Le cento vite di Nemesio

cop-def-nemesioEccoci qua. Domani esce Le cento vite di Nemesio per la casa editrice e/o (“Quella di Elena Ferrante,” com’è ormai comodo dire al biscugino per chiarire). Che cos’è questo libro, dunque, a parte ogni momento libero degli ultimi anni? Di tanto in tanto qualche amico, per colmare il momento di stanca alla terza birra media, mi chiedeva di che trattava il romanzo. Rispondevo cose evasive, del tipo: “È una storia, capisci?, una bella storia”, “Bah, è una grande avventura”, “Sì, un’avventura”, “Piuttosto ampia”, “Una storia, sai, con dei personaggi”, a volte ricorrevo perfino all’orrendo “È una storiona” (che sembra la femmina di un pesce). Insomma, qualsiasi giro di parole utile a chiarire in tono vagamente querulo: “Te lo giuro, non è la solita pippa intellettualoide per addetti ai lavori”. E in effetti non sapevo bene come giustificare questa scorribanda lungo il Novecento, se non con il detestato ricorso alla bontà delle storie e della narrazione. La trama si fa da sé, i personaggi fanno quello che vogliono, e altre scemenze. Balle, si fa una gran fatica, ma è stato singolare scriverlo, vederlo crescere, fare la pipì dappertutto, volerlo strozzare, volergli molto bene. Ad ogni modo è effettivamente una grande avventura (cinquecento pagine, chiedo scusa fin da ora), racconta di un padre ingombrante e di un figlio remissivo. Il primo – centenario – è stato un grande pittore del secolo scorso; il secondo – trentenne – lavora come maschera in un museo: nel corso di una settimana e di un secolo, il figlio rivivrà le cento vite del padre in una serie di situazioni picaresche che lo porteranno a… Niente, sto già scimmiottando i finti blurb e le quarte di copertina (quella di Nemesio è qua; nella cartella stampa si raccontava di un “grande romanzo, italiano e postmoderno”: riguardo a grande e postmoderno non metto la mano sul fuoco, ma di sicuro è italiano). Dicevo, è una storia lunga. Ci sono Billy Wilder, una mondina attraente, Filippo Tommaso Marinetti, un bambino che non cresce, un partigiano che non ricorda, diverse iniziazioni, una poetessa greca di nome Marakela, un cimitero di materassi, qualche guerra, parecchie situazioni ridicole, un secolo. Una bella avventura. Un’avventura, sì. Sì, guarda: è proprio una storiona.

Spero che ti diverta.

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In un palmo d’acqua, in un palmo d’aria

cop.aspxParecchi anni fa arrivò la telefonata di un editor che mi proponeva di tradurre uno scrittore mai sentito prima. Gli chiesi di mandarmi il manoscritto e cominciai a leggerlo subito. Era una stampata senza una fotografia e non avevo nemmeno googlato il tizio. Il romanzo parlava di un professore e di una pittrice in crisi, raccontati dal punto di vista di un bambino piccolissimo, genio inverosimile in grado di leggere Greimas e di fare giochi di parole intorno a tutto lo scibile immaginabile. Mi stavo divertendo come un pazzo, quando a un tratto, dopo almeno cento pagine, il bambino si riferiva in modo imprevisto al colore della sua pelle e all’improvviso feci un sobbalzo. Non l’aveva specificato in nessun punto, ma la famigliola che per pigrizia avevo immaginato bianca era in verità nera, così come nero era il protagonista. Lì l’autore aveva messo una nota, che più o meno recitava: “Ah, fino ad ora avevate creduto che io fossi bianco?”. Era la prima volta che un autore giocava in modo così abile con il mio ruolo di lettore. Accettai la traduzione. Il libro s’intitolava Glifo, fu un discreto successo e io mi occupai in seguito di altri cinque suoi romanzi.

Non so dire che cosa abbia voluto dire per me lavorare su Percival Everett. Tradurlo è stato un divertimento, una fatica, un atto d’amore, una rivelazione, un inferno. Ma non solo. In quell’equilibrio sospeso e insolito che attraversa tutta la sua opera, tra sperimentalismo e tradizione, tra umorismo e tragedia, ho trovato una mia strada, qualcosa che mi parlava di quello che avrei voluto scrivere io (con risultati senz’altro più incerti e mediocri). In sintesi, parlava di me, parlava con me: grazie ai giochi linguistici, all’umorismo talvolta demenziale, alla nota cupa accostata a quella leggera, al porre questioni e non dare mai soluzioni, al piglio divertito con cui affrontava i problemi. Diversi passaggi dell’Unico scrittore buono è quello morto non sarebbero mai nati (o comunque non sarebbero nati così) senza l’attraversamento, parola per parola, di quei sei libri.

