City on Fire – IL

9780385353779(Ho letto in anteprima per IL, il magazine del Sole 24 Ore, l’atteso esordio di Garth Risk Hallberg, City on Fire.)

Un grido s’avvicina, attraversando il cielo. Viene voglia di scomodare l’Arcobaleno della gravità per iniziare a parlare della fama che anticipa l’arrivo di un libro come City on Fire attraverso il firmamento delle fiere editoriali. E quel grido, ancora prima di capolavoro, dice: “Anticipo a sette cifre”. Qualcosa tipo due milioni di dollari. L’agente ha lanciato l’asta e un editore (Knopf) ci si è tuffato, seguìto da quelli all’estero (in Italia lo pubblicherà Mondadori, a gennaio, nella versione di Massimo Bocchiola, già traduttore di Thomas Pynchon, appunto, e altri giganti).

Hallberg va per i trentacinque anni, collabora con un po’ di giornali in vista e ha pubblicato alcuni racconti. Questo non è esattamente un romanzo d’esordio, ha già dato alle stampe uno strambo libretto intitolato A Field Guide to the North American Family, un racconto lungo con alcune illustrazioni. Qualche anno fa arrivando a New York in autobus dal New Jersey è rimasto colpito dallo skyline e ha avuto l’idea di una narrazione estesa che ruotasse intorno allo storico blackout del 1977. Ha preso un breve appunto e richiuso il taccuino. Sette anni dopo eccoci con novecentoventisette pagine e il bollino “Great American Novel” come un marchio del destino.

Sarà vera gloria?

(Continua a leggere sul sito del Sole24Ore.)

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La lanterna magica di Molotov

ceb05a50082b07ed724ef7e0ed3c3a9f_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyUna sera di non molti anni fa, durante una festicciola in un appartamento moscovita situato in vicolo Romanov – celebre luogo del centro città dove hanno vissuto stratificazioni diversissime di persone e personaggi, dalla nobiltà ai notabili di partito –, un imprenditore americano fa tintinnare davanti agli occhi stupefatti della studiosa Rachel Polonsky le chiavi di un appartamento al piano di sopra. In quella casa ha vissuta nientepopodimeno che Vjačeslav Michajlovič Skrjabin, meglio conosciuto con il nome di battaglia “Molotov” (dovuto alla tradizione nominalistica sovietica, sempre combattiva e ridicola: molot in russo vuol dire “martello”). Era il celebre e temuto numero due di Josif Stalin, firmatario nel 1937 di un numero di esecuzioni superiore anche a quello ratificato da Koba il Terribile: quarantatremila, una più una meno.

“Vuole andare a visitarla?”

Quando il giorno dopo la scrittrice entra nella casa, la trova quasi intatta, con i suoi oggetti preziosi, l’enorme biblioteca e soprattutto una lanterna magica, il dispositivo che anticipava il cinema e che proiettava immagini dipinte su un vetro. In quel meccanismo trova non solo una rievocazione del passato quasi fiabesca (una famiglia su uno scoglio in Crimea, uno sciamano dallo sguardo fisso), ma soprattutto l’emblema del libro che comincerà a scrivere. La lanterna magica di Molotov. Viaggio nella storia della Russia (Adelphi, traduzione di Valentina Parisi, pp. 434, € 28) è un saggio romanzesco o forse un romanzo saggistico, un libro di viaggi o forse di sogni (ma che importanza ha?), fatto dell’evanescenza impalpabile regalata alle immagini dal lume di una candela. In una prosa densa, sapiente, a volte fumosa come l’aria di una banja, a cui è bello abbandonarsi, la Polonsky ci guida attraverso le innumerevoli stratificazioni della terra russa, letterarie e politiche e geografiche.

