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Milano è un livido – IL

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(Ho scritto un pezzo sulla mia idea di Milano per IL, il magazine del Sole24Ore. Qui accanto una vecchia foto di Renato Casari.)

C’è un momento in cui capisci di essere fregato. Alla mattina, apri le imposte per cambiare l’atmosfera fuori con l’aria pulita del sonno e lo vedi. È un’installazione d’arte contemporanea, un dipinto sospeso. Non tanto un Cy Twombly, più tipo quelli dell’amico di Barney Panofsky che invitava i compari a dare un colpo di straccio sulla tela, tanto l’arte è una bufala. Insomma: non è bianco, perché ha le sbavature di grigio. Non è plumbeo, perché non sono cariche d’acqua. Non è nero e non lo sarà mai, perché di notte ci arriva il riverbero equoreo delle luci. Non è nebbioso, perché l’interramento dei Navigli ha dissolto la bruma (e non perché a nessuno importava delle soavi imprecazioni lanciate dalle lavandaie, ma per ragioni di salubrità: ci finivano gli scarichi del centro, ora quel flusso prosaico di deiezioni si chiama poeticamente “collettore”). Allora che cos’è? È l’interno di una lampadina? È l’eco delle polveri sottili? È il bicchiere di latte filmato da Hitchcock nel Sospetto? O è il «grigio fumoso delicato come una perla» di cui parlava Giuliano Gramigna in una poesia? Di sicuro non è un cielo, ma a quel punto ti accorgi che sei fregato perché ti piace. Questa cupola non si perde in struggimenti: qui la nostalgia dell’azzurro è un sentimento che si manifesta in presenza e non in assenza dell’oggetto stesso della nostalgia. Quando c’è, c’è. Inoltre emanciparsi dalle bizze del meteo è il primo segno di maturità.

Benvenuti a Milano.

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Le dimensioni contano – IL

finneganOrmai avrete rimosso, ma l’affermazione di David Foster Wallace in Italia è andata a rilento, et pour cause. Tanto per dirne una, il suo esordio, La scopa del sistema, pubblicato nel 1987 in patria, sarebbe apparso da Fandango nel ’99. Forse ci vorrà uno sponsor importante che sbotti in prima pagina su Repubblica: «Sganciate questi benedetti 20 euro», ma ora un visionario sta vergando il capolavoro che arriverà sulla vostra scrivania fra dieci anni.
E allora fotografie su Instagram, canzoni dei Cani e l’entrata nel canone degli Illeggibili da Citare a Vanvera, insieme a Joyce, Proust e Fabio Volo (per motivi diversi). E voi? Calma. Grazie alle seguenti righe, quando il saputello di turno butterà lì un nome astruso per sminuire qualcuno («Non vale una riga di Tizio, ma chi lo tradurrà mai?»), voi saprete di che parla. Ecco una piccola guida a quattro ambiziosi volumi.

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Memorie di un fallito – IL

BeRkbZeIYAA0zaC(È uscita per IL, il magazine del Sole24Ore, una mia recensione in anteprima del memoir di Gary Shteyngart, Little Failure, in uscita per Guanda a settembre. Qui il booktrailer di cui si parla nella recensione e qui la recensione di Michiko Kakutani per il New York Times.)

Un celebre incipit, nella traduzione di Paolo Crepet, sermoneggia: «Tutte le famiglie funzionali si assomigliano. Ma ogni famiglia disfunzionale è disfunzionale a modo suo». L’esatto contrario dei memoir sfornati dal mercato editoriale, che sono tutti disfunzionali e si somigliano alla nausea. Ingredienti: 55% trauma e 5% trama, 15% sfiducia radicale nella famiglia e 15% fiducia ossessiva nella famiglia, 5% perdizione e 5% rinascita, più un pizzico di sesso malato. Inoltre un memoir, a differenza dei più compiuti romanzi incompiuti, deve avere un lieto fine, altrimenti non saresti arrivato a scriverlo e perderesti quella fetta di pubblico disposta a scucire 20 euro per credere di riuscire a disintossicarsi, grazie a una parabola che si vorrebbe sincera, dalle slot disseminate nei bar, dalle chat di Facebook oppure, più semplicemente, dal crack. A ogni modo la ferita è centrale. Deve esserci un prima e un dopo grazie al quale dare un senso a questa cosa anarcoide che chiamiamo esistenza. Definito lo spartiacque, sarà più facile non solo tirare a campare ma anche tirare giù una scaletta per scrivere.