Adesso Percival Everett torna nelle librerie italiane con una nuova raccolta di racconti: In un palmo d’acqua (Nutrimenti, pp. 190, € 17). E di nuovo, nonostante le tante pagine che ho scritto su di lui, sono qui a chiedermi cosa mi piaccia tanto della sua scrittura, perché faccia sempre il suo nome quando mi chiedono qual è lo scrittore che ho tradotto a cui mi sento più vicino. Qui il lato più temerario del suo stile è accantonato in favore di una grande linearità. La pagina è piana, le storie semplici, per quanto vi sia sempre un tremito sottotraccia, una vibrazione nascosta che da un momento all’altro potrebbe slogare la sintassi o far apparire, come in Deserto americano, un uomo senza testa in grado di camminare e parlare (e qui, in effetti, appare). Anche quando è pulito, Everett lo è solo in modo apparente e tradurlo non è per nulla facile. Ha un rapporto conflittuale con il linguaggio, anche quando lo tiene a bada. Vi si avvicina come i suoi personaggi si avvicinano ai tanti cavalli che popolano i suoi romanzi: ci vuole rispetto, equilibrio, perché da un momento all’altro potrebbe capitare qualcosa d’inconsueto e un po’ vogliamo che accada (la paura è desiderio). L’esitazione compare anche nei dialoghi. Anni fa ho chiacchierato un po’ con Percival Everett. Eravamo alla Fiera di Torino, avevo appena tradotto un suo libro e ci siamo messi a scambiare un po’ di idee intorno alle cose che aveva scritto. È stato buffo. Lui era gentile, comprensivo, ma alla lunga, dopo avere esaurito tutte le osservazioni pseudobrillanti che avevo da sfoggiare, è sceso un silenzio che mi è risultato stranamente familiare. Spesso nei suoi libri, all’improvviso, due persone non hanno più niente da dirsi. Hanno chiacchierato un po’, si sono rimbalzati qualche riflessione, a volte piacevole altre volte guardinga, poi è finita, non c’è più niente da raccontare e restano lì un po’ impacciati. Sembrano rimpiangere di non essere in compagnia di un cane o di un cavallo o di un qualsiasi animale muto, governabile, saggiamente tacito davanti al mondo. E allora eccomi lì, a Torino, in quel silenzio, sprofondato nella poetica dell’autore che avevo appena tradotto. (Sono contento che, con Letizia Sacchini, Everett abbia trovato una nuova voce equilibrata, attenta, precisa. Seguire ancora uno scrittore tanto amato grazie a una traduttrice così sapiente è confortante.)

Che cosa c’è in questo nuovo libro? Ad esempio c’è un racconto dove un ragazzo deve superare il lutto per la morte della sorella, o forse non deve superare niente, forse vuole solo essere lasciato in pace. Dai genitori e da una psicologa e dal pensiero che si debba sempre fare qualcosa. È un racconto che ha una strana qualità onirica, non succede quasi niente, forse deve apparire un orso ma non appare, forse compaiono due alci ma è un attimo, forse guizza un pesce enorme. Mentre leggevo, pensavo che una delle qualità di Everett è questo continuo assestarsi in una terra di nessuno, a metà strada tra la vita e il sogno. Spesso nei suoi libri, un personaggio appoggia per un momento il capo da qualche parte e sprofonda in una narrazione diversa, plausibile e allo stesso tempo impossibile, come tutte le narrazioni. È lì che Everett trova un contrappeso, nella terra dei sogni, delle parole e delle immagini sempre evanescenti eppure così profondamente innestate nel nostro cuore, che poi in un attimo, con una chiusa fulminea, ci abbandonano, e il racconto – il sogno – è terminato.

Alcuni racconti sono compiuti, finiti, definiti. In altri sembra di vedere un unico episodio di una serie tv, un pilota, un unicum vacuo e abbandonato, ed è bello: hanno trovato delle vacche morte, un uomo vuole truffare un’assicurazione, c’è uno sceriffo stanco e scettico, una famiglia assassinata in un ranch, un uomo impazzito, che cosa accadrà?, che cosa ne sappiamo?, saranno giusto un paio di colonne in cronaca?, un rigo in letteratura? Quando tutte le domande sono state fatte e nessuna ha trovato risposta, Everett si ferma sul volto di un uomo e sulla neve che vortica. Punto. È quel momento di sospensione che, inceppando la storia, costruisce la letteratura: che cos’è il senso di una narrazione se non l’attimo in cui l’episodio televisivo si fermava sul classico cliffhanger e compariva il nome dei produttori? Ma soprattutto: perché poi continuare?

E poi ecco una valletta inquietante trovata durante una cavalcata che ricorda l’aldilà, un indiano che assomiglia a un attore famoso, un personaggio irrintracciabile da cui sentirsi intimiditi (anche se non è chiaro chi minaccia chi), ecco un sogno miracoloso, ecco un terremoto. Il deserto è sempre lì, più o meno immutabile. Gli animali sono sempre lì, più o meno ammaestrabili. Sono gli esseri umani a risultare imprevedibili. Neri, indiani, bianchi, meticci, donne, uomini, bambini, adolescenti, umani.

Ho letto i racconti di notte, in un palmo d’aria afosa, e il passo di Everett ha la forza di rasserenarmi, anche quando ti mostra una famiglia uccisa a fucilate. C’è un ordine stolido nella sua pagina, che ricorda la vocazione di alcuni protagonisti a sistemare le cose, sebbene la moglie li abbia lasciati, il mondo vada a scatafascio e da un momento all’altro stia per succedere qualcosa di terribile, fosse solo un gioco di parole. Dietro ogni persona, c’è una piccola minacciosa alterazione del mondo. E dietro ogni storia semplice, c’è un mistero. Dietro le parole, il caos: noi.

