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Et in Arcadia ego – IL, Sole24Ore

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(IL mi ha chiesto di raccontare la drammatica esperienza di uno scrittore in palestra. Adesso l’articolo è online.)

Quinta elementare, torneo di calcio, semifinale: gironzolavo nell’area piccola degli avversari quando un pallone dalla traiettoria sghemba era precipitato dal cielo. Mentre capitombolavo a terra, sopraffatto dalla mischia, avevo visto con la coda dell’occhio la sfera rotolare in porta e m’ero guardato intorno in cerca del compagno da abbracciare. Invece, notato lo scalmanato amplesso dei fratelli, mi ero dovuto arrendere all’evidenza: avevo segnato io. Con buona pace di Osvaldo Soriano, era stato l’alfa e l’omega della mia carriera calcistica.

(Continua a leggere sul sito del Sole24Ore.)

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La stanza di Rodinsky

rr(Qualche tempo fa è uscito un libro straordinario per l’editore Nutrimenti, in una meritoria e coraggiosa collana diretta da Filippo Tuena, “Tusitala”. Prima di tradurlo, avevo scritto qualche riga, che pubblico ora qui di seguito. Qui si trova anche una splendida recensione di Michele Lupo e qui un bel pezzo del Guardian.)

L’antefatto di questo libro (Rachel Lichtenstein e Iain Sinclair, La stanza di Rodinsky, Nutrimenti 2011, pp. 432, € 19,50) è un vero e proprio giallo. Alla fine degli anni ’60, uno strampalato studioso della Cabala, che conduceva una vita da recluso sepolto sotto una montagna di simboli e codici e viveva nel sottotetto di una sinagoga nel cuore del quartiere ebraico di Londra (per l’esattezza in Princelet Street), sparì nel nulla. Vent’anni dopo la sua camera venne riaperta e trovata intatta, nello stesso identico modo in cui l’aveva lasciata il giorno in cui aveva deciso di svanire. Tutto quanto, calzature e giornali e suppellettili, si trovava nella medesima posizione in cui lui l’aveva abbandonata, sebbene coperto da un dito di polvere.

Il tentativo disperato di questo libro è rimuovere quello strato di polvere.

Artefice ne è la giovane artista Rachel che, in cerca di notizie sui propri antenati e sul quartiere, si imbatte in questo mistero: che fine ha fatto David Rodinsky e perché è scomparso? Quali misteri nasconde la camera abbandonata? Da qui parte una vera e propria quest, un’indagine che sarebbe piaciuta a Edgar Allan Poe, tanto irrazionale quanto avvincente, che la porta da un angolo all’altro di Londra e dell’Europa, da un momento all’altro della storia, di personaggio in persona, per ricostruire la vita di un personaggio eccentrico che sente profondamente affine.

Non solo. Questa ossessione trova un controcanto nei brani di Iain Sinclair, scrittore affermato che viene coinvolto nel progetto suo malgrado e funge quasi da narratore esterno, commentatore ironico, chiosatore coinvolto e allo stesso tempo distaccato. I due scrittori, con le loro differenze (alla prosa semplice e efficace della Lichtenstein si contrappone quella lirica e densa di Sinclair in una felice alternanza di stili), diventano personaggi delle rispettive pagine, in un gioco di scatole cinesi o di specchi, che avvolge in modo estremamente coinvolgente il lettore. Alla ordinata catalogatrice delle ultime scoperte si contrappone l’esploratore di Londra, lo scrittore più arduo, fanatico delle stratificazioni geografiche e letterarie, per creare uno straordinario duetto.

Che cos’è dunque questo libro? È un romanzo con tanti romanzi all’interno, è una detective story (con tanto di agnizioni improvvise), è un saggio di psicogeografia, è un libro di storia della cultura ebraica londinese e non solo, è un appassionante saggio sulla cabala e il misterismo, è un libro-collage denso di splendide illustrazioni (la foto della camera in questione è indimenticabile), è una fiaba dostoevskijana, è una novella yiddish, è un esperimento di auto e nonfiction in cui due scrittori si rimbalzano la palla con risultati sorprendenti. È insomma un librido inclassificabile, proprio per questo tanto più prezioso.

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Dio e le carote


Copertina Unico scrittore(Un annetto fa ho pubblicato il libro qui accanto. Qui c’è la pagina ufficiale sul sito delle edizioni e/o e qui la rassegna stampa. Festeggio l’anniversario, che è un po’ anche un funerale, pubblicandone l’inizio, un’ipotetica risposta al più imperioso dei “Perché scrivi?”.)

Davanti a Dio, nel giorno del giudizio, avevo mentito.

