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Edna O’Brien e l’oggetto d’amore

43Edna_OBrien_294633kDurante l’adolescenza, quand’ero molto più vecchio, leggevo poche scrittrici. Come guida all’universo femminile mi ero scelto avventatamente lo sguardo di Philip Roth e le rade sortite che mi concedevo avvenivano tra le pagine di Anaïs Nin, per i motivi scarsamente nobili che avrebbero potuto muovere Portnoy. Un giorno venni attirato da un tascabile con una fanciulla in copertina: l’autrice era irlandese, il libro si intitolava Ragazze di campagna e non ne avevo mai sentito parlare. Ancora oggi non so il motivo per cui decisi di leggerlo, forse per l’aura di scandalo cui alludevano le poche righe in quarta. Però mi piacque moltissimo. E dalla storia di due ragazze cresciute nell’ambiente bigotto dell’Irlanda rurale imparai anche un mucchio di cose sull’altro sesso. Certo, abituato alle bistecche di Roth infilate tra le colonnine del termosifone, mi fece sorridere che quel testo potesse avere suscitato tanto clamore. Eppure nell’autobiografia di molti anni dopo, con il titolo di quel primo romanzo declinato al singolare (Country Girl), Edna O’Brien raccontò poi tutta la sua vicenda con il consueto stile asciutto, mai lagnoso o pretenzioso. E io, dopo i suoi romanzi, scoprii che cosa era stata la sua vita. Non solo crescere in un ambiente gretto – e capirlo e rifiutarlo e continuare ad amarlo – ma venirne perseguitata.

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Così Vinicio così lontano – rivista studio

9788807031274_quarta.jpg.448x698_q100_upscale(In occasione dell’uscita del Paese dei coppoloni per Feltrinelli, ho scritto un ritrattone un po’ più articolato e analitico del solito intorno a Vinicio Capossela.)

A inizio secolo un pianoforte si aggirava per Milano.

Rimpallato da un bar all’altro, di Arci in Arci, vagava perché il proprietario non aveva posto per ospitarlo e quindi lo dava in comodato d’uso al locale di turno, dove ogni tanto sul tardi la voce del padrone faceva capolino con una confraternita del Chianti insieme a cui strimpellare fino a tarda notte, per la gioia dei vicini e di un pugno di aficionados disposti a fare le ore piccole dietro a un ego squassante come una fanfara e all’idea del concertino per pochi intimi. «Quello arriva», mi disse un barista che non lo aveva in particolare simpatia, «e si mette lì a bere». Non mi sembrava un’abitudine così grave, ma nemmeno la sua invidia lo era. «Quello» era Vinicio Capossela, vagabondo notturno appresso al suo strumento, nella migliore delle tradizioni scapigliate. Allora non mi dispiaceva questa sua immagine itinerante, fatta di comparsate a sorpresa, cui non doveva essere aliena la possibilità di qualche drink a scrocco o magari un rimorchio. Era nella fase migliore, dopo Canzoni a manovella, appena prima che cominciassero i dischi di maniera, e già allora la sua immagine sollevava parecchi dubbi.

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