 

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Il corvo sulla schiena

magazine1_3_672-458_resize(Qualche tempo fa una rivista mi ha chiesto di raccontare un’estate trascorsa in città e mi è venuta in mente la storia di un vecchio romanzo fallito, poi non se n’è fatto più niente, né dell’articolo e né del romanzo. Riposto il pezzo assolato e boccheggiante qui.)

 

 

Se penso a quell’estate, rivedo un corvo appollaiato sulla schiena.

In una vita precedente – un anno, un mese, un giorno fa: chi se lo ricorda – sono stato uno di quei grami individui che rimangono in città ad agosto non per indigenza, oh no, ma per vocazione. La solitudine mi aveva dispensato da leziose programmazioni di coppia, ma non dalla vanagloria. Così, dopo aver consegnato una traduzione di seicento pagine, invece di godermi un paio di settimane al mare, mi ero convinto di dover finire un romanzo a tutti i costi. L’orgasmo creativo, l’urgenza di scrivere, la pagina che chiama: tutte le definizioni possibili per dire “sono un coglione rimasto a casa nel mese più torrido del secolo”. Condominio, silenzio, canicola: c’erano tutti gli ingredienti per il giallo dell’estate ossia: chi ha ucciso il mio vacillante buonsenso? Nell’arsura buttavo giù pagine di getto, facendomi portare dal suono, oppure da un’onda, macché da una febbre, con la vaga idea di una struttura. Pensavo con Louis Aragon: “La trama, questa mania borghese” (e non c’è pensiero più borghese, infatti il popolare Truffaut raccontava storie, invece l’aristocratico Godard è ancora lì a chiedersi che cos’è il cinema). Lunghe sfuriate accompagnato dalla musica di Neil Young che mi lasciavano esausto, a tal punto che avevo cominciato a sentire un dolore terribile al centro della schiena: la pulsazione mi svegliava alla mattina, mi accompagnava nel corso della giornata, si assopiva sotto l’analgesico serale buttato giù con l’alcol (cioè l’alcol stesso), e tutto ricominciava da capo.

Il corvo, lo chiamavo.

Idea per una nevrosi: Milano era la sua città e lo sarebbe sempre stata. Anche perché non trovava mai l’imbocco della tangenziale giusta.

I locali chiudevano uno ad uno, sottraendomi terreno da sotto i piedi, in uno stillicidio alcolico quasi struggente: prima un bancone adorato, poi un amato sgabello, in un giro di incontri tra individui stralunati, storditi, sospiranti. Un chiringuito dalle parti dello stadio, un pergolato vicino alla Martesana, un pub in Città Studi, il locale dietro Cordusio con l’aria condizionata, un bar in via Ripamonti dove preparavano un orrendo intruglio chiamato Martini Watermelon (l’amico alcolista trovava frivola l’anguria: bisognava pur aggiungerci un veleno): ad ogni tappa una persona che partiva e un locale che chiudeva.

“Quando ci salutiamo?”

“Non lo so. Quando parti?”

“Non lo so. Ma quando ci salutiamo?”

“Non lo so. Quando torni?”

“Domani.”

“?”

Sopra i trentasette gradi, è tutto un Harold Pinter.

Sembravamo anime in pena che si guardavano senza parlare, come in un sogno così banale da aver bisogno se non di un editing almeno di un ventilatore. Si accendevano i baracchini, oasi corrusche sulle circonvallazioni, con uomini soli in sandali e borsello che si detergevano la fronte dall’abbandono. Un giorno dopo l’altro, svaniva l’idea che qualcuno da chiamare ci sarebbe sempre stato, scendendo inesorabile verso la voragine di Ferragosto, dove ad attendere c’era il vuoto – oppure il gran chiasso dei Navigli.

Perdevo i punti di riferimento, come in un lungo, inutile congedo che ogni mattina mi lasciava un mal di testa funebre (non c’è niente come un hangover estivo senza aria condizionata per farti percepire la caducità dell’uomo) e il ritorno del corvo – dell’ispirazione – sulla schiena, appollaiato sui rami delle costole. A un certo punto il dolore tra le scapole era diventato così insopportabile da costringermi a intercettare un amico medico in partenza, che mi aveva prescritto al volo un potente antidolorifico. Quoth the raven: nevermore! E invece perdurava. Era un presagio? Era un segno? Mi sembrava appropriato considerarlo un’indicazione di intensità insostenibile. La colonnina di mercurio del talento. Ricordavo il frammento in cui uno scrittore, nella stesura della sua opera più sofferta, era andato dal medico e costui gli aveva intimato di smettere subito di fare quello che stava facendo, qualsiasi cosa fosse: rischiava la vita. Che meraviglia, pensavo, anche io sto guastandomi il cuore o i polmoni con la forza della scrittura! Il caldo, oltre a spingere i matti a fare a pezzi la mammina per dare un senso al freezer, esaspera le velleità, convincendoti di essere un grande romanziere invece di un uomo che ha bisogno di un pediluvio. Ogni mattina, con il tremito alla fronte di cui parlava Kafka e il corvo sulla schiena di cui parlava la mia megalomania, mi accingevo a scrivere nel silenzio della città inquinata, su cui aleggiava l’alito fetido dei pm10, come se Dio avesse digerito male l’anno.

