La madre di tutte le malattie

Nel 2010 più di sette milioni di persone nel mondo sono morte di tumore. Circa il quindici per cento dei decessi. È con queste cifre, un vero e proprio bollettino di guerra, che si apre il monumentale libro di un oncologo americano di origine indiana dedicato alla madre di tutte le malattie. Un’opera che è prima di tutto un mosaico di storie, a volte insolite, altre ancora conosciute, sempre drammatiche. Una serie di tappe esaltanti e crudeli in cui non esistono comprimari: anzi, proprio come in un romanzo corale, qui tutti sono protagonisti.

Con L’imperatore del male. Una biografia del cancro (Neri Pozza 2011, 730 pp., € 18,00, traduzione di Roberto Serrai), Siddharta Mukherjee si è aggiudicato il Premio Pulitzer per la saggistica – forse la più prestigiosa onorificenza letteraria americana – e l’inserimento nella lista del “New York Times” con i dieci migliori libri dell’anno. Chi l’avrebbe detto non molto tempo prima quando, dopo un paio d’anni da borsista al Massachusetts General Hospital di Boston, il giovane ricercatore si ritrovò a porsi una serie di domande angoscianti, nate dall’osservazione diretta di aspettative e sofferenze sul volto dei pazienti.

Dov’era cominciata questa storia? Per capirlo bisognava fare un lungo passo indietro.

Nel 1862, un mezzo truffatore e sedicente egittologo acquistò o forse sgraffignò un papiro da un antiquario di Luxor. Il papiro venne datato al diciassettesimo secolo a.C., classificato come la trascrizione (piuttosto frettolosa, a dire il vero, visto che era zeppa di errori) di un manoscritto risalente addirittura al 2500 a.C., ma fu tradotto solo nel 1930. A quanto pare conteneva gli insegnamenti di Imhotep, un medico egiziano vissuto intorno al 2625 a.C., un po’ visir e un po’ neurochirurgo, mezzo architetto e mezzo astrologo. Un personaggio di stampo quasi rinascimentale, avvicinato perfino dai greci alla grandezza di Eusculapio. Anzi, più che lezioni, la pergamena conteneva la semplice descrizione di quarantotto casi. Malattie, in breve. Con tanto di diagnosi, anamnesi e prognosi. Era nel caso numero quarantacinque che Imhotep raccontava un episodio di problemi “al petto, rigonfiamenti grossi, diffusi e duri; toccarli è come toccare una palla di stracci”. Erano paragonabili a un frutto acerbo, continuava, “freddo e duro al tatto”. In tutta probabilità si trattava della prima descrizione di cancro al seno. Ogni altra malattia era seguita da un’ipotesi di terapia, per quanto sommaria. Solo nel caso quarantacinque Imhotep taceva.

Ci sarebbero voluti altri duemila anni per ritrovare qualcosa che potesse assomigliare al cancro: nelle Storie, risalenti al 440 circa, Erodoto raccontò la figura di Atossa, moglie di Dario e regina di Persia, che si accorse di un nodulo al petto, forse causato da una forma maligna di cancro al seno. La sua reazione, racconta lo storico, fu di trincerarsi dietro al silenzio e alla solitudine, nascondendo il corpo per la vergogna.

In realtà erano testimonianze ambigue, forse inaffidabili. Sembrerà assurdo ma per arrivare al primo caso accertato di cancro nell’antichità bisognava tornare avanti nel tempo, fino a pochi anni fa. Nel 1990 furono analizzati i resti mummificati di un’intera tribù, rinvenuti in un sepolcro vecchio di mille anni nel deserto peruviano di Atacama. Un paleopatologo “visitò” a distanza di ere una donna sulla trentina, trovata seduta in una tomba d’argilla, riscontrando una “massa bulbosa” sotto l’ascella. La diagnosi fu di osteosarcoma.

I casi antichi, in sostanza, si contavano sulla punta delle dita. Ma perché?

