozze, rivedere traduzioni, chiedere una prova di traduzione, superarla, affrontare un testo, perseverare, tradurre molto (anche con mestiere, non solo con passione), imparare dagli errori (che sono sempre tanti), arrivare al punto in cui ti puoi definire un traduttore passabile, e comunque resti sempre un dilettante: ti offrono Nabokov e ti metti a piangere perché sei un miserabile (e se leggi come Nabokov ha tradotto l’Onegin vedi che perfino lui avrebbe dovuto piangere: immagine che mi pare emblematica per definire questo lavoro: annichilisce perfino l’autore di Lolita). Ad ogni modo non diventi mai un traduttore e basta: fai sempre un mucchio di altre cose. (…)

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Mario Maffi, rabdomante di storie

 

Maffi_Mario_small“Ho sempre pensato che certi luoghi sono calamite, che ti attraggono se passi nei paraggi.” Con queste parole in epigrafe del Nobel Modiano, si apre l’introduzione al nuovo libro di Mario Maffi, Città di memoria (il Saggiatore, 357 pp., 19,50 €), il più recente tassello di un lavoro di mappatura ed esplorazione che porta avanti da una vita. “Quello di Modiano è stato un caso fortuito,” racconta divertito in un bar di Milano. “Il libro era già in bozze.”

Figlio di un intellettuale torinese che traduceva libri dall’inglese e dal francese, un antifascista che aveva imparato il russo in carcere ed era diventato amico di Cesare Pavese al confino in Calabria, Mario Maffi è cresciuto tra i libri, affascinato dalla traduzione (una parte del suo lavoro: l’ultima curatela è un tascabile del Popolo degli abissi, con fotografie inedite scattate da Jack London in persona), e dalle lezioni di Nemi D’Agostino, personalità carismatica con cui si laurea negli anni della contestazione. Dalla tesi nasce l’esordio, La cultura underground, pubblicato da Laterza (ancora in catalogo presso Odoya). “Ho vinto il Premio Libro Giovane per l’Unione Italiana per il Progresso della Cultura,” ricorda davanti a un bicchiere di rosso. “Ricevo una telefonata dall’editore: ‘Ma non ti sei presentato ieri sera alla consegna del premio’. Invece io non sapevo nulla.”

Il primo viaggio negli Stati Uniti è del 1975. “Alla Penn University, nel cuore della Pennsylvania agricola, dove lavoravo sul movimento operaio.” Con La giungla e il grattacielo, comincia a definire meglio la sua identità di autore che cerca di portare la pagina sulla strada. Ma è con Nel mosaico delle città, scritto in inglese – ottenendo un contratto da Macmillan, poi disatteso, e autotraducendosi in italiano – che la scrittura cambia davvero.

“Quando ho cominciato a lavorare sul Lower East Side, nei primi anni ’80, le suggestioni erano troppo forti, sia nell’immediato, sia riguardo al retroterra storico: c’era una densità stupefacente di memoria.” Comincia a raccogliere le esperienze della comunità portoricana e non solo, metabolizzando il materiale in un altro libro, L’isola delle colline. Stratificazioni storiche, incontri, perfino un’aggressione: tutto contribuisce a una narrazione unica della città. Scopre poeti come Miguel Piñero e Pedro Pietri (“Cimiteri a sinistra
/ cimiteri a destra
/ cimiteri davanti
/ cimiteri dietro /
miglia e miglia e miglia
/ di mute pietre tombali
/ è impossibile avere un’erezione /
a Long Island”). Porta il secondo in Italia per una tournée insieme a Paolo Rossi.

Documentato come Iain Sinclair, ma dotato di una prosa più chiara; vagabondo come William Least-Heat Moon, ma con una passione politica più intensa, Mario Maffi è un patrimonio un po’ trascurato delle nostre lettere, sebbene diversi scrittori – Paolo Cognetti, ad esempio – abbiano fatto tesoro della sua lezione. Non ha una prosa boriosa, ma è stato ordinario di Letteratura e cultura angloamericana all’Università degli Studi di Milano (“La mia vita accademica è sempre stata un po’ sul filo del rasoio: credo di essere stato considerato un po’ strano. Ma, a parte qualche ostilità aperta, guardato con rispetto”). Non è un romanziere, ma nei suoi libri trovi sepolti – o forse vedi sbocciare – centinaia di romanzi. Non è uno scrittore di viaggio, eppure gironzola come Teju Cole. “C’è proprio questa volontà di trovare dei tramiti, dei sensori, e di essere tu stesso un sensore. Non mi interessava chiudermi dentro ai testi, rinchiusi a loro volta dentro se stessi.” Come un rabdomante di storie, Maffi si aggira per i luoghi in cerca di episodi e rimanenze della storia e della memoria, sospesi in una sacca di tempo – uno usable past – in attesa di venire riportati alla luce. È capace di raccontarti la lotta di classe tra i cowboy, così come la luce che taglia un caffè a una certa ora del giorno.

