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Milano è un livido – IL

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(Ho scritto un pezzo sulla mia idea di Milano per IL, il magazine del Sole24Ore. Qui accanto una vecchia foto di Renato Casari.)

C’è un momento in cui capisci di essere fregato. Alla mattina, apri le imposte per cambiare l’atmosfera fuori con l’aria pulita del sonno e lo vedi. È un’installazione d’arte contemporanea, un dipinto sospeso. Non tanto un Cy Twombly, più tipo quelli dell’amico di Barney Panofsky che invitava i compari a dare un colpo di straccio sulla tela, tanto l’arte è una bufala. Insomma: non è bianco, perché ha le sbavature di grigio. Non è plumbeo, perché non sono cariche d’acqua. Non è nero e non lo sarà mai, perché di notte ci arriva il riverbero equoreo delle luci. Non è nebbioso, perché l’interramento dei Navigli ha dissolto la bruma (e non perché a nessuno importava delle soavi imprecazioni lanciate dalle lavandaie, ma per ragioni di salubrità: ci finivano gli scarichi del centro, ora quel flusso prosaico di deiezioni si chiama poeticamente “collettore”). Allora che cos’è? È l’interno di una lampadina? È l’eco delle polveri sottili? È il bicchiere di latte filmato da Hitchcock nel Sospetto? O è il «grigio fumoso delicato come una perla» di cui parlava Giuliano Gramigna in una poesia? Di sicuro non è un cielo, ma a quel punto ti accorgi che sei fregato perché ti piace. Questa cupola non si perde in struggimenti: qui la nostalgia dell’azzurro è un sentimento che si manifesta in presenza e non in assenza dell’oggetto stesso della nostalgia. Quando c’è, c’è. Inoltre emanciparsi dalle bizze del meteo è il primo segno di maturità.

Benvenuti a Milano.

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Letteratura metropolitana – Rivista Studio

m_metronovela_naming_270x413Stai per cominciare a leggere il nuovo libro di Stefano Bartezzaghi. Parla della metropolitana. E di Milano. Non era difficile arrivarci (ma il tragitto non è mai lineare come sembra): si capiva dalla M del titolo, dalla copertina illustrata con una striscia superiore, grigia e piovosa, dove si distingue il profilo del cosiddetto cavall stracch di piazza Missori, e una inferiore, rossa e colorata, con un campionario di tipi umani in attesa del treno sulla banchina della linea 1. Come nella più banale delle trovate metanarrative, stai perfino scendendo i gradini della rossa, fermata Lima, con il libro infilato nella sacca a tracolla, perché – ulteriore cornice alla cornice – stai correndo al rinfresco dato dalla rivista che ospiterà la tua recensione. Potresti leggerlo ad alta voce di vagone in vagone, come in quei magnifici inseguimenti istericamente flemmatici sull’underground di New York. Oppure spargerne le pagine in giro, lasciare che il libro si legga da solo e che tu scorga tutto attraverso le vetrate ingiallite, come in quel vecchio mugugno-canzone di Tom Waits, 9th and Hennepin, dove lui racconta la vita privata e pubblica di una città, per poi liquidare tutta la faccenda con un colpo di scena finale: «And I’ve seen it all… And I’ve seen it all / Through the yellow windows of the evening train…».

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Inseguire parole – IL

5928706_343484Tradurre significa passare un mucchio di tempo da soli. Schivo al limite dell’autismo, nascosto dietro le parole altrui, strapazzato o peggio ignorato dai recensori, il traduttore soffre un destino dolorosamente analogo a quello delle spie e cioè di venire notato solo quando sbaglia, ma senza licenza d’uccidere o Bond girls (al Martini si può ovviare). Ma chi è davvero la figura che, se va male, viene confusa con quella dell’interprete e, se va bene, coincide ormai con il personaggio santo e martire di Luciano Bianciardi nella Vita agra? E perché, al di là del dato lavorativo, si comincia a tradurre un testo? E davvero parliamo solo di volgere in un’altra lingua una serie di parole? Queste sono alcune delle domande a cui Massimo Bocchiola cerca di dare qualche risposta in un nuovo saggio, Mai più come ti ho visto, ambiziosamente sottotitolato Gli occhi del traduttore e il tempo (Einaudi Stile Libero). Non è uno dei tanti libercoli intorno alle gioie e alle insidie di un mestiere, ma qualcosa di più.