Idea per un libro: in una mattina di calura la città si sveglia e al posto della Madonnina, in cima alla cattedrale, trova la segretaria della Kores, quella che eternamente batteva a macchina imprigionata nell’insegna luminosa dall’altra parte della piazza. La chiamano Marco.

Smaltiti amici e conoscenti e sconosciuti, ero rimasto ostaggio della città onirica. La rarefazione delle persone e dei pensieri andava di pari passo con l’ispessimento dell’aria. I giorni – da brevissimi, per l’affanno del lavoro e dei saluti – si erano aperti in un delta malsano e immoto. Agosto, dopo l’arroganza di luglio, si era affacciato timidamente e man mano aveva guadagnato coraggio, non trovando alcun ostacolo, per poi fermarsi lì stranito come l’esercito napoleonico arrivato in una Mosca deserta. E io, come il Pierre di Tolstoj, ogni giorno esploravo gli abissi pulviscolari della città e dell’io, senza arrivare a uscirne.

Quando mi stufavo del libro, me ne andavo a zonzo. Il labirinto del romanzo in progress trovava un doppio in quella metropoli senza un negozio aperto, dove vagare in preda al capogiro: l’inferno è vuoto. Ci si muoveva come in un acquario bollente, a tratti sembrava di essere rimasti soli ed era vero. Il calore saliva a far tremolare l’aria come nel deserto, ma al posto di Lawrence d’Arabia, appariva in lontananza un pensionato con la canotta “Livin’ la vida loca” o un cane stracco che aveva saggiamente abbandonato la famiglia imbottigliata nel traffico dell’autostrada. Controra, meriggio, silenzio: baluginava il barbaglio di un tipo strano al quarto piano, che faceva la gibigianna con uno specchietto; friniva il cicaleccio della tizia sciroccata nella scala B, abituata a parlare da sola; si trovava parcheggio con una facilità che aveva un che di amaro. Distesa estate psicotica.

Nei parchi i sudamericani preparavano eterni barbecue superando la giornata a colpi di birra tiepida e salamelle. Avevo provato ad andarci con un telo e un buon libro. Dopo venti minuti di merengue e senso generale di spaesamento (tendo a sentirmi a disagio senza calze a più di dieci metri dal mare, inoltre avevo una gran voglia di mandare el médico de la salsa all’ospedale), mi ero alzato ed ero tornato nel mio borghese sottotetto. Lì, come in tutti i momenti di abissale depressione, colmavo il silenzio della città ascoltando Neil Young e in particolare, con scelta stupidamente autodileggiante, quello strazio che è “On the Beach”, canzone che mi ossessionava, vuoi per il tappeto blueseggiante dove il nostro scorticava i gattini delle sue corde vocali, vuoi per il testo un po’ ridicolo. “Ora vivo sulla spiaggia / eppure quei gabbiani sono ancora irraggiungibili”: solo i tossici e i Ricchi e Poveri sono in grado di rendere sublime la banalità. Ero spiaggiato in una casa infuocata, ascoltavo quella canzone in repeat e provavo a scrivere contro l’opinione del ventilatore che – lento, persuasivo – continuava a scuotere il capo. Gabbiani distanti, piccioni malati teneramente vicini, corvi sulla schiena simili al prurito che non riuscirai mai a grattare. Tutti uccellacci del malaugurio.

Idea per un romanzo: alla fine dell’estate tutti quelli che sono partiti per le vacanze decidono di non tornare. La città rimane deserta. In centro spuntano ovunque le erbacce, gli animali tornano a popolarla, uno scrittore distratto non s’accorge di nulla e continua a lavorare su quel maledetto incipit.

Ad agosto, nella via dov’ero cresciuto, i portinai sistemavano un tavolino in mezzo alla strada con quattro sedie e passavano la giornata a giocare a carte, come quattro Calindri nella città logorata. Ora non era più possibile. Un po’ perché Milano non si svuotava come un tempo, un po’ perché nel mio gabbiotto c’era un indiano, in quello accanto un ecuadoregno e così via. Tra di loro parlavano due italiani diversissimi, per accento e intonazione, e alla fine preferivano starsene da soli. Il mio si piazzava sul seggiolino in quel rapporto speciale e saggissimo che hanno gli orientali con il vuoto e il caldo: meglio non muovere un muscolo, meditare fino al prosciugamento, lasciarsi portare via dal Tempo. In una goccia di sudore, c’è tutto Krishnamurti.

