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Un reading per piano, voce e shurrouruuruuruuruuruuruurkdiei

images-1Mercoledì 24 luglio, alle ore 18, presso la Fondazione Querini Stampalia (Castello 5252, Venezia) nell’ambito del Venezia Jazz Festival, per una rassegna curata dal grande e infaticabile Stefano Spagnolo, terrò una lettura ispirata al racconto “Dove finisce la strada” (da L’unico scrittore buono è quello morto), reintitolata “Jack Kerouac mi ha rovinato la vita”, rivista e recitata ad hoc (qui si trova l’inizio del racconto).

Insieme a me ci sarà il musicista Davide Zilli, che monkeggerà al pianoforte, mentre io mi accontenterò di suonare una fantomatica shurrouruuruuruuruuruuruurkdiei.

(Oh, martedì 23 ci saranno Roberto Ferrucci & Pietro Tonolo e giovedì 25 Paolo Nori & Carlo Boccadoro: tutta roba buona, come diceva il pusher di Jack.)

L’ingresso è libero fino ad esaurimento posti. Seguirà rinfresco e forse addirittura qualche satori.

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La grande truffa del jazz

Chet Baker Diane Vavra(Ho pubblicato questo articolo non so più quanto tempo fa. In seguito, per Baldini&Castoldi è uscita l’edizione italiana con il titolo Chet Baker. La lunga notte di un mito e, guarda caso, l’ho tradotta io.)

Se Chet Baker fosse stato Malcom McLaren ora avremmo un film intitolato La grande truffa del jazz. Ovvero, un equivoco che dà vita e sopravvive a una leggenda. E che l’unica corposa biografia (James Gavin, Deep in a Dream. The Long Night of Chet Baker, Chicago Review Press) non può e non vuole risolvere.

Com’è riuscito quel ragazzino nato nel 1929 nel cuore cafone dell’Oklahoma a diventare un’icona del jazz? Se n’erano già accorti i neri della East Coast, quando lui andò a suonare al Birdland di New York. Quello nei sondaggi li stracciava. Da Dizzy Gillespie fino a Miles Davis. E non sapeva nemmeno leggere le note. Ma possedeva un istinto infallibile e, con largo anticipo su James Dean e Marlon Brando, aveva capito come sedurre l’America degli anni ’50, tutta maglioni di percalle e mocassini.

“Egoista, infedele, inaffidabile e vulnerabile: ecco la combinazione più irresistibile al mondo” come lo ha definito Geoff Dyer in Natura morta con custodia di sax. E quando il giocattolo si ruppe e il broncio da modello ferito non era più sufficiente a ottenere ingaggi e vendere dischi, ecco arrivare la droga. Ma non bastava. Tutti si facevano in quel mondo, ma Miles Davis e Coltrane stavano per cambiare la faccia del jazz. Chet era ancora fermo a Gerry Mulligan: una fase cruciale, sì, ma senza evoluzione. Come per Charles Bukowski, ci voleva un mercato che volesse il lato oscuro del Sogno Americano: l’Europa, ovvio.

Baker decise, impossibile capire quanto consapevolmente, di trasformare la sua vita in una serie ininterrotta di concerti e pere in giro per il Vecchio Mondo. Parigi valeva Cleveland, per quanto lo riguardava, ma il pubblico lo idolatrava. E a volte la musica c’era, tante altre no. Eppure in qualche caso la magia si accendeva ancora. Rallentava a tal punto il tempo dei brani da trasformarli in un’esperienza interiore che, chissà come, questo relitto campagnolo con le vene come fil di ferro e l’indipendenza di un bambino riusciva a comunicare a tutto il pubblico.

E tutti gli andarono dietro. Oddio, tutti tranne quelli che aveva denunciato alla polizia per garantirsi una scarcerazione veloce, tanto per fare un esempio. E i critici, per farne un altro. Ma tanti altri sceglievano Chet. O meglio, la loro idea di Chet. Le donne, in primis. Rinunciavano a tutto per lui, prendevano le botte per lui, si drogavano per lui. Una sua compagna lo aiutò a trascinare in strada il cadavere di uno spacciatore morto di overdose. Chet non si può abbandonare, dicevano. Nemmeno quando ti ruba qualcosa e lo rivende per comprare una dose che si inietterà nello scroto proprio nella cucina di casa tua.