E invece nel quarto libro di Gary Shteyngart…

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Psicopatologia da conferenza – IL

UnknownNel 1972, durante una conferenza all’università di Louvain (o Lovanio), in Belgio, il celebre psicoanalista Jacques Lacan venne interrotto all’improvviso da un giovane contestatore. Il ragazzo fece irruzione nell’aula, come un perturbante in carne e ossa, e iniziò a cospargere la scrivania del filosofo di acqua e farina. Mentre lo scapigliato abbozzava uno strambo discorso genericamente contestatario, infarcito di Guy Debord e «nella misura in cui» (più i secondi), Lacan non fece una piega e lo invitò anzi a continuare, proseguendo a fumare incuriosito e chiarendo plasticamente a tutti gli astanti il significato del termine francese “aplomb”. Alla lunga la ribalta annichilì il giovane nichilista il quale a un tratto, annaspando nel vuoto oratorio che s’era guadagnato, si vide costretto a un nuovo coup de théâtre e, passando alle maniere forti, cercò di rovesciare la farina in testa a Lacan. Solo allora, come recitano le didascalie, lo portarono via.

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Alfabeto Bleeding Edge

Unknown(È uscito per “IL”, mensile del Sole24Ore, un mio sillabario labirintico sulle idee e i temi del nuovo romanzo di Thomas Pynchon, Bleeding Edge, che uscirà in Italia per Einaudi Stile Libero nella traduzione di Massimo Bocchiola. Forse online rende un po’ meno, ma ci si può fare un’idea di come fosse impaginato da un’anteprima uscita sul Post.)

ALLEY

Non Tin Pan Alley, nel cuore del Greenwich Village, ma Silicon Alley, equivalente East Coast della quasi omologa valle californiana e sineddoche per la bolla della new economy scoppiata pochi mesi prima dell’incipit. Primavera 2001 a New York: non c’è più del marcio in città, visto che Giuliani ha già reso «tutto quanto orrendo e lobotomizzato, proprio come piace a loro». È una metropoli sottilmente corrotta in attesa degli aerei e, stando all’esergo di Westlake, è la co-protagonista di questo software-boiled.

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L’uomo con la macchina sparasottotitoli

apartment-end-title-screen(È online il mio tragicomico articolo uscito su IL di ottobre intorno al mondo infero delle cineteche.)

Come usano dire le soubrette, il cinema è sempre stato la mia passione, così quando anni fa una cineteca mi propose di stilare qualche comunicato stampa, accettai. Soprattutto avevo accesso alla sala gratis: se conoscevo una ragazza reclusa e con una vaghezza autistica per i primi piani di Dreyer, potevo sempre portarla lì senza spendere un soldo. In breve la collaborazione si diversificò e mi fu proposto di tradurre le didascalie per qualche documentario. Convinto che fosse l’inizio di una qualche carriera, rimasi male quando mi proposero di lavorare in sala. «Come maschera?» domandai, ansioso per il declassamento. «Come proiezionista. Solo che non dovrai occuparti della pellicola, ma dei sottotitoli».

Grazie ai film guardati in dvd o mandati dalla tv satellitare, siamo abituati a considerare i sottotitoli parte integrante della visione, sincronizzati a puntino. Così, quando assistiamo alla proiezione di un film, pensiamo che la didascalia sia bilanciata automaticamente sulle immagini. Non è così. Nelle cineteche e ancor più spesso durante i festival, dove i film arrivano ancora allo stato brado (e a volte lo rimangono), esiste un individuo in carne e ossa, una figura oscura che da una piccola cabina alle spalle di tutti segue il film passo per passo, parola per parola, e proietta un sottotitolo dopo l’altro schiacciando, ebbene sì, un tasto.

