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Bob Dylan. Il fantasma dell’elettricità

(Esce giovedì 16 marzo un mio libro su Bob Dylan per Add editore, 190 pagine per 13 eurini. Ne sono molto, molto felice. Lo presenteremo il 14 a Torino alla libreria Bodoni e il 23 a Milano alla Verso, poi a Bookpride e in tanti altri posti. Io l’ho chiamato passional essay, un’autobiografia per interposto cantante, un saggio viscerale che corre attraverso la sua e la mia vita, ma è soprattutto un libro che ho amato moltissimo scrivere. Qui c’è la scheda sul sito dell’editore, qui una versione della canzone da cui nasce il titolo, qui di seguito invece una specie di introduzione.) 

Questo libro non è un saggio. Intorno a Dylan sono stati scritti migliaia di volumi, uno si intitolava perfino Oh no! Non un altro libro su Bob Dylan. Sono state analizzate le influenze di Leadbelly, di Shelley, di qualche spirito egizio e di suo cugino. Si è discusso delle radici bibliche di molte canzoni, dei motivi blues e folk che le innervano, degli ammiccamenti al vecchio West.

Questo libro non è una biografia. Ne sono già state scritte tante; qualcuna più agiografica, qualcuna più scandalistica. Della vita di Dylan si sa quasi tutto, ormai. (Ma poi di quale vita? Le versioni intorno al suo trasferimento a New York, al celebre incidente di motocicletta, alla fine del primo matrimonio, alla conversione al cristianesimo sono innumerevoli, contraddittorie, nebulose. Ogni fatto è sconfinato nel mito, alimentato non solo dalle sue menzogne doverose e dalle sue sanissime ambiguità, ma anche dalla distanza e da quel rashomon collettivo che è la vita di una rockstar.)

Questo libro non è un’agiografia, ma non è nemmeno una demolizione. Con Dylan il caro vecchio «giù la statua» è facile. Provate a invitare qualcuno a bere un bicchiere e mettere su certi dischetti anni Ottanta. Difficile che a un tratto non alzi la testa per sbottare: «Ma che è ’sto strazio?». E poi, quanti scivoloni: suonare davanti a un reazionario come il Papa, vendere i diritti di «The Times They’re A-Changin’» per lo spot di una società informatica, partecipare alla pubblicità di un’auto. (Non ha solo concesso una canzone: c’è proprio lui al volante del Suv.) Dice tutto e il contrario di tutto. Ha scritto canzoni devote. Ha scritto canzoni brutte. (Basterebbe un distico da «I Threw It All Away»: «L’amore è tutto quel che c’è, fa girare il mondo / l’amore e solo l’amore, è innegabile». O ancora «Mozambique»: «Sdraiato accanto a lei davanti all’oceano / allunghi una mano e prendi la sua / mentre sussurri la tua emozione segreta / magica in una terra magica») (ho tradotto per agevolare la lettura, ma non sono quei testi che «ah, in inglese, cantato da lui, è un’altra cosa») (e il recente disco di canzoni natalizie: da accapponare la pelle).

Questo libro non è una cronologia, perché si muove su diversi piani temporali.

Questo libro non è un album di fotografie, anche se c’è qualche immagine.

Questo libro non è un instant. O se lo è, è un instant che dura da almeno quarant’anni.

Questo libro non è una raccolta dei testi migliori. Non c’è alcun tentativo di far passare Dylan per poeta, come in quei florilegi che accatastano i versi migliori nel risibile tentativo di inseguire una dignità cartacea della quale a lui stesso non è mai fregato nulla.

E poi: esiste un’espressione più vacua di “poeta”? Ma lasciamo la parola a lui.

DYLAN: Preferisco considerarmi un trapezista.

Grazie, Bob. Ora passiamo oltre.

Questo libro è la storia di tre canzoni.
 Questo libro è una storia di fantasmi.
 Questo libro è la mia storia, una parte della mia storia, in compagnia di Bob Dylan. È la mia lettera elettrica.

