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Quel brutto vizio di narrare

26795307(Ho recensito per il magazine del Sole 24 Ore il nuovo romanzo di Michael Chabon.)

«“È tutto tuo. Te lo regalo. Quando non ci sono più, scrivilo. Spiega tutto. Mettici un significato. Usa un mucchio di quelle tue fantasiose metafore. Sistema tutto quanto nel giusto ordine cronologico, mica come il guazzabuglio che ti sto propinando io. Comincia con la notte della mia nascita. Il 2 marzo 1915. Quella sera c’era un’eclisse di luna, sai cos’è?”

“Quando l’ombra della Terra colpisce la luna.”

“Molto significativo. Sono sicuro che sia la metafora perfetta di qualcosa. Comincia da lì.”

“Un po’ scontato,” ho detto.»

Forse i posteri racconteranno del momento preciso nella cultura (letteraria) occidentale in cui l’invenzione non è più bastata. Accadde, diranno al nipotino davanti al fuoco, che ogni lettore provò un tic fastidioso: davanti a un’opera d’immaginazione domandava cosa ci fosse di vero e davanti a ogni opera ispirata a fatti realmente accaduti chiedeva cosa ci fosse di falso. Insomma, il romanzo senza il pettegolezzo non piaceva più, ma anche il memoir senza un intorbidimento delle acque aveva rotto i santissimi. Ecco che a un tratto, rinvenuta tra i sollazzi di certi oziosi intellettuali francesi, l’idea dell’autofiction aveva cominciato a dilagare. Poco importava che innumerevoli romanzieri avessero già ampiamente giocato con l’equivoco della scrittura e dell’io: non c’è niente come una nuova etichetta per rivendere un prodotto stantio. E così per lungo tempo, diranno al frugoletto, fioccarono racconti fittizi che giocavano con l’identità del narratore stesso, debitori di una fame di realtà individuata qualche anno prima in un saggio avventuroso scritto da David Shields. Era una moda?, chiederà il nipotino, un escamotage? I nuovi romanzi erano le persone? E in questo modo la verità poteva infiammare nuovamente la fantasia?

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Il Grande Romanzo Americano – IL

great_american_novel_cartoon_by_mark_anderson_8791(Ho tracciato per IL una mappatura – abbastanza estensiva, a dire il vero – con ventiquattro esemplari del cosiddetto Grande Romanzo Americano. C’è qualche presenza immancabile, qualche esclusione illustre e qualche forzatura. D’altra parte è un giochino. Spero che magari qualcuno si metta a leggere, ad esempio, un capolavoro come Uomo invisibile, di Ralph Ellison, letto pochissimo in Italia e pubblicato da Einaudi.)

Nathaniel Hawthorne, La lettera scarlatta (1850). Dopo una serie di racconti emblematici (A come allegoria), uno scrittore di mezza età (A come autore) esordisce nel romanzo con una storia sulla relazione tra una donna sposata e un uomo di chiesa (A come adulterio), con tanto di figliola. Analisi del puritanesimo che vale ancora oggi: A come America.

Herman Melville, Moby Dick (1851). L’autore di alcuni romanzi di successo prende la balena per le pinne e uccide il campionato del GRA per sempre. L’ossessione shakespeariana, gli echi biblici, la bianchezza del male. Fu un flop, poi riemerse.

Mark Twain, Le avventure di Huckleberry Finn (1885). Bollato erroneamente come libro per bambini, è per Hemingway il primo cristallino vagito della letteratura americana. Huck e il nero Jim scappano lungo il Mississippi in zattera e il lettore, oltre a un Paese razzista, scopre il primo di tanti eroi scapestrati: «Santo Huck», come scrisse Nick Cave.

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Inseguire parole – IL

5928706_343484Tradurre significa passare un mucchio di tempo da soli. Schivo al limite dell’autismo, nascosto dietro le parole altrui, strapazzato o peggio ignorato dai recensori, il traduttore soffre un destino dolorosamente analogo a quello delle spie e cioè di venire notato solo quando sbaglia, ma senza licenza d’uccidere o Bond girls (al Martini si può ovviare). Ma chi è davvero la figura che, se va male, viene confusa con quella dell’interprete e, se va bene, coincide ormai con il personaggio santo e martire di Luciano Bianciardi nella Vita agra? E perché, al di là del dato lavorativo, si comincia a tradurre un testo? E davvero parliamo solo di volgere in un’altra lingua una serie di parole? Queste sono alcune delle domande a cui Massimo Bocchiola cerca di dare qualche risposta in un nuovo saggio, Mai più come ti ho visto, ambiziosamente sottotitolato Gli occhi del traduttore e il tempo (Einaudi Stile Libero). Non è uno dei tanti libercoli intorno alle gioie e alle insidie di un mestiere, ma qualcosa di più.

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Alfabeto Bleeding Edge

Unknown(È uscito per “IL”, mensile del Sole24Ore, un mio sillabario labirintico sulle idee e i temi del nuovo romanzo di Thomas Pynchon, Bleeding Edge, che uscirà in Italia per Einaudi Stile Libero nella traduzione di Massimo Bocchiola. Forse online rende un po’ meno, ma ci si può fare un’idea di come fosse impaginato da un’anteprima uscita sul Post.)

ALLEY

Non Tin Pan Alley, nel cuore del Greenwich Village, ma Silicon Alley, equivalente East Coast della quasi omologa valle californiana e sineddoche per la bolla della new economy scoppiata pochi mesi prima dell’incipit. Primavera 2001 a New York: non c’è più del marcio in città, visto che Giuliani ha già reso «tutto quanto orrendo e lobotomizzato, proprio come piace a loro». È una metropoli sottilmente corrotta in attesa degli aerei e, stando all’esergo di Westlake, è la co-protagonista di questo software-boiled.

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