Questo libro inclassificabile è una sintesi del lavoro che svolge da anni. È come se fosse partito da un racconto impersonale della letteratura e piano piano si fosse calato dentro a quel mondo, fino a introiettarlo in profondità. Qui affronta sei metropoli. C’è il ritorno al Lower East Side, prediletto territorio d’esplorazione, ripercorrendone passo dopo passo la storia a partire dai grandi tenements stipati di immigrati e via via fino agli Settanta. C’è l’esplorazione di New Orleans, già sfiorata in un altro libro maestoso come Mississippi (che in Francia, con Grasset, gli è valso il Premio Ptolémée de Géographie). C’è il vagabondaggio sotto le ceneri della Comune, non tanto come flâneur, quanto come una sorta di maieuta metropolitano, che aiuta la città a esprimere ciò che custodisce, seppellito sotto l’affanno dei giorni. Ci sono le città gemelle di Manchester e Salford, per raccontare il massacro di Peterloo che ispirò versi a Shelley e a Byron contro un politicante (“Qui giacciono le ossa di Castlereagh / Fermatevi, viaggiatori, e pisciate”). E infine c’è l’amata Londra.

“Se devo pensare a un altro libro, faccio fatica,” confessa, facendo gli scongiuri con un sorriso. “Lo sento come un po’ come la chiusura di un percorso. C’è l’aspetto di ricerca, far riaffiorare i materiali. E poi quello di esplorazione in prima persona, di coinvolgimento sentimentale. La cosa buffa è che le prime cose che ho scritto risalgono a quando avevo sedici anni. Le ho pubblicate su un giornaletto del movimento cooperativo svizzero a cui era abbonato mio nonno. La prima era intitolata Germania e la seconda Parigi: in fondo, erano già diari di viaggio.”

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IL CREMLINO NERO DI ANDREA TARABBIA – IL

11896040_10207508581577238_6450497653055747196_nUcraina, fine anni settanta, alla viglia di Natale il corpo di una bambina viene ritrovato in un fiume. L’assassinio è attribuito a un balordo, mentre è il primo di una serie di circa cinquantasei violentissimi omicidi – torture, mutilazioni, cannibalismo – perpetrati di lì a trent’anni da Andrej Čikatilo, passato ingloriosamente alla storia come il “mostro di Rostov” o al massimo con la definizione, tanto efficace quanto grossolana, di un vecchio thriller uscito decenni fa, dal titolo “il comunista che mangiava i bambini”.

Il nuovo romanzo di Andrea Tarabbia, però, non è la ricostruzione giornalistica delle gesta di uno tra i più efferati assassini mai esistiti, così come il precedente (Il demone a Beslan) non era solo la ricostruzione dell’assedio alla scuola cecena. Tarabbia si avvicina a un fatto attirato da un richiamo morale e per nulla retorico (dimenticate le candele accese sui balconi), e lo usa per indagare – senza alcunché di morboso, miracolo – il Male nella e della Storia attraverso la scrittura, in una tradizione che va dai Demoni di Dostoevskij fino a Carrère o Vollman.

(Continua a leggere sul sito del Sole24Ore.)

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Il gatto di Platone e altri animali

sleeping_cat_tattoo_by_ivvi_qol-d48plnf(Qualche tempo fa mi sono messo a scrivere poesie per ragazzi. Traducevo molto e in pausa, mangiando qualcosa, mi divertivo a tirare fuori qualche rima alla Scialoja, con l’idea magari di farle leggere ai miei nipoti. Col tempo, in attesa di un illustratore e di un editore, le poesie sono rimaste lì a formare un libretto dal titolo Il gatto di Platone e altri animali e i miei nipoti sono arrivati quasi in età da rave, allora ne posto qualcuna qui.)