Nel tardo pomeriggio attraversavo quell’aria di burro per andare a sgranocchiare un ghiacciolo. Mi nutrivo quasi solo di liquidi: alla mattina il latte freddo con i cornflakes, a mezzogiorno il melone, al pomeriggio il fiordifragola, alla sera l’alcol. Cercavo di compensare la compattezza di quel grigiore assolato. Quando ti sembra di avere capito tutto di quell’astrazione che è l’asfalto di Milano, ecco che l’estate ti illumina di nuove prospettive, facendo emergere il piombo ancora più di prima, se possibile: sfondo, amalgama dei palazzi e delle cose e delle persone, distesa morbidissima di catrame, sabbie mobili dove i motorini affondano lentamente, tela per gli arabeschi fetidi delle pisciate, l’asfalto è la quintessenza milanese, la sua naturalezza. Non vorrai addolcire un angolo di cemento con un vezzoso alberello rinfrescante? Lasciamoci il nulla: uniforme e monotono, il bitume è lo zen di cui i lombardi si sono dotati, il momento di equilibrio a cui ritornare e a cui porre mano. Non a caso d’estate la città diventa un gigantesco cantiere. Il corpo anestetizzato dal caldo va ricucito, riassestato, rimesso a nuovo. Vagavo per le zone deserte e vedevo eroici omini a torso nudo, cotti dal sole e disorientati dai fumi, stendere catrame, aprire e chiudere buche. Sono come me al lavoro sulle viscere del romanzo, avevo pensato in preda a un colpo di sole, prima di scappare perché uno di loro mi aveva letto nel pensiero (o negli occhialini tondi) e mi stava inseguendo per prendermi a pedate e invitarmi a chiudere la buca, possibilmente con me e il suddetto romanzo – il corvo – sarcofagati dentro.

L’esilio in città generava un’intimità sorprendente, non sempre gradevole. Uomini in slip sul balcone, corpi madidi sugli autobus, le gambette da pollo di una nonna che si nutriva di mangime per polli. I pochi amici rimasti ti confidavano segreti che speravi di dimenticare al più presto e se incontravi una ex bastavano pochi minuti per ritrovarsi in calore e poi smarrire l’episodio come se non fosse mai avvenuto. L’aria era satura di eros, la nudità di una doccia insieme era un’ovvietà, “Toh guarda, hai un beccone su un seno”. Si andava a letto per spossatezza, sembrava che Milano volesse instaurare quel “neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio” che auspicava Luciano Bianciardi: la carne fluttua, lo sfinimento è amore.

Al cinema c’erano innocui horror guardati da nerd cittadini o pericolosi film d’autore con esibizionisti a due poltroncine di distanza. Alcuni quartieri diventavano un De Chirico, altri restavano il Sironi che erano sempre stati. Unreal City: allucinazione, spossatezza, asfissia. Perfino le fontane si struggevano per qualche turista idiota che si buttasse dentro a rinfrescarsi, ma il turista a Milano è un milanese che “quest’estate gioco a fare il turista”, truffatore e gonzo in una sola persona.

Di notte percorrevo le circonvallazioni prostrato, con un braccio tamarro fuori dal finestrino a saggiare l’esistenza dell’aria, ai lati le prostitute sfaccendate lucide di sudore e i balordi in canotta che raccattavano una mezza cicca da terra, e mi chiedevo: ma se “someday a real rain will come down and wash all this scum off the streets”, allora Travis Bickle votava Lega? Al ritorno spegnevo tutte le luci e mi sdraiavo a letto. Trovavo la casa scaldata come un forno e provavo a respirare, ascoltando “On the Beach” al buio, perché teneva lontane le zanzare dei pensieri e mi dava un senso di pace. Di norma l’uomo abbandonato in città consulta i social network alternando l’isteria alla noia, la compulsione alla lussuria. Ogni foto su Instagram come la proverbiale goccia cinese scava un buco nella percezione dell’Io: che ci faccio qui? Perché scrivere un romanzo ad agosto? E quel #beachbraggie sarà attendibile o grazie all’angolazione non si vede la cellulite? Inoltre: come cazzo parlo? Ma per fortuna allora l’unico social network erano gli accordi in minore di Neil Young: “All my problems are meaningless / but that won’t make them go away”.

Idea per un diario: un uomo gira in Vespa per Milano deserta, accompagnato dalle musiche di Keith Jarrett. Si trova sotto un acquazzone estivo, si becca due multe, scivola sul pavé. Alla fine sbotta: “Milano, pensavo meglio”. Mette la Vespa sul cavalletto e rimane.

Ferragosto si avvicinava e i navigli attendevano, sornioni. Un po’ per snobismo e un po’ per coerenza, non li avevo mai amati. Abbiamo scelto il brutto: non sbrachiamo così, al primo riflesso della luna sull’acqua della darsena. Eppure, come un maelström, la città vorticava in quella direzione e, per quanto continuassi a remare, barca controcorrente, venivo risospinto senza posa verso un apericena solidale vegan con musica ambient. Puntuale, quella sera ero finito lì: sembrava proprio di stare sui Navigli a Ferragosto. Locali strapieni, le code per fare uno scontrino e alla fine era pure venuto a piovere. Ubi solitudinem faciunt, movida estiva appellant. O anche, per restare al mio social-neil: “I need a crowd of people / but I can’t face them day to day”.