Partendo dai libri di Molotov – per ogni libro, una storia e un luogo da esplorare (viene scartabellato perfino l’elenco telefonico Tutta Mosca del 1917) – l’autrice comincia a vagare con la mente e con il corpo. Insieme alla famiglia, muove dall’appartamento di vicolo Romanov e peregrina per l’evasivo fascino di Mosca, poi fuori città fino alle izbe di Lucino, quindi verso Novgorod e Rostov, dietro a storie di scrittori e scienziati, esuli e cosacchi, delineando un libro errabondo, affascinato dalla misteriosa anima russa, rilucente in un passato irrecuperabile. Anche per lei, come quando racconta della passione inventariale di un conte, tracciare queste storie sembra un’attività religiosa, simile alla pittura delle icone. “Il conte stava cercando l’accesso alla città morta degli antenati, così come un pittore di icone apre un portale sul mondo trascendente, calibrando il punto di vista, aggiungendo luce dorata.”

Un libro di libri, insomma, ma soprattutto di storie e di persone. O meglio di fantasmi. Sono tanti gli spettri che aleggiano ad ogni riga, trovando requie solo nella continuazione della lettura. C’è quello del bibliotecario Nikolaj Fëdorov, il “Socrate russo”, custode del Museo Rumjancev (prima che diventasse Biblioteca Lenin), che pare conoscesse a memoria tutti i volumi ed era convinto che la missione primaria dell’uomo sulla Terra fosse la resurrezione dei defunti (“Idea non così folle come sembra,” annotò Tolstoj, probabilmente dopo qualche vodka, o vangelo, di troppo). C’è quello di Walter Benjamin, accorso in Russia per vedere il luogo dove “tutto il fattuale è già teoria” e che in queste pagine si congeda dalla donna amata nell’immagine struggente di un gigante del pensiero in lacrime con in mano una valigia piena di vecchi giocattoli, acquistati per curiosità a una bancarella. C’è quello della fantomatica spia Sidney Reilly, complottista con tanto di parrucche e charme seduttivo, convinto di poter fermare la Rivoluzione d’Ottobre e costringere Lenin a sfilare con le braghe calate davanti al Cremlino (inutile a dirsi, il tentativo naufragò). C’è naturalmente lo spirito di Fëdor Dostoevskij, partito per la città di Staraja Russa per scrivere i Demonî, sorvegliato dalla polizia zarista e infastidito dall’umidità, che finisce per tornarci nel corso degli anni e scriverci anche i Fratelli Karamazov (Polonsky segue il tragitto compiuto da Mitja Karamazov nella fatidica notte del parricidio, in una sovrapposizione tra pagine e vita quasi vertiginosa). C’è il perseguitato Osip Mandel’štam con i suoi versi per Anna Achmatova, nitidi come rintocchi: “Conserva le mie parole per sempre, per il retrogusto di infelicità e di fumo”. Ci sono le povere ombre dei perseguitati politici – sequestrati, torturati, rinchiusi, uccisi – a partire da Trockij trasportato fuori casa in pantofole passando per le bellissime parole di Varlam Šalamov sull’innocenza dei lapis (“Nessuna condanna a morte è stata firmata semplicemente a matita”), fino alla schiera di scienziati – chimici, fisici, medici – che si sono visti la carriera rovinata perché costretti a piegare le proprie idee al materialismo dialettico.

Quando sul pavimento dell’appartamento da cui è iniziato tutto, Polonsky si ritrova a sfogliare l’enciclopedia sovietica, con le sue spaventose distorsioni, ecco che tra le pagine dedicate a Molotov stesso e alle città ribattezzate col suo nome, trova un capello bianco. Evidentemente ogni tanto, negli anni Ottanta, il vecchio apparatchik sopravvissuto a tutto quell’orrore amava rispecchiarsi in quelle pagine bugiarde.

Questa e altre storie infestano i libri.