Chissà perché, nel momento supremo, mi erano tornate in mente le carote. Mi spiego. Quand’ero piccolo mangiavo a scuola. In mensa c’era una tizia pingue e maleodorante, soprannominata la Lurida. Più che prepararci da mangiare, ci preparava e basta. Al militare, al futuro, al male. Per la Lurida noi stavamo al cibo come la giumenta sta alla sferza. Riuscivamo a ingollare tutto quello che cucinava, ma al momento delle carote lo stomaco capitolava e si rifiutava di buttare giù quelle radici insapori.

Ognuno cercava di scamparla a modo suo. C’era chi le ficcava in bocca, accompagnandole da una caraffa d’acqua (metodo Cisterna), chi le masticava per ore fino ad anestetizzare la mascella (metodo Spasmo), chi corrompeva il vicino con le figurine e gliele rifilava (metodo Premier).

Angelino aveva trovato un modo sicuro: si guardava intorno con aria circospetta, afferrava l’ignobile pastone e se lo infilava nella tasca del grembiule. Andando a casa, si liberava del corpo del reato in una discarica, dove veniva ignorato anche dalle pantegane più disperate. Era l’uovo di Colombo, eppure per chissà quale motivo nessuno si sentiva di emularlo.

Una sola volta gli era andata male. Un giorno, avvertito da qualche delatore, il preside si era presentato all’uscita della mensa. Si chiamava – lo giuro – Livorio Smricchio e aveva un carattere spigoloso quanto il nome. Irreggimentati in fila per due, eravamo transitati davanti all’arcigno Livorio. Io, di fianco ad Angelino. Al nostro passaggio Livorio aveva abbrancato Angelino e gli aveva intimato di vuotare le tasche. Al povero Angelino, non era restato che porgere le mani a coppa. Lì, come una grattugia di ostie rossastre stava l’orribile radice fosforescente.

“Perché l’hai fatto?” aveva tuonato Livorio.

Incassata la risposta, che io solo ero riuscito a sentire, l’enorme mano irsuta di Smricchio era calata sulla faccia glabra di Angelino, spalmandolo per terra.

Ma come mai, nel momento supremo, quando Dio mi aveva chiesto perché avevo scritto romanzi, avevo pensato alle carote? Non potevo guadagnarmi il paradiso dicendo la pura e semplice verità? In fondo, aveva sempre a che fare con Angelino.

Sì, lo so, forse avrei dovuto dire a Dio che tanti anni dopo avevo incontrato di nuovo Angelino in un parco. Mi era arrivata la voce che non gli fosse andata bene. Il ragazzino che nascondeva le carote nel grembiule era diventato uno dei tanti svitati che vagano per i luoghi pubblici. Insomma, Angelino era finito sulla strada. Era sporco, lacero. L’occhio vitreo, il passo strascicato, le unghie nere. Uno di quei mattocchi che hanno sempre un ritornello, una frase ossessiva, un disco rotto da balbettare ai passanti. Ogni matto ha un grido di battaglia, un nonsense necessario: la cifra distintiva di un’individualità spezzata ma sempre unica. Dieci parole che condensano tutte quelle di una vita ormai perduta. L’haiku dei dementi, l’aforisma stolto che per gli altri non ha significato.

Lui girava per il parco chiedendo a tutti se pagavano l’ambo sulla ruota di Lugano: era quella la sua fissa. Di solito la gente rideva, qualcuno gli dava uno spiccio, altri si allontanavano.

Non mi riconoscerà, avevo pensato. Mi chiederà solo dell’ambo sulla ruota di Lugano. Invece, si era piantato davanti a me e aveva detto: “Amico mio, sono disperato”. Ed era corso via. Ecco, nel momento supremo, avrei voluto dire a Dio che da quel momento avevo scritto solo per comunicare agli altri un’eco di quella voce rotta, un riverbero della sua pena:

“Sono disperato.”

Siamo tutti disperati, Angelino, e tutti quanti ce ne vergogniamo. Invece davanti a Dio in persona, che aveva tuonato “Perché hai scritto?”, mi era tornata in mente la risposta dell’Angelino bambino davanti a Livorio, con le carote in mano, ancora innocente, ancora ribelle, ancora combattivo. Avevo dato la stessa risposta gratuita che solo io avevo sentito.

“Perché l’hai fatto? Perché scrivi?”

“Per dispetto.”

E avevo aspettato lo schiaffone di Dio.

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La città dell’alfabeto

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(Ripropongo un mio sillabario spericolato su un viaggio invernale a New York, che un paio d’anni fa ho pubblicato sul Primo Amore.)

