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Ironia intelligente! Ritmo sfrenato! Alessandro Beretta, Flair.

Come si troverebbe Lev Tolstoj a rispondere in un programma radio alle domande degli ascoltatori? Cosa direbbe Shakespeare se lo accusassero di aver copiato le sue opere? Sono solo alcune delle domande surreali che lo scrittore milanese Marco Rossari ha fatto a illustri colleghi del passato rendendoli protagonisti di una brillante raccolta di racconti. Il titolo grottesco, L’unico scrittore buono è quello morto (e/o) non deve spaventare: il libro vive di un’ironia intelligente, ha un ritmo sfrenato e affianca, alle storie che smontano le icone della letteratura, racconti dedicati al mestiere precario dello scrittore contemporaneo, impegnato in reading e marketing editoriale. Un libro per chi ama la letteratura, tanto da poterla prendere in giro.

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“L’autore è morto. Seguirà reading.” Alessandro Beretta, Corriere della Sera

Che lavoraccio fare lo scrittore. Non solo per i contemporanei, ma anche per i classici. E così che il trentottenne milanese Marco Rossari, scrittore e apprezzato traduttore di autori come Percival Everett e Hunter S. Thompson, attraversa lo scibile letterario in una felice e spudorata raccolta di racconti. Dopo essere passato in diverse occasioni lungo il crinale alcolico amoroso, dal romanza Perso l’amore (non resta che bere) (Fernandel, 2003) ai racconti di Invano veritas (e/o, 2004) fino alle poesie-canzoni di L’amore in bocca (Fernandel, 2007), ecco un libro interainente dedicato alla vera passione dannata: la letteratura, un’amante che non ha più le belle sembianze di un’angelica Beatrice, ma quelle di una livida Musa alla Baudelaire. Nelle ventidue storie che compongono il libro, infatti, la soluzione abbracciata di frequente dai protagonisti di fronte all’ansia dell’ispirazione è una e segue l’enunciato del titolo: L’unico scrittore buono è quello morto. Certo, con diverse varianti, spesso unite a una risata liberatoria; come nei brevi aforismi e apologhi che le accompagnano a cominciare dal lapidario «L’autore è morto. Seguirà reading». Il limite della morte, comunque, è attraversato dai grandi del passato che si ritrovano dispersi nell’attuale industria culturale con imbarazzi a catena: da Tolstoj, invitato in un programma radio a presentare Sonata a Kreutzer, che non sa rispondere alle mail degli ascoltatori («Ilaria da Foggia chiede se legge i contemporanei»), a James Joyce che invia invano i suoi manoscritti agli editori in “Ci hai provato, James”, a Dante che in “Ho letto il suo poema” riceve la chiamata di un editor preoccupato per la presenza nella Commedia di troppi nomi reali che «potrebbero causare alla casa editrice diverse grane». Situazioni surreali e paradossali che l’autore sa tenere bene, sia nel ritmo dell’agile scrittura che nell’umorismo screziato da una sana ironia iconoclasta. Se gli autori classici non sono molto a loro agio nel presente, gli scrittori d’oggi non stanno meglio: anzi, il fantasma del passato li blocca. Come nelle due storie dedicate a Franz Kafka e Jack Kerouac, in entrambi i casi il protagonista si ritrova in mezzo a un culto che ormai ha le sembianze di un inquietante turismo dell’immaginario. Nel primo racconto si festeggia il «Capodanno a Kafkania», lugubre Disneyland con tanto di sosia dell’autore praghese, mentre nel secondo «Dove finisce la strada», in un viaggio della Tourism Is Nihilism per l’esposizione del manoscritto di On the Road, il giovane Pomerai conclude amaramente: «Leggi Sulla strada e dopo quattro rum hai l’impressione di avere un romanzo grande come il mondo, mentre ti resta solo il mal di testa». Di fronte all’enigma a tre teste – scrivere, vivere, pubblicare – che molti aspiranti autori e scrittori fronteggiano, vale forse una delle soluzioni proposte nel libro: «Io non pubblico, non scrivo e nemmeno vivo. Sto bene infatti».

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