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I vostri padri, dove sono? E i profeti, vivono forse per sempre?

cop.aspxRicordo bene il momento in cui ho letto L’opera struggente di un formidabile genio. Era la prima edizione, bruttarella, con una piccola diapositiva in copertina. Mi trovavo su un regionale diretto a Torino, bloccato in mezzo alla campagna, con il capotreno che si avventurava nei prati con il telefono in mano per trovare un segnale e il resto dei viaggiatori che imprecava in ogni lingua del creato, mentre io ci stavo molto bene dentro la sua storia. Per quanto così tragica, e così lontana dalla mia, quella vicenda mi stava aprendo nuove e semplici prospettive per scrivere qualcosa e di lì a non molto riuscii a terminare il mio primo romanzo. Grazie tante, Dave. Non potevi lasciarmi in pace?

Ad ogni modo da allora torno periodicamente a Eggers: è diventato uno degli autori più famosi del mondo, ha gestito il successo in modo egregio, ha scritto libri più o meno belli. Bla bla. Si sa già tutto. Un annetto fa ho scritto di Your Fathers, Where Are They, And the Prophets, Do They Live Forever? per il magazine del Sole 24 Ore e poco dopo Mondadori mi ha scritto per propormene la traduzione, senza nemmeno sapere che l’avevo appena recensito. Quel che si dice trovarsi. E ritrovare, in modo nuovo, uno scrittore con cui aveva portato avanti un rapporto, che ne so, abbastanza speciale. Be’, è stato divertente. E ora il libro è uscito.

Qui c’è la mia recensione, un po’ strampalata.

Qui un’intervista a Dave Eggers stesso, tratta dal sito di McSweeney’s.

Qui la scheda sul sito dell’editore.

E qui un pezzo molto interessante dove Giacomo Buratti traccia un parallelo con un altro libro a me caro, La cura dell’acqua.

Buona lettura!

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Il Grande Romanzo Americano – IL

great_american_novel_cartoon_by_mark_anderson_8791(Ho tracciato per IL una mappatura – abbastanza estensiva, a dire il vero – con ventiquattro esemplari del cosiddetto Grande Romanzo Americano. C’è qualche presenza immancabile, qualche esclusione illustre e qualche forzatura. D’altra parte è un giochino. Spero che magari qualcuno si metta a leggere, ad esempio, un capolavoro come Uomo invisibile, di Ralph Ellison, letto pochissimo in Italia e pubblicato da Einaudi.)

Nathaniel Hawthorne, La lettera scarlatta (1850). Dopo una serie di racconti emblematici (A come allegoria), uno scrittore di mezza età (A come autore) esordisce nel romanzo con una storia sulla relazione tra una donna sposata e un uomo di chiesa (A come adulterio), con tanto di figliola. Analisi del puritanesimo che vale ancora oggi: A come America.

Herman Melville, Moby Dick (1851). L’autore di alcuni romanzi di successo prende la balena per le pinne e uccide il campionato del GRA per sempre. L’ossessione shakespeariana, gli echi biblici, la bianchezza del male. Fu un flop, poi riemerse.

Mark Twain, Le avventure di Huckleberry Finn (1885). Bollato erroneamente come libro per bambini, è per Hemingway il primo cristallino vagito della letteratura americana. Huck e il nero Jim scappano lungo il Mississippi in zattera e il lettore, oltre a un Paese razzista, scopre il primo di tanti eroi scapestrati: «Santo Huck», come scrisse Nick Cave.

(Continua a leggere su IL.)

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Remember? It was La Belle Aurore

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(Marco Philopat mi ha chiesto di parlare del mio bar preferito per una guida diciamo così informale di Milano. Si intitola Milano Re/search, l’ha pubblicata da poco Agenzia X ed è piena di belle cose. Ecco il pezzo.)