A come ABC. Dormo in Alphabet City, tra Avenue A, B e C. Terminati i numeri, in questo angolo di New York sono partiti dalle lettere. È qui che vengono a vivere tutti gli scrittori della città, per ordinanza comunale. Ispirazione urbana, calamoterapia del sonno. L’alfabeto ne stravolge la vita notturna, fruga nei loro sogni: compongono romanzi sonnambuli, camminando per il quartiere. La tastiera è la strada, lo schermo il riflesso sul vetro di un caffè, la stampa il muro pastrocchiato di un palazzo fatiscente: perfino i cagnolini a passeggio sfornano qualche interiezione nelle pagine più deboli del loro nuovo capolavoro. Mi sveglio di colpo, ho appena scritto questa frase: chiamalo sonno.

B come band. In qualsiasi isolato del Lower East Village o di Williamsburg trovi localini dove suonano band da pomeriggio a sera – alle sei, alle sette, alle otto e alle nove – quasi tutti gratis, a parte la birra. Alla fine casco sul muy divertido Marc Ribot: suona intorcigliato alla chitarra come un vitigno al palo, la testa china che lascia intravedere solo la chierica e riproduce in minore il gesto alla Miles Davis delle spalle al pubblico (poi imitato da innumerevoli direttori d’orchestra). Si aggroviglia intorno a un pezzo di John Coltrane. Se obbligo del musicista classico è di non lasciare intravedere niente della preparazione e dell’esercizio, il segreto del jazzista è l’opposto: aprire la parete dell’officina, mostrare la fatica, improvvisare. Di qui il sudore e l’eroina. A fine concerto, ovviamente, lo incrocio al bar che ordina un succo di frutta.

(Continua sul Primo Amore.)

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Koba il miracolato, Corriere

Già avanti negli anni, Iosif Vissarionovič Džugašvili – alias “Soso”, alias “Koba”, alias “Soselo” (il suo pseudonimo come poeta, ebbene sì, di stampo romantico), ma passato alla storia con il nomignolo di Stalin, ossia “acciaio” (forse scelto, curiosamente, per una storia galante con una fiamma che di cognome faceva Stal, oltre che per l’assonanza con Lenin) – autorizzò con riluttanza la pubblicazione di uno dei tanti libri di memorie che lo riguardavano. Era un’opera non certo eclatante, scritta dalla sorella della seconda moglie Nadja, ma risultava a suo modo audace perché in barba ai timori diffusi osava parlare del braccio rigido del dittatore.

Quello del braccino – evidente in alcune foto – era un difetto fisico che l’aveva accompagnato per tutta la vita e che, come tanti altri fatti, era ammantato di reticenze e ambiguità, ma ebbe senz’altro un peso nella definizione della sua personalità insieme a una serie di altre imperfezioni fisiche. Questi e altri misteri sono stati raccontati da Simon Sebag Montefiore in una biografia sulla sua giovinezza pubblicata nel 2010 da Longanesi (Il giovane Stalin, traduzione di Giovanni Ferrara degli Uberti, pp. 551, € 24) che ricostruisce la vita del dittatore sovietico dalla nascita fino all’avvento al potere. Per svelarli, lo storico inglese ha potuto avvalersi di numerosi archivi inattingibili ai precedenti biografi

Venuto al mondo in quel di Gori, in Georgia, il 6 dicembre del 1878, Stalin nacque con il piede palmato: il secondo e il terzo dito erano uniti. Niente di terribile, ma anche questa piccola malformazione rimase per lui una cosa di cui vergognarsi, tanto che quando si faceva visitare i piedi dai medici del Cremlino l’uomo più potente del mondo, almeno in termini di vita e di morte, si sentiva in dovere di nascondere il viso sotto una coperta.

Il neonato venne definito dalla madre Keke “debole, malaticcio, esile”. Anzi: “Se c’era in giro una malattia infettiva, si poteva star certi che lui sarebbe stato il primo a prendersela”. Avendo già perso due figli, i genitori – Keke e l’alcolista Beso, che tanta parte ebbe nell’instillare paura e violenza nel figlio – andarono in pellegrinaggio non lontano da casa ma trovarono i sacerdoti intenti a compiere un esorcismo su una bambina, sospesa sopra un burrone, in una scena da film horror. Il neonato Soso cominciò a frignare e a rabbrividire ma scampò ai metodi sbrigativi di quegli esorcisti da strapazzo. Quando compì cinque anni la città venne investita da un’epidemia di vaiolo che fece vittime soprattutto tra i più piccoli. I vicini di casa persero tre figli ma, se Stalin sopravvisse, la malattia gli segnò per la vita intera le mani e il volto, tanto che uno dei suo soprannomi fu “il Butterato”. Non dovette gradire, perché una volta arrivato al potere si fece incipriare le guance in modo massiccio e ritoccare le fotografie, non solo per fare sparire dal passato gli ex compagni ora invisi al regime, ma anche per addolcirsi l’aspetto.