 

Il gatto di Platone

si fa una dormita:

ha rubato al padrone

il senso della vita.

 

*

 

Sullo stelo

per i fans

l’ape fa

lap dance.

 

*

 

L’ippopoeta nel talamo

scrive t’amo con il calamo.

E le ippopotame lo amano.

 

*

 

Il ragno nero e peloso

lo cacciavano sempre via.

È diventato pensoso

e discetta di filosofia.

 

*

 

La mosca bianca

e la pecora nera

giocano a scacchi

quando scende la sera.

 

*

 

(Il bruco innamorato)

 

Non è la polpa buona,

che cerca nella mela

ma solo un’altra volta

il tocco lieve di Eva.

 

*

 

Nella palla di vetro

dello zingaro ucraino

il pesce rosso tetro

vede il suo destino.

 

*

 

Quando il bruco

balla il tuca tuca

faticando a coordinarsi

s’intorciglia con la bruca.

 

*

 

Se il lupo luma

la luna, all’una

la luna s’allupa.

 

*

 

Il grido a squarciagola

nella vasca da bagno

della donna ignuda e sola

attende, bieco, il ragno.

 

*

 

Risale il salmone

tra una rapida e un sasso

per guardare il tonno

dall’alto in basso.

 

*

 

Il gatto

di Matisse

dipinge con

le sue vibrisse.

 

*

 

Quando gli si rompe il radar

al pipistrello resta il tavor.

 

 

 

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L’eco del male

copertina-achabC’è una bella rivista letteraria che si chiama Achab. È semestrale, cartacea, con un’area critica, un’area narrativa, una parte dedicata all’inchiesta, alla graphic novel e all’illustrazione. Sul numero in libreria da novembre, dedicato all’idea del Bene, – insieme a cose di Fernando Coratelli, Alessandro Zaccuri, Monica Pareschi e tanti altri – trovate un mio racconto, “L’eco del male”. È scritto sotto forma di diario e racconta di un fatto terribile e della sua ricaduta sulla psiche di una persona malata.

Buona lettura, se vi capita.

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In missione per i piccoli maestri

new_homeHo fatto tanti laboratori di scrittura, tante lezioni sui libri, pagato e non (più “non”), in giro per le scuole e non sempre è gratificante. A volte l’insegnante che ha organizzato è svogliato, altre volte i ragazzi sono troppo giovani o troppo grandi per il libro che ti hanno proposto di raccontare, altre volte sei tu a essere distante e a non metterci nulla, perché la giornata è nata male o piove o hai la febbre o hai il pensiero chissà dove, magari alla morosa delle medie. Insegnare, raccontare, non è poi così diverso da qualsiasi altro rapporto e non sempre ci si trova, non sempre ci si intende. Per fortuna, vorrei dire.

Allo stesso tempo, anche le esperienze peggiori ti mostrano qualcosa: le scuole dissestate, i corridoi bunker, il rimbombo delle grida nelle aule cavernose che speravi di esserti lasciato alle spalle, il ricordo tuttora piacevolissimo della campanella che segna la fine della tortura per tutti, gli zaini sbilenchi e strabordanti, le facce vacue, le facce simpatiche, le facce con il moccio che cola, le facce assopite, i primi della classe, i teppistelli, la loro attenzione spasmodica per il display, la mia attenzione spasmodica per il display, tutte cose alle quali gli insegnanti sono abituati. Capisci anche benissimo la fatica dei professori, visto che non arrivano lì con il vantaggio di chi non deve dare voti e la nomea pomposa di scrittore (“Ehi, quei ragazzetti se la bevono, mica lo sanno che vendo tre copie al mese!”). E lo fanno tutti i giorni.