Nella zona di confine tra città studi e il centro, a un angolo tranquillo tra il viavai trafficato di via Castelmorrone e la zona morta di via Abamonti, il viandante assetato troverà un locale abbastanza popolare, per quanto riservato, che si nota perché apre letteramente lo spigolo con enormi vetrate. Fuori è appesa una vecchia insegna telefonica, anche se all’interno l’apparecchio non c’è più. Sulle vetrate è tracciato il nome, La Belle Aurore, che richiama il bar dove Humphrey Bogart e Ingrid Bergman hanno passato un momento di felicità nel film più famoso di tutti. Ricordate?

Ilsa: I wasn’t sure you were the same. Let’s see, the last time we met…

Rick: It was La Belle Aurore.

Ilsa: How nice, you remembered. But of course, that was the day the Germans marched into Paris.

Rick: Not an easy day to forget.

Ilsa: No.

Rick: I remember every detail. The Germans wore gray, you wore blue.

Amarezza, rimpianto: di che altro può essere fatto un bar? E poi: “I tedeschi erano vestiti di grigio, tu di azzurro”: una lezione di scrittura. Ad ogni modo il posto non risale alla seconda guerra mondiale, ma agli anni ’80. Dentro non c’è molto di romantico, a parte il fatto che l’arredamento – uguale da tempo immemore – ricorda un bistrot parigino. Ci trovi un barista, affettuoso e burbero, che assomiglia un po’ a Harvey Keitel e che di lezioso ha solo il nome, Fiore. Non c’è la musica. Non c’è la televisione. Non è mai arrivato il wifi. Non ci sono piatti di pasta per l’happy hour. Non c’è mai stata l’happy hour. Al massimo ci sono due o tre salsine da spalmare su tozzi di pane raffermo, ma guai a caricare un piatto e portarselo in giro per il bar: è vietato. Se ti accomodi a un tavolo, ti verranno a servire le patatine, ma non potrai portarti un piatto carico di roba da mangiare dal bancone. È una regola: se non ti garba, te ne puoi andare. (E per questa sana antipatia forse un giorno il locale chiuderà e sarà la prima e ultima volta che mi commuoverò per un esercizio commerciale.) Appollaiato al bancone da quando avevo diciott’anni, ho visto più di un individuo, abituato alla duttilità servizievole dei baristi milanesi, chiedere un piatto da riempire di tartine e, vedendoselo negato, scoppiare a ridere pensando a uno scherzo.

Avventore: Buona questa! Me lo dà, per favore?

Fiore: No.

Avventore: Non si possono prendere piatti con il cibo?

Fiore: No.

Avventore: ?

Fiore: E non potete nemmeno accostare i tavoli. It was La Belle Aurore. Remember?

Dopo un onesto pranzo, il locale chiude e riapre alle sei del pomeriggio. Diverse volte, passando di lì in bicicletta verso quell’ora, per andare in libreria o per qualche altro motivo, ho visto appena prima convergere dai semafori intorno gli avventori storici. Li immagino attendere trepidanti a casa o sul lavoro il momento del richiamo, poi scendere come uno squadrone pronto a riunirsi in volo e planare al bancone, che è di marmo, accogliente, splendido, antico. Quindi cannoneggiare lo stomaco, l’ennui, la vita. Ma non è tanto dell’ottusità del locale, della sua persistenza tale e quale nel corso degli anni, della bellezza del pavimento a scacchi, che vorrei parlare. Forse la cosa che amo di più è la luce sopra il bancone. Cade con sublime misercordia sulle persone che bevono e avvolge in una bolla tiepida anche l’avventore più scombinato. Quella luce embrionale, pastosa, dolcissima è uno dei tanti motivi per amare Milano. Di sicuro è il motivo per cui mi trovate lì, nei giorni in cui i tedeschi non marciano su Parigi.

