Povere ragazze dell’Olgettina

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Povere ragazze dell’Olgettina,
una periferia senza scampo
e anche senza campo
di casermoni rossi
tutti uguali, appartamenti
minimal – legge il dépliant –
finestratura ampia, balconi
rotondi, parquet di pregio,
accanto a un ospedale
dove la gente muore
davanti a una trasmissione
di Gerry Scotti.
Povere ragazze dell’Olgettina
con le labbra gonfie di lavoro,
il seno traboccante di contratti,
le natiche in attesa
di un obiettivo qualsivoglia,
lo stacchetto come unico Dio
oltre la vaga promessa di un ministero
a tempo determinato.
Povere ragazze dell’Olgettina,
che si avvicinano ai microfoni
così indifese, così indignate,
che scelgono Dio, patria, famiglia
come tatuaggio sull’inguine.
Povere ragazze dell’Olgettina,
che arrancano con in mano
il cellulare despota,
croce e delizia, appiglio
ormai farinoso,
una placca lucida
retta come un vassoio,
dove ti ascolta il pubblico
ministero: mistero
delle intercettazioni.
Povere ragazze dell’Olgettina,
i vicini non vi vogliono
bene. Marysthel di
Colorado Café: “Ma
dove andrò con i miei
bambini?” Già, dove
andrà, dove andrà?
E dove andranno Imma,
Elisa, Ioana, Iris? Dove
la ragazza della Fattoria 4,
dove la schedina, la velina,
la letterina, l’olgettina, la
signorina, la marocchina,
la nipotina, la donna
diminutivo e diminuita?
Dove andranno?

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