Qualche giorno fa avevo quell’umore lì. Sono corso in stazione in bici vestendomi troppo, sono arrivato lì come uscito da una sauna nello smog assolato di Milano, mi sono precipitato verso il treno dopo aver fatto una coda idiota alla macchinetta (tutti quelli che ci precedono sono idioti, finché non ti accorgi di avere uno che sibila alle spalle), e poi il treno non voleva saperne di partire, inchiodato lì. Convinto di non fare in tempo, ero già pronto a mettermi con striscioni e cartelli tra i pendolari incazzati in quei talk a microfono aperto, finché in discreto ritardo non s’è mosso e abbiamo attraversato una magnifica periferia nebbiosa, le vecchie fabbriche dismesse ingarzate di bianco, un muretto con sopra scritto: “Ho bisogno di te”, la stasi (non Stasi) dell’ex Stalingrado milanese. Il pensiero che io trafelato non avessi in quel momento la passione necessaria per raccontare i Sessanta racconti di Dino Buzzati, in missione per i Piccoli Maestri, s’è come attutito. E infatti arrivato lì, non lo so bene cos’è successo, ma so che c’è stata quell’intesa lì, quella che non avevo di certo con la morosa delle medie. Ed è successo anche che qualche giorno dopo i ragazzi – forse, perché no, imbeccati da una prof – mandassero una letterina piombata soavemente nella mia casella mail. Come cantava il poeta, now’s the time for your tears.

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City on Fire – IL

9780385353779(Ho letto in anteprima per IL, il magazine del Sole 24 Ore, l’atteso esordio di Garth Risk Hallberg, City on Fire.)

Un grido s’avvicina, attraversando il cielo. Viene voglia di scomodare l’Arcobaleno della gravità per iniziare a parlare della fama che anticipa l’arrivo di un libro come City on Fire attraverso il firmamento delle fiere editoriali. E quel grido, ancora prima di capolavoro, dice: “Anticipo a sette cifre”. Qualcosa tipo due milioni di dollari. L’agente ha lanciato l’asta e un editore (Knopf) ci si è tuffato, seguìto da quelli all’estero (in Italia lo pubblicherà Mondadori, a gennaio, nella versione di Massimo Bocchiola, già traduttore di Thomas Pynchon, appunto, e altri giganti).

Hallberg va per i trentacinque anni, collabora con un po’ di giornali in vista e ha pubblicato alcuni racconti. Questo non è esattamente un romanzo d’esordio, ha già dato alle stampe uno strambo libretto intitolato A Field Guide to the North American Family, un racconto lungo con alcune illustrazioni. Qualche anno fa arrivando a New York in autobus dal New Jersey è rimasto colpito dallo skyline e ha avuto l’idea di una narrazione estesa che ruotasse intorno allo storico blackout del 1977. Ha preso un breve appunto e richiuso il taccuino. Sette anni dopo eccoci con novecentoventisette pagine e il bollino “Great American Novel” come un marchio del destino.

Sarà vera gloria?

(Continua a leggere sul sito del Sole24Ore.)

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La lanterna magica di Molotov

ceb05a50082b07ed724ef7e0ed3c3a9f_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyUna sera di non molti anni fa, durante una festicciola in un appartamento moscovita situato in vicolo Romanov – celebre luogo del centro città dove hanno vissuto stratificazioni diversissime di persone e personaggi, dalla nobiltà ai notabili di partito –, un imprenditore americano fa tintinnare davanti agli occhi stupefatti della studiosa Rachel Polonsky le chiavi di un appartamento al piano di sopra. In quella casa ha vissuta nientepopodimeno che Vjačeslav Michajlovič Skrjabin, meglio conosciuto con il nome di battaglia “Molotov” (dovuto alla tradizione nominalistica sovietica, sempre combattiva e ridicola: molot in russo vuol dire “martello”). Era il celebre e temuto numero due di Josif Stalin, firmatario nel 1937 di un numero di esecuzioni superiore anche a quello ratificato da Koba il Terribile: quarantatremila, una più una meno.

“Vuole andare a visitarla?”

Quando il giorno dopo la scrittrice entra nella casa, la trova quasi intatta, con i suoi oggetti preziosi, l’enorme biblioteca e soprattutto una lanterna magica, il dispositivo che anticipava il cinema e che proiettava immagini dipinte su un vetro. In quel meccanismo trova non solo una rievocazione del passato quasi fiabesca (una famiglia su uno scoglio in Crimea, uno sciamano dallo sguardo fisso), ma soprattutto l’emblema del libro che comincerà a scrivere. La lanterna magica di Molotov. Viaggio nella storia della Russia (Adelphi, traduzione di Valentina Parisi, pp. 434, € 28) è un saggio romanzesco o forse un romanzo saggistico, un libro di viaggi o forse di sogni (ma che importanza ha?), fatto dell’evanescenza impalpabile regalata alle immagini dal lume di una candela. In una prosa densa, sapiente, a volte fumosa come l’aria di una banja, a cui è bello abbandonarsi, la Polonsky ci guida attraverso le innumerevoli stratificazioni della terra russa, letterarie e politiche e geografiche.