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Edna O’Brien e l’oggetto d’amore

43Edna_OBrien_294633kDurante l’adolescenza, quand’ero molto più vecchio, leggevo poche scrittrici. Come guida all’universo femminile mi ero scelto avventatamente lo sguardo di Philip Roth e le rade sortite che mi concedevo avvenivano tra le pagine di Anaïs Nin, per i motivi scarsamente nobili che avrebbero potuto muovere Portnoy. Un giorno venni attirato da un tascabile con una fanciulla in copertina: l’autrice era irlandese, il libro si intitolava Ragazze di campagna e non ne avevo mai sentito parlare. Ancora oggi non so il motivo per cui decisi di leggerlo, forse per l’aura di scandalo cui alludevano le poche righe in quarta. Però mi piacque moltissimo. E dalla storia di due ragazze cresciute nell’ambiente bigotto dell’Irlanda rurale imparai anche un mucchio di cose sull’altro sesso. Certo, abituato alle bistecche di Roth infilate tra le colonnine del termosifone, mi fece sorridere che quel testo potesse avere suscitato tanto clamore. Eppure nell’autobiografia di molti anni dopo, con il titolo di quel primo romanzo declinato al singolare (Country Girl), Edna O’Brien raccontò poi tutta la sua vicenda con il consueto stile asciutto, mai lagnoso o pretenzioso. E io, dopo i suoi romanzi, scoprii che cosa era stata la sua vita. Non solo crescere in un ambiente gretto – e capirlo e rifiutarlo e continuare ad amarlo – ma venirne perseguitata.

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I mostri di Luvano Beach – IL

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(Per lo speciale “Summer Fiction”, il magazine del Sole24Ore mi ha chiesto un racconto estivo. Eccolo qua.)

Potrei friggere un uovo sul cofano» pensò Benny, sigillato nell’abitacolo della macchina, il motore acceso e l’aria condizionata a mille. Un’ondata di caldo aveva svuotato la città, abbandonata dagli esseri umani come animali in fuga da un incendio. Solo che i suddetti esseri umani avevano lasciato gli animali a lui e al negozietto. «Pezzi di merda con la casa al mare o al lago» rimuginò, con la mente al monolocale infuocato dove viveva, unica metratura che potevano permettersi con lo stipendio di Chantal e il modesto compenso in nero che gli dava il cugino per sostituirlo ogni tanto al negozio dal lezioso nome Doggy Style. Animali pettinati&acconciati. Lui, Benny il Mastino. A fare lo shampoo. Ai cagnolini. Ma non aveva altra scelta.

Il bar sull’altro lato della piazza sembrava dall’altra faccia della Terra, anzi del deserto, e lui aveva ancora addosso l’odore di quel botolo di Linus. «Linutti», come lo chiamava la signora Pizzigalli. E poi non era Snoopy, il cane? Bah.
«Le raccomando Linutti» aveva pigolato l’arpia. «Me lo tratti coi guanti».
Coi guanti, certo, visto che il botolo puzzava da far schifo. E Benny l’avrebbe volentieri strangolato senza lasciare impronte. Ogni tanto, mentre lo lavava, stringeva appena appena per sentirlo tremare. Sarebbe bastato così poco. Ma come spiegarlo a suo cugino e alla signora Pizzigalli? Linutti non deve morire.
Aprì lo sportello con una bestemmia e uscì nelle sabbie mobili della giungla d’asfalto. Asfalto? Sembrava burro.

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Hip-hop postmoderno – IL

51gc1HCCV8L._SY344_BO1,204,203,200_Potrà sembrare incredibile, visto che sono nero, ma non ho mai rubato niente». Comincia così, con la prima di una lunga serie di battute, il quarto romanzo di Paul Beatty, forse uno degli scrittori più grandiosamente comici degli Stati Uniti. Già apparso con Tuff e la sua banda da Mondadori e con Slumberland da Fazi, in Italia non è ancora riuscito a trovare il riscontro che merita, in parte per questioni di contesto (razza, politicamente corretto, comunità afro-americana) e in parte per ragioni di traduzione (la lingua di Beatty è un ottovolante tra alto e basso, che non solo usa a fondo lo slang, ma ci ironizza e lo rovescia di continuo). Forse questo nuovo romanzo – ma romanzo sarà sufficiente? stand-up novel? rap of consciousness? come chiamarlo? – dal titolo The Sellout (Farrar, Straus and Giroux) aiuterà a far conoscere meglio questo talento.

