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Memorie di un fallito – IL

BeRkbZeIYAA0zaC(È uscita per IL, il magazine del Sole24Ore, una mia recensione in anteprima del memoir di Gary Shteyngart, Little Failure, in uscita per Guanda a settembre. Qui il booktrailer di cui si parla nella recensione e qui la recensione di Michiko Kakutani per il New York Times.)

Un celebre incipit, nella traduzione di Paolo Crepet, sermoneggia: «Tutte le famiglie funzionali si assomigliano. Ma ogni famiglia disfunzionale è disfunzionale a modo suo». L’esatto contrario dei memoir sfornati dal mercato editoriale, che sono tutti disfunzionali e si somigliano alla nausea. Ingredienti: 55% trauma e 5% trama, 15% sfiducia radicale nella famiglia e 15% fiducia ossessiva nella famiglia, 5% perdizione e 5% rinascita, più un pizzico di sesso malato. Inoltre un memoir, a differenza dei più compiuti romanzi incompiuti, deve avere un lieto fine, altrimenti non saresti arrivato a scriverlo e perderesti quella fetta di pubblico disposta a scucire 20 euro per credere di riuscire a disintossicarsi, grazie a una parabola che si vorrebbe sincera, dalle slot disseminate nei bar, dalle chat di Facebook oppure, più semplicemente, dal crack. A ogni modo la ferita è centrale. Deve esserci un prima e un dopo grazie al quale dare un senso a questa cosa anarcoide che chiamiamo esistenza. Definito lo spartiacque, sarà più facile non solo tirare a campare ma anche tirare giù una scaletta per scrivere.

E invece nel quarto libro di Gary Shteyngart…

(Continua a leggere sul sito del Sole24Ore)

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La città dell’alfabeto

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(Ripropongo un mio sillabario spericolato su un viaggio invernale a New York, che un paio d’anni fa ho pubblicato sul Primo Amore.)

A come ABC. Dormo in Alphabet City, tra Avenue A, B e C. Terminati i numeri, in questo angolo di New York sono partiti dalle lettere. È qui che vengono a vivere tutti gli scrittori della città, per ordinanza comunale. Ispirazione urbana, calamoterapia del sonno. L’alfabeto ne stravolge la vita notturna, fruga nei loro sogni: compongono romanzi sonnambuli, camminando per il quartiere. La tastiera è la strada, lo schermo il riflesso sul vetro di un caffè, la stampa il muro pastrocchiato di un palazzo fatiscente: perfino i cagnolini a passeggio sfornano qualche interiezione nelle pagine più deboli del loro nuovo capolavoro. Mi sveglio di colpo, ho appena scritto questa frase: chiamalo sonno.

B come band. In qualsiasi isolato del Lower East Village o di Williamsburg trovi localini dove suonano band da pomeriggio a sera – alle sei, alle sette, alle otto e alle nove – quasi tutti gratis, a parte la birra. Alla fine casco sul muy divertido Marc Ribot: suona intorcigliato alla chitarra come un vitigno al palo, la testa china che lascia intravedere solo la chierica e riproduce in minore il gesto alla Miles Davis delle spalle al pubblico (poi imitato da innumerevoli direttori d’orchestra). Si aggroviglia intorno a un pezzo di John Coltrane. Se obbligo del musicista classico è di non lasciare intravedere niente della preparazione e dell’esercizio, il segreto del jazzista è l’opposto: aprire la parete dell’officina, mostrare la fatica, improvvisare. Di qui il sudore e l’eroina. A fine concerto, ovviamente, lo incrocio al bar che ordina un succo di frutta.

(Continua sul Primo Amore.)

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