Partendo dai libri di Molotov – per ogni libro, una storia e un luogo da esplorare (viene scartabellato perfino l’elenco telefonico Tutta Mosca del 1917) – l’autrice comincia a vagare con la mente e con il corpo. Insieme alla famiglia, muove dall’appartamento di vicolo Romanov e peregrina per l’evasivo fascino di Mosca, poi fuori città fino alle izbe di Lucino, quindi verso Novgorod e Rostov, dietro a storie di scrittori e scienziati, esuli e cosacchi, delineando un libro errabondo, affascinato dalla misteriosa anima russa, rilucente in un passato irrecuperabile. Anche per lei, come quando racconta della passione inventariale di un conte, tracciare queste storie sembra un’attività religiosa, simile alla pittura delle icone. “Il conte stava cercando l’accesso alla città morta degli antenati, così come un pittore di icone apre un portale sul mondo trascendente, calibrando il punto di vista, aggiungendo luce dorata.”

Un libro di libri, insomma, ma soprattutto di storie e di persone. O meglio di fantasmi. Sono tanti gli spettri che aleggiano ad ogni riga, trovando requie solo nella continuazione della lettura. C’è quello del bibliotecario Nikolaj Fëdorov, il “Socrate russo”, custode del Museo Rumjancev (prima che diventasse Biblioteca Lenin), che pare conoscesse a memoria tutti i volumi ed era convinto che la missione primaria dell’uomo sulla Terra fosse la resurrezione dei defunti (“Idea non così folle come sembra,” annotò Tolstoj, probabilmente dopo qualche vodka, o vangelo, di troppo). C’è quello di Walter Benjamin, accorso in Russia per vedere il luogo dove “tutto il fattuale è già teoria” e che in queste pagine si congeda dalla donna amata nell’immagine struggente di un gigante del pensiero in lacrime con in mano una valigia piena di vecchi giocattoli, acquistati per curiosità a una bancarella. C’è quello della fantomatica spia Sidney Reilly, complottista con tanto di parrucche e charme seduttivo, convinto di poter fermare la Rivoluzione d’Ottobre e costringere Lenin a sfilare con le braghe calate davanti al Cremlino (inutile a dirsi, il tentativo naufragò). C’è naturalmente lo spirito di Fëdor Dostoevskij, partito per la città di Staraja Russa per scrivere i Demonî, sorvegliato dalla polizia zarista e infastidito dall’umidità, che finisce per tornarci nel corso degli anni e scriverci anche i Fratelli Karamazov (Polonsky segue il tragitto compiuto da Mitja Karamazov nella fatidica notte del parricidio, in una sovrapposizione tra pagine e vita quasi vertiginosa). C’è il perseguitato Osip Mandel’štam con i suoi versi per Anna Achmatova, nitidi come rintocchi: “Conserva le mie parole per sempre, per il retrogusto di infelicità e di fumo”. Ci sono le povere ombre dei perseguitati politici – sequestrati, torturati, rinchiusi, uccisi – a partire da Trockij trasportato fuori casa in pantofole passando per le bellissime parole di Varlam Šalamov sull’innocenza dei lapis (“Nessuna condanna a morte è stata firmata semplicemente a matita”), fino alla schiera di scienziati – chimici, fisici, medici – che si sono visti la carriera rovinata perché costretti a piegare le proprie idee al materialismo dialettico.

Quando sul pavimento dell’appartamento da cui è iniziato tutto, Polonsky si ritrova a sfogliare l’enciclopedia sovietica, con le sue spaventose distorsioni, ecco che tra le pagine dedicate a Molotov stesso e alle città ribattezzate col suo nome, trova un capello bianco. Evidentemente ogni tanto, negli anni Ottanta, il vecchio apparatchik sopravvissuto a tutto quell’orrore amava rispecchiarsi in quelle pagine bugiarde.

Questa e altre storie infestano i libri.

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