A dieci anni venne investito da un calesse davanti alla scuola ecclesiastica di Gori dove avrebbe studiato e rischiò ancora la pelle. Forse fu una prova di coraggio oppure un caso, fatto sta che fu riportato a casa tramortito. Anche questa volta si riprese, ma l’incidente gli causò un danno permanente al braccio sinistro. Fu soprattutto questa menomazione, in aggiunta al piede e al viso (oltre alle voci sulla sua illegittimità), che contribuì a dargli un senso di diversità e d’inferiorità fisica: non avrebbe più potuto incarnare l’ideale del guerriero secondo il quale era cresciuto. Per inquadrare a dovere il rapporto con la forza fisica coltivato da Stalin bisogna pensare che crebbe in un ambientino per nulla facile, un vero proprio Far West caucasico dove la legge della strada temprava e corrompeva i giovani fin dalla più tenera età. Era stato allevato dalla madre come un cavaliere georgiano, ideale che lui trasformò in paladino della classe operaia. “Un uomo forte deve rimanere forte,” le scrisse quando lei era già vecchia. Invece, dopo essere stato investito, con suo grande imbarazzo non fu più in grado di ballare in modo appropriato o stringere alla vita una donna. Certo, la faccenda lo salvò dal servizio di leva nel corso della prima guerra mondiale, nelle cui trincee avrebbe potuto perdere la vita. Ma per lui la forma fisica rimase un nodo irrisolto, tanto che a fine guerra, quando incontrò di persona il più giovane e prestante maresciallo Tito, ebbe l’impulso ben poco diplomatico di abbracciarlo e sollevarlo di peso. “C’è ancora della forza in me!” tuonò davanti alle delegazioni allibite.

“Questo braccio danneggiato,” racconta Montefiore, “è variamente imputato a un incidente di slitta, a un difetto congenito, a un’infezione infantile, a una rissa per una donna (…), a un incidente causato da una carrozza e a un pestaggio del padre: tutti (eccettuato il difetto congenito) suggeriti dallo stesso Stalin.” Se intorno alla cosa c’è molta confusione è perché gli incidenti in realtà furono due. All’età di dodici anni un altro calesse (e resta davvero impressionante la capacità da parte del futuro dittatore di scampare a una morte che avrebbe cambiato il corso della storia, se non in meglio sicuramente non in peggio) lo travolse e le ruote gli passarono sopra le gambe. Il giovane svenne e fu portato all’ospedale di Tiflis. Per mesi saltò la scuola ma le gambe rimasero danneggiate, tanto che anche dopo essere guarito camminava con passo incerto e gli venne appioppato l’ennesimo nomignolo, “il Claudicante”.

Insomma, un miracolato. Un uomo capace di scampare alla cagionevolezza, al vaiolo, a due incidenti in carrozza, sospettoso e complessato, ma dotato di una volontà di ferro. Sarebbe assurdo, com’è ovvio, far risalire a queste infermità – a quel viso, a quel braccio, a quell’andatura e a quell’innocuo piede palmato – la psicotica gestione del potere che portò a milioni di morti, affamandone tanti altri. Iosif Vissarionovič Džugašvili non fu un Riccardo III. Ma è certo che questi disturbi ebbero un piccolo ruolo nell’affilare un carattere già diffidente e maligno, fragile e protervo allo stesso tempo. Malato, senz’altro, di potere e di violenza.

(Questo mio articolo è uscito qualche mese fa sul Corriere della Sera.)

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Come ti lancio il libro, IL-Sole24Ore

Premessa. Faccio il traduttore, scrivo articoli, lavoro nell’editoria e ogni tanto pubblico un libro. L’ultimo è uscito qualche mese fa senza clamore (è un eufemismo).

È pomeriggio. Sono a casa a tradurre quando mi arriva una chiamata da un numero sconosciuto.

“Ciao, siamo di G’Day. Presente?”

Ho un momento di esitazione – un ciclo Maya, per loro – che mi smaschera.

“Fa niente, vorremmo invitarti a parlare del tuo libro.”

In radio? penso. Che bello.

“Va bene!”

“Ti richiamiamo.”

Mettono giù, googlo il nome del programma e scopro l’arcano. Non sono così snob, ma conoscevo il programma di Geppi Cucciari come “il programma di Geppi Cucciari”.