Ormai la musica era passata in secondo piano. Coincideva già con la persona. O il personaggio. E l’ultimo a innamorarsene fu Bruce Weber, che gli ha dedicato un documentario in bianco e nero votato a una santificazione al rovescio, una beatificazione dei dannati. Let’s Get Lost, andiamocene (ma anche: perdiamoci), è il titolo rubato a un vecchio standard jazz. Chet lo prese in parola, smarrendosi senza trovare più l’uscita, come un Jim Morrison condannato all’immortalità. Una sconfitta che non trovava un epilogo. Si trasformò in un uomo ridotto a due sole pulsioni che lo stremavano e lo tenevano in piedi. Suonare e farsi, farsi e suonare. Finalmente, a 59 anni, cercò la caduta fatale dalla finestra di un albergo di Amsterdam. È caduto o si è ucciso? Un altro equivoco irrisolto. Chet non si smentì nemmeno in quel frangente.

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Il male oscuro di Thelonious Monk

In un film di qualche anno fa il tipico protagonista nevrotico impersonato da Woody Allen sciorinava alla moglie in dolce attesa una serie di nomi per il primogenito. Tra questi, con orrore della consorte, figurava lo strambo “Thelonious”, che agli spettatori profani non disse granché, ma strappò un sorriso agli appassionati di musica jazz. Il riferimento era a Thelonious Monk, straordinario pianista e compositore, celebre non solo come inventore del bebop, insieme a Charlie Parker e a Dizzy Gillespie, ma anche per le tante eccentricità. Dotato di uno stile particolare, spesso e volentieri si alzava dal pianoforte e ballava sul palco, oppure gironzolava per il locale e attaccava bottone con gli sconosciuti. Con il tempo le stravaganze peggiorarono: venne buttato fuori dagli alberghi per avere dato in escandescenze, divenne sempre più scostante, conobbe l’onta della prigione e del ricovero in ospedale psichiatrico, tanto che ancora oggi realtà e leggenda si confondono.

Dopo un’infanzia di povertà, emigrato con la famiglia dal sud degli Stati Uniti a New York, Monk sentì un immediato richiamo verso la musica, nato dalla strada (“il jazz risuonava ovunque”) e favorito da un talento precoce. “Credo di non potergli insegnare niente,” ammise l’insegnante. “Presto ne saprà più di me.” Con ostinazione, cominciò a farsi un nome nel sottobosco musicale newyorchese, strimpellando ovunque. “Tu prova a dire un posto: io ci ho suonato.”

Già in quelle prime esibizioni si fece la fama di tipo stravagante, poi alimentata da un’aneddotica sterminata. Ai momenti di creatività febbrile (era capace di suonare per ore e ore), alternava crolli inesorabili durante i quali stava a letto per due giorni di fila. Euforia, depressione: non era facile districare la matassa di una vita dissoluta e individuare i sintomi di quello che oggi possiamo quasi certamente classificare come disturbo bipolare. Se già allora erano pochi gli psichiatri che capivano la natura di quel male, figurarsi i profani. In più, come tanti jazzisti, Monk beveva troppo e, pur senza mai diventare eroinomane, faceva uso di stupefacenti. Le stranezze vennero attribuite agli eccessi o rubricate sotto il facile binomio genio e sregolatezza.

Proprio all’ombra di questo stereotipo, cominciò la retorica intorno al suo mistero. Fin dal primo articolo su di lui, commentandone i tempi, un giornalista ne sottolineò la letargia: “Potrebbe benissimo essere la chiave per comprendere la sua personalità complessiva”. Quest’aura, che vendeva bene, fu amplificata dal lavoro di un’addetta stampa che lo dipinse come lunatico, sonnambulo, bizzarro. Da quel momento non si scollò più l’etichetta caricaturale di personaggio scontroso, con una vena di follia, decretandone una parte di successo ma anche banalizzandone il carattere. “Un personaggio da fumetto,” scrisse un critico. “Buono per i supplementi domenicali dei quotidiani sull’esotismo del jazz.” E il cui male passò in secondo piano. Di cosa era affetto l’autore di classici come “’Round Midnight”? Una recente, monumentale biografia (Robin D.G. Kelley, Thelonious Monk. Storia di un genio americano, traduzione di Marco Bertoli, Minimum Fax 2012, pp. 807, € 22) ne ricostruisce, insieme alla vicenda umana e musicale, l’iter medico e farmacologico.

