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Colson Whitehead e la non banalità del male

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Oggi il male è consegnato al cliché. Non si può scrivere di genocidi, olocausti, massacri senza cadere nel più banale degli stereotipi giornalistici sulla memorialistica. “Per non dimenticare”, “il valore della testimonianza”, “ricordate che questo è stato”, “la giornata della memoria”: tutto è stato ridetto fino alla nausea in quella grande aula scolastica che sono i media e i social, come una parola ripetuta troppe volte che finisce col non avere più senso. Si è partiti dal nazismo per arrivare, che so, a Fabio Volo: tutto è Male Assoluto (mi raccomando, sempre con le maiuscole), che sia Homs oppure un omicidio in provincia o perfino Maria De Filippi. Invece che aiutarci, è plausibile che questa specie di meme pseudostorico abbia anestetizzato non soltanto la nostra empatia, ma anche la nostra capacità di ragionare sulla specificità del male e, di conseguenza, di narrarlo senza cadere nella retorica. Un qualsiasi articolo sulla Shoah è diventato un discorso presidenziale di Natale, dove le parole potrebbero essere rimescolate e ridistribuite di anno in anno e di elzeviro in elzeviro, senza che il succo cambi mai, ma soprattutto senza che diventi più incisivo o interessante. Anche il nervo del linguaggio si consuma, e di conseguenza il racconto della Storia.

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