Un minuto dopo la mezzanotte del quindici, la città era già mutata e cominciava la deriva verso settembre. I naufraghi sparivano, l’isola non era più deserta. Vedevo le macchine ricomparire, ogni giorno cinque o sei in più. Arrivavano le prime telefonate. Un senso di malinconia e spossatezza emanava dai palazzi, dalle strade, da me. Mi sembrava di non avere mai visto quella stagione insolita, durata pochissimo e anche un’eternità: un pugno di giorni intorno al giro di boa, un’orbita infinita di lancette immobili. Pagine e pagine da scrivere e riscrivere. Agosto è un mese fasullo, un varco spaziotempo senza niente dall’altra parte, un’oasi rovesciata, una promessa cronicamente disattesa. A ritroso, avrei ripercorso tutti i bar che riaprivano, insieme agli amici che tornavano. Con una nuova traduzione – solida, nitida – da affrontare, la città onirica si stava dissolvendo come un miraggio. Ma non il corvo, appollaiato sempre lì, mentre arrivavo alle ultime pagine del romanzo. A mo’ di epilogo, e di ciliegina sul pasticcio, ero andato a farmi controllare quella benedetta schiena, finendo – vista l’assenza del medico di base – da uno strano tizio di origine asiatica: si chiamava qualcosa tipo Mujaddin, era tarchiato e stranito, aveva i capelli di Paolo Limiti e un ambulatorio dove le mosche superavano in numero i pazienti. Con tono pragmatico e accento incomprensibile, il dottor Mujaddin mi aveva spiegato che quel grumo dolente scambiato per tremore, vocazione, creatività era dovuto solo alla mia poltrona da due soldi.

“Tutto qui?”

“Già.”

Lì avevo intuito che il romanzo non sarebbe mai uscito dal cono di luce d’agosto.

“Addio meraviglioso, crudele corvo.”

“Prego?” aveva chiesto il dottore.

“Dicevo: quanto le devo?”

L’estate era finita.

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Ciao Eugenio

chi_0Una decina d’anni fa mi venne proposto di partecipare a un pugilato letterario, un format inventato da un ragazzo sveglio per rendere più fruibili faccende barbose come la poesia e la letteratura: due scrittori si confrontano su un tema (un classico o un bestseller, è lo stesso) nell’arco di sei round e il pubblico vota qual è stato a suo giudizio il più convincente. Bordate retoriche e uppercut stilistici su Flaubert, Dan Brown, Pinocchio. La prima volta, ricordo, mi battei con un poeta che mi sembrò non poco stizzito davanti al mio finto rinvenimento di un sonetto inedito di Baudelaire in cui il buon Charles, preveggente, insultava sia me che l’altro pugile.

Mi accorsi che la formula funzionava, ma il quid in più era l’arbitro, un omone dalla voce tonante, vestito in camicia bianca e papillon, come un vero giudice da ring, con tanto di campanella. Si chiamava Eugenio Canton, era di origini friulane, aveva una meravigliosa risata guascona e da allora non so quante volte ci siamo rivisti per incontri di ogni genere, dalla biblioteca di un oscuro paese sardo alla sala strapiena del festival di BookCity, da un confronto senza esclusioni di colpi sul Giovane Holden a un acerrimo match su 50 sfumature di grigio (che io difendevo, con suo grande spasso).

Nel corso di questi dieci anni, abbiamo viaggiato spesso insieme, per eterni percorsi in treno fino a Campobasso e sghembi tragitti notturni a caccia di una biblioteca sperduta chissà dove. Si chiacchierava di libri, di autori, di vita e di tante altre cose. Era un omaccione d’altri tempi, con due occhi vispissimi e una voce tonante che catturava subito l’attenzione e faceva un po’ tremare le fondamenta della biblioteca. Mi presentava sempre con un “alla mia sinistra, dall’invidiabile chioma…”.

Si vedeva che era un attore consumato e mi aveva raccontato senza compiacimento del teatro di strada che aveva fatto negli anni settanta (era apprendistato), così come senza vergogna dei tanti spot girati in seguito (era lavoro). I film, i programmi televisivi, le letture di Dante. Insegnava, soprattutto, in una scuola elementare e non faticavo a immaginare il fascino esercitato sui bambini da un orco tanto dolce e simpatico. Non era solo la colonna del pugilato letterario, come sanno le tantissime persone che hanno assistito agli incontri, ma una persona curiosa e di una delicatezza rarissima (perfino verso la malattia, di cui parlava quasi scusandosi), dotata di un naturale talento per il palco e la recitazione.

Ciao Eugenio, sembra impossibile non sentire più risuonare la tua voce profonda, ma so che in tante sale, in tante biblioteche, e perfino nelle nostre teste vuote dalle invidiabili chiome, ne riecheggerà ancora un po’, a lungo.

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Mosca di sotto – The Towner

1375805461_Moscow Metro(Ho scritto una recensione-retroreportage di Mosca e del suo sottosuolo per The Towner.)