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Infanzia da Joyce – IL

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La notizia è che James Joyce è morto. Mica solo nel 1941. Crepa tutti i giorni: abbandonato sugli scaffali, citato per posa, effigiato sui magneti. Chi lo sfoglia più? Quanti editori oggi avrebbero il coraggio di pubblicarlo? Pochi, temo, come restano in pochi a leggerlo nonostante l’appartenenza al canone e le recenti ritraduzioni di Terrinoni e Celati. Eppure ogni tanto qualcuno si mette in testa di scrivere un romanzo audace, sfidando l’etichetta di “illeggibile” e rischiando di cadere nel girone degli inediti o, peggio, in un circolo di unhappy few, occhialuti e snob, che vedono la luce del giorno solo quando la biblioteca chiude (e comunque fuori è buio).

Questa volta ci ha provato Eimear McBride, un’esordiente irlandese che, guarda caso, in un’intervista ha raccontato di avere tenuto presente una dichiarazione d’intenti del suo conterraneo: «Una buona fetta dell’esistenza viene attraversata in uno stato che non si può rendere percepibile attraverso l’uso di un linguaggio cauto, di una grammatica classica e di una trama lineare». Tradotto: nove anni per trovare un editore.

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Come leggono gli scrittori italiani – Marco’s Version

mac_SnoopyReading_1391181339(Dalle pagine del suo blog Matteo B. Bianchi sta portando avanti una specie di inchiesta sul modo in cui leggono gli scrittori italiani e ha rivolto qualche domanda anche a me.)

Tutti soffrono del “blocco dello scrittore” prima o poi, ma ti è mai capitato il “blocco del lettore”? Se accade come ti comporti? Ti “abbassi” a leggere qualcosa di più “leggero” o non leggi affatto?
Mi capita di continuo. Anche se in generale leggo sempre qualcosa. Un racconto, una poesia, una raccolta di qualcosa. È difficile che non apra un libro per più di qualche ora. Comunque a volte mollo il libro senza problemi, altre volte ne comincio un altro pensando di tornare più tardi al primo (che è poi a sua volta è stato l’altro di un altro, come in un’immensa orgia letteraria che è la mia libreria), altre ancora insisto. Quando facevo il lettore di professione per dare un parere editoriale (cosa che in realtà non smetti del tutto di fare e che è un modo coatto, strano, di leggere), mi capitava di avere davvero la nausea da storie, da stile, da tutto. Allora mi abbandonavo a qualche altro mezzo: un film, una cena con gli amici, un bicchiere, Pac Man, l’ottovolante. In generale quel tipo di lettura rischia di rovinarti, perché devi imparare a farti un’idea precisa in fretta, mentre i libri hanno movimenti inaspettati, sacche vuote, scarti. Insomma, è vero che il colpo d’occhio è decisivo, ma è importante anche immergersi. Allo stesso tempo questa idea della lettura lineare è strana. Un tempo si studiava o si pregava. Poi è arrivata la lettura come intrattenimento, come visione o comprensione del mondo, come posa intellettuale. Ora sembra un martirio, un obbligo, un inferno. Zuckerberg e i due libri al mese. Il cugino che al pranzo di Natale ti guarda affranto: “Dovrei leggere di più”. Ma fai quel cazzo che ti pare. Per me poi una bella pagina, se sai leggerla, è più importante di cento stronzate, che siano prodotti di basso livello o alti ma pretenziosi, quindi bassi. Di Holly Golightly in ospedale Capote dice che ha “gli occhi chiari come acqua piovana”, non basta questo per chiudere la giornata? No, bisogna leggere cento romanzi. Poi, come diceva qualcuno: “Si possono leggere dieci libri una volta o un libro dieci volte”.
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Ho rapito Dave Eggers – IL

BookMR  Sveglia.