I fatti. Un giorno, mentre guidava in pieno inverno, Monk slittò sul ghiaccio e andò a sbattere contro un’altra auto. Quando il guidatore gli chiese le generalità, lui rimase lì a fissare il vuoto. La scena muta continuò anche quando arrivò la polizia, tanto che alla fine l’agente lo portò in un ospedale psichiatrico, dove venne trattenuto per tre settimane e dimesso senza una diagnosi. Ci sarebbero voluti vent’anni, prima che i medici gli diagnosticassero una forma di bipolarismo. Come racconta il biografo: “La sindrome maniaco-depressiva include un’ampia gamma di disturbi dell’umore (…) Addormentarsi al pianoforte, fissare assorti lo sguardo nel vuoto, essere apparentemente incapaci di riconoscere le persone, sono tutti indici di ciclotimia, ossia di stato depressivo”. Ma il problema non fu solo lo stile di vita sregolato abbinato a un disturbo ereditato dal padre (che morì da solo in un istituto psichiatrico), il dramma fu soprattutto la cura.

Fin dall’inizio i medici gli somministrarono la cloropromazina, più nota con il nome commerciale di Thorazine, un antipsicotico per la schizofrenia di cui gli ospedali statali facevano largo uso per la rapidità dell’effetto e la convenienza. Gli effetti collaterali erano molto pesanti: vertigini, sonnolenza, rigidità muscolare. I pazienti avevano l’impressione di vivere con “una coperta gettata sul cervello”. Proprio per questo lo psichiatra che l’ebbe in cura, tale dottor Robert Freymann, lo accompagnò con “dosi di vitamina” per endovena che ne bilanciassero l’effetto sedativo. Nessuno dei pazienti sapeva che il ciarlatano tagliava le vitamine con le anfetamine, alimentando la dipendenza dagli stupefacenti.

Non si può sapere quale sia stato l’effetto di questa combinazione sulla malattia di Thelonious Monk, che intanto dopo i “non-anni” di insuccesso, come li chiamava, era finito sulla copertina di “Time”. Certo, l’estenuazione dovuta ai tanti concerti e agli eccessi esasperò una situazione latente. Le crisi divennero più frequenti, le prestazioni altalenanti e il confine tra il modo già ampiamente giocoso che aveva di stare sul palco e il momento in cui perdeva il controllo sempre più labile. Era diventato il “gran sacerdote del jazz”, un po’ guru e un po’ santone: imprevedibile, obliquo, sfuggente. Un idiot savant del quale passarono in secondo piano la dolcezza, la generosità, l’umorismo. Quando Monk smise di andare dal dottor Freymann e cominciò una dieta a base di succhi naturali, era troppo tardi. Gli venne diagnosticato uno squilibrio biochimico e cominciò una vana caccia al medico giusto. Non poteva venire lasciato solo (venne sorpreso a girare sotto la neve in pigiama), fu sottoposto a elettroshock e gli diagnosticarono una schizofrenia, aumentando il dosaggio di Thorazine fino a 2500 milligrammi (per una persona normale ne bastano 50).

Qualche volta ci giocava. Un giorno in Australia un fan cercò di scambiare qualche parola e, davanti alla sua indifferenza, sbottò: “Dica qualcosa, per favore!” Monk, serafico: “Qualcosa”. Altre ancora era semplicemente in stato catatonico. Nel 1972, durante l’ennesimo ricovero, gli venne somministrato il litio, un farmaco che rischia di generare tremore alle mani, apatia e passività. Di sicuro ne mostrò i segni per il resto della vita. Qualche concerto, sempre più rado, con un viavai dall’ospedale per correggere le ricette, fino al silenzio, rimasto in agguato fra una nota e l’altra. Visse gli ultimi anni chiuso in camera, a guardare la televisione in giacca e cravatta, senza quasi toccare il piano. Era stanco e, sebbene gli attacchi si fossero diradati, soffriva di incontinenza. Nel 1982 un ictus se lo portò via, o forse fu lui ad andarsene. Questione di punti di vista. In fondo, una volta, durante un concerto nel suo locale preferito, il Five Spot, se n’era andato tra un atto e l’altro ed era stato ripescato nei dintorni immobile a fissare la luna. “Ti sei perso?” gli fece il proprietario. “No,” rispose Monk. “È il Five Spot che s’è perso.”

(Questo articolo è uscito sulle pagine del “Corriere della Sera” del 2 settembre 2012.)

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