Nonostante fosse estate, del mio breve soggiorno moscovita ricordo soprattutto il buio, il sottofondo, il sottosuolo. Non tanto per imitazione dell’uomo dostoevskijano, il cui mal di fegato non avrei potuto eguagliare, quanto per una necessità sottoponente, una spinta a ritroso, un passo recondito inevitabile per aggirarsi nella capitale russa. In spregio ai romanzi dozzinali o ai film di spionaggio, che di norma ricorrono all’iconografia classica di una città gelida e innevata, avevo scelto quella stagione. In superficie faceva un caldo infernale, visto che agosto esiste anche lì, e non mi fidavo dei taxi informali. Prima della partenza ero stato messo in guardia riguardo alle auto disposte a portarti ovunque: a differenza di New York, dove i taxi non si fermano nemmeno a pagarli, a Mosca basta alzare un braccio e si ferma chiunque. In Italia mi avevano fatto il solito terrorismo: “Non hanno il tassametro”, “Ti portano chissà dove”, “Controlla i reni, quando scendi”. Mi avevano messo fin troppo in guardia contro la pericolosità generale di Mosca e invece tutto mi era parso tranquillo e la cosa più minacciosa, un po’ come nel centro di Milano, sembravano gli Hummer stupidi dai vetri oscurati, tuttavia, per iniziare, avevo scelto di ficcarmi in metropolitana. Fatto una prima volta, non riesci più a smettere. Come nota saggiamente l’autore del libretto che non mi accompagnò purtroppo in quel viaggio e che mi retrotrasporta ora scrivendo (Sparajurij, Viaggiatori nel freddo. Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura, Exorma, pp. 233, € 15,90), è inevitabile avere “l’impressione che la Russia abbia la tendenza a seppellire la propria bellezza e i suoi artefici. È accaduto coi poeti del Secolo d’argento, con l’arte astratta e con la letteratura del samizdat. E accade coi tesori che popolano il sottosuolo dove scorrono trecento chilometri di binari. La metropolitana di Mosca è il ‘Palazzo del Popolo’ – così la chiamano i cittadini – progettato e decorato dai migliori artisti dell’Unione Sovietica. Quarantaquattro delle quasi duecento stazioni sono considerate patrimonio culturale”.

E d’altra parte il tesoro è sempre lì che si trova: sotto terra.

(Continua a leggere su The Towner.)

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Tutto il mondo editoriale ne parla – IL

3244(Mi hanno chiesto di registrare le opinioni intorno al thriller erotico dell’anno e le ho trascritte per IL.)

Su un’arieggiata terrazza, nel corso di una serata qualsiasi, si parla del “libro dell’anno”, ossia di Maestra, di Lisa Hilton, edito Longanesi, traduzione di Giorgio Testa. Un giornalista – come un registratore dimenticato acceso o una booty call – si ritrova ad ascoltare le voci editoriali intorno al romanzo, venduto in 38 paesi del mondo e da poco lanciato in Italia.

Il gruppetto che trama

– L’ho letto e non sapevo bene cosa pensare. Il libro è discreto.
– Ma di che parla?
– Di una ragazza come tante, che lavora in una casa d’aste a Londra e, nonostante la preparazione, viene trattata come una stagista, nonché molestata. È giustamente incazzata. Arranca con i soldi e quindi arrotonda facendo la ballerina da Gstaad.
– Ah, Gstaad. Non è più quella di una volta.
– Infatti è un nightclub.
– Nemmeno i nightclub sono più quelli di una volta. Comunque, dicevi: ha una doppia vita.
– Tripla. Non le dispiacciono le orge. Adora scopare con gli sconosciuti.
– Pure io, per questo sono monogama da trent’anni.
– Vabbè. Quando viene licenziata, parte con un cliente del nightclub, ricco ma grasso, che l’adora e ama chiacchierare con lei senza fare altro. Vanno in Costa Azzurra.
– Ormai è in-vi-vi-bi-le.
– Infatti dopo avergli messo del sonnifero nel bicchiere per tenerlo a bada, il cuore non regge e se lo ritrova schiattato nel letto. Allora gli ruba i soldi e parte per l’Italia. Da lì comincia tutto un intrigo su quadri veri e falsi, speculatori finanziari, oligarchi uzbeki, yacht, Billionaire, sveltine in gommone, riviere di ogni genere, tutta una gigantesca vendetta per essere stata licenziata.
– Cioè, una specie di Mangia Scopa Odia?

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Intervista alla mia testa mozzata – Pixartprinting

testemozze_2-e1462167485809Ho letto un libro che mi ha fatto perdere la testa e così ho deciso di intervistarla. La testa, dico. Ci siamo momentaneamente staccati, separati in casa o in corpore vili.

MARCO Allora, come va?
TESTA DI MARCO Bene. Ho solo uno strano senso di leggerezza.
MARCO Non ti manco?
TESTA DI MARCO Neanche un po’.
MARCO Sei senza cuore.
TESTA DI MARCO Puoi dirlo forte. E non è nemmeno spiacevole.
MARCO Mi sento così ignorante e così innamorato di te.
TESTA DI MARCO Sei tutto cuore, piccolo corpicino sprovveduto.
MARCO Non solo cuore, bada…
TESTA DI MARCO Fermati lì, ti scongiuro. Inoltre lo sai bene che io sono tutto per te. Racconta il biologo evoluzionista Daniel Lieberman che quasi tutte le particelle che entrano nel corpo, per nutrirci o darci informazioni sul mondo, passano attraverso la testa, cioè io, e quasi tutte le attività sono legate a qualcosa che succede lì dentro. Ci sono quattro dei cinque sensi, ciccio.