DE  Oddio. Dove sono?

MR Su IL.

DE  …

MR È il magazine de Il Sole 24 Ore.

DE  Ma cos… Perché?

MR Il sonnifero t’ha rintronato? Non hai scritto un libro?

DE  Nove, ne ho scritti.

MR Dove non poté il cloroformio, poté la vanità. Parlavo dell’ultimo. Non Il cerchio, che è uscito per Mondadori. Quello nuovo. Il titolo almeno te lo ricordi?

DE Your Fathers, Where Are They? And the Prophets, Do They Live Forever?

MR Bravo, io non ce l’avrei fatta. Una cosina appena pomposa. È la Bibbia, vero?

DE Vecchio Testamento, il profeta Zaccaria.

MR Immaginavo.

DE Cosa vuoi?

MR Parlare, Dave.

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A caccia di Philip Roth con Giulio D’Antona

Philip Roth(Qualche settimana fa Giulio D’Antona mi ha chiesto di raggiungerlo in un pub per fare quattro chiacchiere su Philip Roth. Il risultato è una conversazione finita sul suo bel blog di affari americani chez l’Espresso.)

Parlare di Philip Roth con Marco Rossari è come osservare uno chef stellato mentre dispone una parata di quaglie alla cacciatora su un letto di patate dolci. Bisognerebbe stare in silenzio e reprimere gli istinti di partecipazione, ma l’acquolina rende tutto molto più complicato. Prima di andare a caccia del mio rinoceronte bianco per la prima volta, siamo rimasti poco più di un’ora seduti fuori da un bar di Milano, con i tram che ci sferragliavano accanto e una sfilza di birre sotto il naso, a dirci tutto quello che c’è da sapere su quelli della sua specie. Lui ordinava e io gli andavo dietro. Ho provato in varie occasioni a inserire la conversazione in un contesto più ampio, ma proprio come è impossibile servire le quaglie di uno chef stellato a contorno di un’insalata marinara preconfezionata, sarebbe sbagliato relegare quello che segue a gregario di un altro discorso.

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Percival Everett e gli scrittori che se ne fregano – Rivista Studio

timthumb.php«Sono il padre di mio figlio. Vi racconterò la mia storia o le mie storie come farei raccontare a lui la mia storia o le mie storie. E se credete a questo, ho anche un ponte che vorrei vendervi». Un uomo va a trovare il padre nella casa di riposo dove l’ha lasciato a passare gli ultimi anni di vita. La casa di riposo è – come capita – un luogo orrendo, dove i vecchi sono vessati dalla Banda dei Sei, un gruppo di infermieri senza scrupoli. Nel frattempo l’anziano padre ha cominciato a scrivere un romanzo in cui la voce narrante è quella del figlio. O forse è il figlio a fingere che a scrivere sia il padre, perché si sente in colpa per averlo trascurato. O forse non è niente di tutto questo. E poi a chi appartengono tutte le storie che zampillano a ogni pagina? Ai lettori? All’autore? Esiste un lettore se non c’è un autore? E tutti questi personaggi – il gruppo di nonnetti decisi a scappare dalla clinica, il pittore che scopre di avere una figlia illegittima, due fratelli grassi che trafficano in metanfetamine, un allevatore di cavalli corteggiato da una veterinaria – potranno mai essere reali? E perché cambiano nome e professione senza un motivo? E com’è possibile che il libro riesca a essere comunque appassionante, divertente, colto?

Benvenuti a una nuova corsa su quell’ottovolante dottissimo e demenziale che è l’immaginazione di Percival Everett.