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Piccolo dizionario delle malattie letterarie – IL

hemingway-bedÈ uscito su IL, il mensile allegato al “Sole24Ore”, un estratto dal “Piccolo dizionario delle malattie letterarie”. Eccone qualche assaggio:

Anacoluto. Affezione di ceppo emiliano che spinge il paziente a scrivere come un bambino di sei anni in nome dell’antintellettualismo: “At let l’oltimm racaunt de x?” “Anca lo’ s’è ciape’ l’anacolut.”

Blog. Temibile forma di reflusso gastrico diffusa in Rete. “Hai un blog?” “Sì, purtroppo.”

Booktour. Pandemia di presentazioni inutili. “Questo autunno ci aspetta un booktour.”

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Et in Arcadia ego – IL, Sole24Ore

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(IL mi ha chiesto di raccontare la drammatica esperienza di uno scrittore in palestra. Adesso l’articolo è online.)

Quinta elementare, torneo di calcio, semifinale: gironzolavo nell’area piccola degli avversari quando un pallone dalla traiettoria sghemba era precipitato dal cielo. Mentre capitombolavo a terra, sopraffatto dalla mischia, avevo visto con la coda dell’occhio la sfera rotolare in porta e m’ero guardato intorno in cerca del compagno da abbracciare. Invece, notato lo scalmanato amplesso dei fratelli, mi ero dovuto arrendere all’evidenza: avevo segnato io. Con buona pace di Osvaldo Soriano, era stato l’alfa e l’omega della mia carriera calcistica.

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Come ti lancio il libro, IL-Sole24Ore

Premessa. Faccio il traduttore, scrivo articoli, lavoro nell’editoria e ogni tanto pubblico un libro. L’ultimo è uscito qualche mese fa senza clamore (è un eufemismo).

È pomeriggio. Sono a casa a tradurre quando mi arriva una chiamata da un numero sconosciuto.

“Ciao, siamo di G’Day. Presente?”

Ho un momento di esitazione – un ciclo Maya, per loro – che mi smaschera.

“Fa niente, vorremmo invitarti a parlare del tuo libro.”

In radio? penso. Che bello.

“Va bene!”

“Ti richiamiamo.”

Mettono giù, googlo il nome del programma e scopro l’arcano. Non sono così snob, ma conoscevo il programma di Geppi Cucciari come “il programma di Geppi Cucciari”.

Sono così emozionato che riprendo a tradurre.

Seconda telefonata.

“Ciao, siamo di G’Day. Presente?”

“Sì!”

“Ottimo. Sarà un’esterna a Sesto San Giovanni, c’è un campo d’atletica. Siccome siamo in contemporanea con il Salone del Libro, noi allestiamo un… salottino! Facciamo il lancio… del libro! Cioè lo lanciamo… davvero!” I puntini di sospensione, come quelli esclamativi, sono suoi. “Tu non devi fare niente. Ci sarà un lanciatore del disco. Voi fate la vostra promozione.”

La parola “promozione” viene pronunciata così tante volte da smarrire il significato primario per trovarne uno osceno, come “ionico” alle elementari sulla bocca dell’amica sprovveduta. Ad ogni modo la faccenda mi rassicura. Mi sono esibito in poetry slam, fight reading, pugilati letterari e una volta ho perfino letto una poesia di Leopardi in biblioteca. Però, come dire, sapevo a cosa andavo incontro.

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“La furia dei trentenni.” Matteo Di Gesù sul Sole24Ore.

“… Quantomeno anche questo sembra si possa ricavare dalle parodie, dai pastiche e dai giochi metaletterari di un altro talentuoso quasi-quarantenne come Marco Rossari…”

(Matteo Di Gesù sul Domenicale del Sole24Ore parla di “L’unico scrittore buono è quello morto” in ottima compagnia. Clicca sull’immagine per visualizzare l’intero articolo.)

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