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Contagio, pandemia, rassegnastampite

tumblr_o35bzspW0w1qjpgmeo1_500Sono uscite un po’ di recensioni al Piccolo dizionario delle malattie letterarie (Italo Svevo). Ne raccolgo qualcuna:

Qui Pierluigi Battista sul Corriere della Sera.

Qui Guido Vitiello sul Foglio.

Qui Mario Baudino sulla Stampa.

Qui Marco Belpoliti, su Tuttolibri della Stampa.

Qui Alfonso Berardinelli sull’Avvenire.

Qui Marilù Oliva sull’Huffington Post.

Qui Jacopo Cirillo su Finzioni.

Qui Luca Ricci sul Messaggero.

Qui Nicola Vacca su Satisfiction.

Qui Giulio Passerini su Panorama. E qui sul Dailybest.

Qui Marco Ciriello sul Mattino.

Qui Tommy Cappellini sul Corriere del Ticino.

Qui Tamara Baris sul magazine della Treccani.

E qui, in ordine sparso, quella di Raffaella De Santis su Repubblica, Luigi Mascheroni sul Giornale, e un po’ di altre.

E nemmeno io mi sento tanto bene.

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CÉLINE IN LOVE

5379721037_9e13ab4247_o(Ho scritto una recensione su Lettere alle amiche di Louis-Ferdinand Céline, Adelphi.)

… L’amore, già. E amoroso sapeva esserlo, come sa bene chiunque abbia letto il Viaggio al termine della notte e l’estremo commiato – dolcissimo, in un libro furibondo – con Molly: “L’ho abbracciata Molly con tutto il coraggio che avevo ancora nella carcassa. Avevo una gran pena, autentica, una volta tanto, per il mondo intero, per me, per lei, per tutti gli uomini. È forse questo che si cerca nella vita, nient’altro che questo, la più gran pena possibile per diventare se stessi prima di morire.” Ecco allora tornare in libreria, onerato dalla pena amorosa, il mostro strisciante, mellifluo, esilarato, l’angolo cieco del Novecento, come una bestia circondata dalle belle: di nuovo nel catalogo Adelphi, che già annovera la sua tesi di laurea (Il dottor Semmelweis), ma questa volta con una serie di carteggi sessuali e sentimentali, ossia le Lettere alle amiche, un interessante libretto a cura di Colin W. Nettelbeck, in verità pubblicato da Gallimard nel 1979 (traduzione di Nicola Muschitiello, pp. 257, € 15)…

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Piccolo dizionario delle malattie letterarie

Svevo_Rossari_OKMC1È appena uscito per la rinata Italo Svevo il mio Piccolo dizionario delle malattie letterarie (con una prefazione di Edoardo Camurri, pp. 60, 10 €), un catalogo di malanni tipici delle lettere. Inutile dire che io ce li ho tutti.

Qui un’anteprima sul sito del magazine del Sole 24 Ore, che ha ospitato qualche anno fa il primo vagito di questo libretto (grazie a Christian Rocca e ad Antonio Sgobba).

Qui un’altra anteprima sul sito del Libraio.

Questo un estratto della mia postfazione:

La letteratura è una malattia contratta nell’infanzia, quando il corpo è più gracile e indifeso (per non parlare della mente, vulnerabile e suscettibile agli stimoli). Tu sei lì, ancora imberbe, ed ecco che un padre o una madre o un amico, o magari perfino un pediatra, ti allungano un libro per distrarti e superare il morbillo o una brutta influenza. Salgari, Dumas, Roald Dahl. Morbo contro morbo, chiodo scaccia chiodo, omeopatia. E tu stavi così bene con il tuo videogame.

Funzionerà?

Lo apri, ad ogni modo. Leggi, ti piace, ti entusiasma. La scarlattina sarà anche passata, ma un altro virus è entrato nel tuo corpo. Non sei più lo stesso, vuoi leggere ancora, cerchi un altro farmaco (ma phàrmakon, si sa, voleva dire anche “veleno”). Passi ad altri scrittori, col tempo affronti i russi, Baudelaire, Neruda, quindi tutto il resto.

E poi, terribile degenerazione, vuoi provare a farlo anche tu. Sei pallido, emaciato, semitisico (fumi Gauloises senza filtro: fanno schifo, ma l’hai letto in un romanzo francese). Lo spirito imitativo ti ha posseduto: tremi di una febbre dostoevskijana (basta la parola “morale” a farti entrare in deliquio), vacilli per un male tolstojano (pensi a Dio, a volte non in termini lusinghieri), senti la vibrazione di Emily Dickinson (“As One does Sickness over
 / In convalescent Mind,
 / His scrutiny of Chances
 / By blessed Health obscured…”). Allora prendi la penna e, invece di chiedere aiuto a qualcuno, scrivi una poesia.

Sei spacciato?

Buona influenza.

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