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Io sono la droga – IL

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(Ho recensito il nuovo romanzo di James Hannaham su IL – magazine del Sole 24 Ore, prendendo a prestito la voce di un suo personaggio.)

Ciao, mi chiamo Scotty e questa storia la racconto io. Cioè, non proprio tutta. Di una parte s’è occupato ‘sto tizio che si chiama James Hannaham, un tipetto nero – ops, afroamericano. Sul suo sito si definisce «autore, artista concettuale part-time, scrittore o qualcosa del genere. Forse romanziere, ma anche giornalista, insegnante e performer saltuario… Che ne so? Specialista della prosa?». Ecco, ce l’hai presente? È il tipo di falsa modestia che cerca di evitare la spocchia: niente manina sul mento, niente aria seriosa. Uno si definisce «specialista della prosa» e finisce col diventare «specialista della posa», involontaria. A furia di modestia, diventi uno scrittore modesto. Ma non è questo il caso. Ho la lingua sciolta, lo so. Tutta colpa di Hannaham (sì, sono un suo personaggio, più o meno, ma esisto da sempre) (sì, “Scotty” è un espediente) (no, non ve lo dico chi sono). Comunque, ‘sto ragazzo scrive bene e se non vi fidate di me, ché pure sono una persona di sostanza, potete credere a Jennifer Egan. Qualche parola a caso del suo parere: “avvincente”, “toccante”, “urgenza”, “libertà”, “sopravvivenza”. Roba buona per voi democratici. Come Dave Eggers. Sentiamo il suo: «Un libro di stupefacente –hey, Dave: are you talkin’ to me? – originalità e potenza». Oh, mica hanno torto questi succhiotti che nell’editoria un tempo chiamavano soffietti.

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Milano è un livido – IL

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(Ho scritto un pezzo sulla mia idea di Milano per IL, il magazine del Sole24Ore. Qui accanto una vecchia foto di Renato Casari.)

C’è un momento in cui capisci di essere fregato. Alla mattina, apri le imposte per cambiare l’atmosfera fuori con l’aria pulita del sonno e lo vedi. È un’installazione d’arte contemporanea, un dipinto sospeso. Non tanto un Cy Twombly, più tipo quelli dell’amico di Barney Panofsky che invitava i compari a dare un colpo di straccio sulla tela, tanto l’arte è una bufala. Insomma: non è bianco, perché ha le sbavature di grigio. Non è plumbeo, perché non sono cariche d’acqua. Non è nero e non lo sarà mai, perché di notte ci arriva il riverbero equoreo delle luci. Non è nebbioso, perché l’interramento dei Navigli ha dissolto la bruma (e non perché a nessuno importava delle soavi imprecazioni lanciate dalle lavandaie, ma per ragioni di salubrità: ci finivano gli scarichi del centro, ora quel flusso prosaico di deiezioni si chiama poeticamente “collettore”). Allora che cos’è? È l’interno di una lampadina? È l’eco delle polveri sottili? È il bicchiere di latte filmato da Hitchcock nel Sospetto? O è il «grigio fumoso delicato come una perla» di cui parlava Giuliano Gramigna in una poesia? Di sicuro non è un cielo, ma a quel punto ti accorgi che sei fregato perché ti piace. Questa cupola non si perde in struggimenti: qui la nostalgia dell’azzurro è un sentimento che si manifesta in presenza e non in assenza dell’oggetto stesso della nostalgia. Quando c’è, c’è. Inoltre emanciparsi dalle bizze del meteo è il primo segno di maturità.

Benvenuti a Milano.

(Continua a leggere sul sito del Sole24Ore.)

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