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Martin Amis e il male – IL

Martin-Amis-Zone-of-InterestIn un racconto di J. M. Coetzee l’ineffabile alter ego dell’autore, la scrittrice Elizabeth Costello, viene chiamata a dire la sua sul “problema del male” e, davanti a un collega che ha raccontato i campi di concentramento con eccessiva disinvoltura, si domanda se non sia pericoloso «scendere nei più oscuri territori dell’anima», se dire l’indicibile non sia soltanto un peccato di hybris ma anche di vanità, da cui non si esce indenni. «Osceni: non solo gli atti dei carnefici di Hitler, non solo gli atti del boia, ma anche le pagine del libro (…). Scene che non possono reggere la luce del sole, dalle quali bisognerebbe difendere gli occhi delle fanciulle e dei bambini».

È un tema che riecheggia quello più ampio scaturito dalle pagine di Se questo è un uomo. Primo Levi, assetato, allunga una mano fuori dalla baracca per staccare un ghiacciolo e una guardia glielo strappa di mano. «Perché?», gli chiede. «Qui non c’è un perché», risponde quello. Se il discorso intorno al Male nazista (o al “mistero Hitler”, com’è stato intitolato in Italia un magnifico studio di Ron Rosenbaum sull’intera questione) resta un quesito irrisolvibile per chi è sopravvissuto ai campi, maggiori dubbi suscita negli scrittori che vi si avventurano soltanto grazie allo studio e all’immaginazione. Non a caso Vercors divise il suo racconto Le armi della notte, che racconta di un superstite dei campi di concentramento, in due parti denominate “Orfeo” e “Euridice”: è dato girarsi e raccontare l’inferno? Non soltanto: è morale scegliere di inoltrarsi “in quelle tenebre”, per citare il titolo di un celebre libro di Gitta Sereny sul comandante di Treblinka? E come va fatto?

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Da che parte ci tirano le ombre (su Giovanni Raboni) – Rivista Studio

1461-pagIl 16 settembre 2004, dopo un’agonia di qualche mese, moriva Giovanni Raboni.
Come in un brutto film agiografico, era stato colpito da infarto proprio alla macchina da scrivere, proprio mentre buttava giù il coccodrillo dell’amico Cesare Garboli. «Scriveva, proprio scriveva, ed ha piegato il capo, si è chinato, un inchino straziante, interminabile, che era anche una lotta, una lotta per la vita e contro la morte» scriveva il giorno successivo un patetico (nel senso di patetico) Franco Cordelli sul Corriere della Sera. Ricordo la telefonata di un amico per lamentarsi di una sua ipotetica conversione in articulo mortis, che a me risultava irrilevante. Gli avevo fatto notare che il dialogo con il sacro andava avanti in Raboni da sempre (considerato che già il suo primissimo componimento dava voce a San Giovanni Battista), tanto che lui si definiva un «non-ateo», ma niente: l’invettiva era partita e me l’ero sorbita fino alla fine. Tutti impavidi con la morte degli altri.

È morto un poeta, pensai invece io, citando con automatismo pavloviano, l’orazione funebre estemporanea e disperata di Alberto Moravia ai funerali di Pier Paolo Pasolini, un monito rivolto alla ferocia bigotta della società che scaturiva però dal nucleo bruciante di una fraterna amicizia: «Abbiamo perso prima di tutto un poeta e di poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto dentro un secolo! (…) Il poeta dovrebbe essere sacro!». Era il poeta-vate, il poeta che indica la via. Anzi, il Poeta con l’iniziale maiuscola (ribadita, per certi versi, in quel triplice, ossessivo PPP). E invece proprio quel giorno di novembre del ’75, Pasolini, che Raboni aveva definito appunto poeta «nel cinema come nel teatro, nella pubblicistica come nel romanzo – in tutto, sarei tentato di aggiungere, assumendomi la non lieve responsabilità dell’ipotesi, tranne che nelle poesia», cominciò a non-morire, a deambulare per le patrie lettere come un rimprovero disincarnato, paradigma e misura fantasmatica di ogni indignazione. È morto un poeta, pensai, così qualche giorno dopo in una splendida giornata di settembre, decisi di andare – o meglio strisciare – ai funerali che si sarebbero svolti nella basilica di Sant’Ambrogio.

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