Sono così emozionato che riprendo a tradurre.

Seconda telefonata.

“Ciao, siamo di G’Day. Presente?”

“Sì!”

“Ottimo. Sarà un’esterna a Sesto San Giovanni, c’è un campo d’atletica. Siccome siamo in contemporanea con il Salone del Libro, noi allestiamo un… salottino! Facciamo il lancio… del libro! Cioè lo lanciamo… davvero!” I puntini di sospensione, come quelli esclamativi, sono suoi. “Tu non devi fare niente. Ci sarà un lanciatore del disco. Voi fate la vostra promozione.”

La parola “promozione” viene pronunciata così tante volte da smarrire il significato primario per trovarne uno osceno, come “ionico” alle elementari sulla bocca dell’amica sprovveduta. Ad ogni modo la faccenda mi rassicura. Mi sono esibito in poetry slam, fight reading, pugilati letterari e una volta ho perfino letto una poesia di Leopardi in biblioteca. Però, come dire, sapevo a cosa andavo incontro.

(Continua a leggere sul sito del Sole24Ore.)

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Come farsi querelare da Woody Allen e stare sereni. Un’intervista di Cristina Bolzani

“… Un amico mi ha scritto ‘Ti farai molti nemici’, ma in realtà sono tutti proiezioni di me. Deformate, esagerate, ma pur sempre ricalcati sulle mie manie. Capito, amici scrittori? Non siete voi. Ehi, scherzavo, dai…”

(Qui tutta l’intervista che Cristina Bolzani mi ha fatto per Bartleby Café.)

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“Un Woody Allen presbite nella Milano di Gadda.” Daniela Ranieri, Panorama.it

Fossi stato russo, avrei detto che eri il Mastroianni russo.

È la mia più grande ambizione, ma non so da quale dei due elementi cominciare. Aspetta, forse Carmelo Bene era il Majakovskij italiano, si potrebbe inventare una teoria della metempsicosi infranazionaletteraria, una specie di reincarnazione pseudocasuale tra artisti e affini. Uno spettro s’aggira per l’Europa e vuole la sua fetta di artisticità attraverso una definizione banalizzante.

(Continua a leggere l’intervista sul blog di Daniela Ranieri.)

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“Un’opera malincomica.” Andrea Tarabbia, L’indice dei libri del mese

Otto anni separano la pubblicazione di L’unico scrittore buono è quello morto dalla precedente fatica narrativa di Marco Rossari: Invano veritas, anch’esso uscito per e/o, è infatti del 2004. Nel mezzo, Rossari ha messo in circolazione per i tipi di Fernandel le “canzoni sconce e malinconiche” di L’amore in bocca (2007) per poi inanellare una sequenza impressionante – per numero e qualità – di traduzioni dall’inglese e dall’americano: ma niente narrativa. Otto anni, per uno scrittore che non ne ha ancora quaranta, sono una piccola eternità: questo intervallo, che Rossari ha vissuto muovendosi nei meandri del mondo editoriale e scrivendo, è servito per elaborare un’opera ibrida, divertente, piena di illuminazioni e paradossi e pervasa da un tono, come forse direbbe l’autore, malincomico.

Ne viene che L’unico scrittore buono è quello morto è un libro di difficile catalogazione: è all’apparenza una raccolta di racconti, ognuno dedicato a uno scrittore o una tappa delle filiera editoriale (lo scrittore che scrive, l’editor, il traduttore, il critico, il rapporto con i lettori – nel caso specifico una lettrice/groupie –, lo scrittore che cerca disperatamente di farsi pubblicare e così via); ogni pezzo è legato a tutti gli altri dal tema generale della scrittura e, strutturalmente, da una serie di aforismi, brevi prose fulminanti, intuizioni comiche, definizioni delle varie tipologie e dei vari tic di chi lavora con la penna che sono un ponte tra un racconto e l’altro e funzionano come ulteriori declinazioni del discorso. Tutto questo fa del libro qualcosa di più di una semplice raccolta: si tratta infatti di una sorta di compendio del mondo della letteratura e dell’editoria e, al tempo stesso e in filigrana, di un’opera di autofiction dove l’autore, benché non nomini mai se stesso, mette a nudo il proprio percorso artistico, rivela quali sono i propri padri e, in ultima analisi, racconta gli otto anni in cui è stato in silenzio.

(Continua a leggere sul blog di Andrea Tarabbia.)

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A un angolo di strada

il sorcio albanese svicola

e scantona imbacuccato

nella propria antipatia.

Due bottoni per occhietti,

la coda fra le gambe:

la paura è una cicca scroccata

sul fondo della tasca.

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