Proprio da qui bisognava partire per ricostruire la vicenda di una malattia che è considerata strettamente moderna per un motivo tanto semplice quanto inquietante: per imporsi statisticamente ha dovuto aspettare che l’essere umano allungasse l’aspettativa di vita e che la malattia trovasse una propria identità. Il crudele paradosso della “bile nera”, come lo chiamava Galeno, è questo: solo con il progresso della civiltà ha guadagnato una visibilità che l’ha resa, appunto, “l’imperatore del male”. Eliminate le altre cause di decesso, ecco emergere un antico morbo connaturato alla società, che genera un macabro controsenso: “Se cerchiamo l’immortalità,” chiosa mestamente l’autore, “in maniera alquanto perversa, la cerca anche la cellula tumorale”.

La contraddizione insita in quello che Ippocrate in greco aveva battezzato karkinos, per la somiglianza a un “granchio”, ha stimolato questo oscuro ricercatore dal nome tanto rasserenante (e incongruo, visto l’argomento trattato) a esplorarne la biografia per restituirci il senso di una battaglia dolorosa e avvincente. La medicina comincia con un racconto, scrive. E così, con sguardo analitico ma sempre compassionevole, Mukherjee riporta una vicenda di errori e scoperte, di eroi inconsapevoli e involontari sacrifici. Accantonati Imhotep e Erodoto, si va dalla chirurgia radicale praticata da William Stewart Halsted nell’Ottocento ai primi rocamboleschi tentativi con i raggi X, dalle scoperte di Paul Ehrlich sul passaggio nell’uso dei coloranti dai tessuti alle cellule viventi fino agli esiti inaspettati dell’agghiacciante bombardamento di Ypres, passando per il ruolo di un bambino soprannominato Jimmy nella raccolta fondi che fece uscire la malattia dall’oscurità e diede il via all’intervento della politica e all’impegno verso la prevenzione. Non manca un ruolo italiano, grazie alle pagine su Gianni Bonadonna e Umberto Veronesi, che nel 1973 all’Istituto dei Tumori di Milano diedero un contributo più che rilevante alla ricerca, avviando un trial per studiare gli effetti della chemioterapia adiuvante sul cancro al seno allo stadio iniziale. Un esperimento riuscito che, in un momento di profonda spaccatura tra chirurghi e chemioterapisti, sbalordì la comunità scientifica.

Eppure la storia di questa malattia non è solo quella dei medici, “gettati nella confusa prima linea della medicina oncologica, a fare giochi di prestigio con le combinazioni di farmaci più tossiche e futuristiche possibili”, ma è anche quella dei pazienti che si battono e sopravvivono, passando da uno stadio della malattia all’altro. “La capacità di recupero, l’inventiva, e la volontà di sopravvivere” racconta Mukherjee “sono qualità riflesse, che emanano dapprima da chi lotta contro la malattia e solo dopo sono rispecchiate da chi cura la malattia”. Sommersi, salvati e salvatori sembrano tutti tendere a un unico fine. Invisibile, eppure onnipresente.

Forse per questo, quando l’autore del libro va a trovare – in mezzo a un paesaggio mozzafiato di laghi cristallini e betulle a perdita d’occhio, in un angolo remoto del Maine – una dei pochi pazienti sopravvissuti molti anni prima a una terapia sperimentale, lei riesce solo ad ammettere il senso di colpa: “Non so perché meritassi la malattia, ma non so nemmeno perché abbia meritato di guarire”. Quella donna forse non conosceva il significato di una parola che ha unito la propria storia a quella del cancro: onkos, che in greco voleva dire “massa” o “carico”. Quel peso, passato di mano in mano come una terribile fiaccola, è il protagonista di un racconto che riguarda la sopravvivenza di tutti. La nostra, come quella della regina Atossa, migliaia d’anni fa.

(Questo mio articolo è uscito qualche mese fa sul Corriere della Sera.)

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