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Dylan skyline

11075191_10205293057717609_8733827164066935502_nÈ uscita un’antologia a cui ho partecipato. È curata da Filippo Tuena per Nutrimenti e contiene dodici racconti intorno alla figura di Bob Dylan. A suonare con me ci sono anche Luciano Funetta, Helena Janeczek, Janis Joyce, Tiziana Lo Porto, Francesca Matteoni, Davide Orecchio, Marco Rovelli, Alessandra Sarchi, Andrea Tarabbia, Giorgio van Straten e Alessandro Zaccuri.

Il mio racconto parla di una strana setta che tollera solo le canzoni dylaniane di patimento e disamore, fino ad arrivare a un gesto estremo.

Qui la pagina sul sito dell’editore, con le prime recensioni.

Qui una tipica (e meravigliosa) canzone di disamore dylaniato.

Buona lettura!

 

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Dylaniati – IL

feinstein-04Com’è che la gente quando parla di me va fuori di testa?», sbottava Bob Dylan in un’intervista. Certo, sebbene una volta lui e la prima moglie si siano svegliati con un uomo ai piedi del letto che li fissava incantato, gli manca un Mark Chapman. Ma non esiste personaggio della cultura rock che abbia attirato folle di sbiellati e visionari quanto l’autore di Like a Rolling Stone.

I dylaniati – ossia, gli schiantati di un culto dilaniante – trasformano psicolabili come gli springsteeniani e gli onedirectioners in imperturbabili savi. Ogni suo fan tende a essere come quello che gli disse: «Io so tutto di te, ma tu non sai niente di me». Per una volta, la risposta di Dylan non fu sibillina: «Lasciamo le cose così». Ora un libro del giornalista David Kinney (The Dylanologists, Simon&Schuster) ne ripercorre le tipologie, tracciando in filigrana una storia della sua vita e della cultura americana. Che cos’è Dylan? Un buco nero, un’anamorfosi vivente, un enigma insolubile? Ecco un catalogo ragionato della patologie che scatena.

(Continua a leggere sul sito del Sole24Ore)

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Il fantasma di Bob Dylan

tumblr_lqen1b6inw1qcu5d9(Ho scritto un pezzo per Rivista Studio su On the road with Bob Dylan, il libro di Larry Sloman in uscita per minumum fax nella traduzione di Chiara Baffa.)

Dylan – come dire Che Guevara o Marilyn Monroe. “Icona”, “emblema”, “fiumi d’inchiostro”. Per riassumere: Hibbing, Duluth (menestrello di), fuga a New York, capezzale di Woody Guthrie, la scena del Village, primo disco che prende le misure, secondo disco, bum!, paladino del folk, bandiera generazionale, voce di un’epoca, Newport, svolta elettrica, traditore del folk, droghe, contestazione, mito interplanetario, incidente di moto, ritiro a Woodstock, quiete familiare, dischi placidi, ritorno sulla strada, Rolling Thunder Revue, divorzio, sbornia mistica, «divento cristiano!», crisi, Live Aid strafatto, tastiere, ennesima rinascita, voce gracchiante, Mtv Unplugged, concerto per Giovanni Paolo II, ogni tipo di kitsch (un disco natalizio; oppure, tanto per citare un distico: «I was thinkin’ ’bout Alicia Keys, couldn’t keep from crying / When she was born in Hell’s Kitchen, I was living down the line», “Thunder On The Mountain”, 2006). Ora: novembre in Italia, tre date a Milano, due a Roma e una a Padova, tappe di quel Never Ending Tourcominciato in realtà nel momento esatto in cui mise piede fuori di casa in giovane età («Ho cominciato a fumare a undici anni e ho smesso una sola volta, per riprendere fiato»).

Cosa aggiungere?

(Continua a leggere su Rivista Studio.)

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Without Ideals or Violence

Giovedì sera (dopodomani), verso le 21,30, all’Arci Biko di via Ettore Ponti 40 (qui a Milano), io e Giuliano Dottori ci immoleremo in un omaggione spericolato a Bob Dylan.

Io leggerò un racconto ispirato alle atmosfere dylaniane e lui interpreterà a modo suo alcune canzoni dylaniane. E, sì, sarà tutto molto dylaniano.

People don’t live or die, people just float.

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