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Il corvo sulla schiena

magazine1_3_672-458_resize(Qualche tempo fa una rivista mi ha chiesto di raccontare un’estate trascorsa in città e mi è venuta in mente la storia di un vecchio romanzo fallito, poi non se n’è fatto più niente, né dell’articolo e né del romanzo. Riposto il pezzo assolato e boccheggiante qui.)

 

 

Se penso a quell’estate, rivedo un corvo appollaiato sulla schiena.

In una vita precedente – un anno, un mese, un giorno fa: chi se lo ricorda – sono stato uno di quei grami individui che rimangono in città ad agosto non per indigenza, oh no, ma per vocazione. La solitudine mi aveva dispensato da leziose programmazioni di coppia, ma non dalla vanagloria. Così, dopo aver consegnato una traduzione di seicento pagine, invece di godermi un paio di settimane al mare, mi ero convinto di dover finire un romanzo a tutti i costi. L’orgasmo creativo, l’urgenza di scrivere, la pagina che chiama: tutte le definizioni possibili per dire “sono un coglione rimasto a casa nel mese più torrido del secolo”. Condominio, silenzio, canicola: c’erano tutti gli ingredienti per il giallo dell’estate ossia: chi ha ucciso il mio vacillante buonsenso? Nell’arsura buttavo giù pagine di getto, facendomi portare dal suono, oppure da un’onda, macché da una febbre, con la vaga idea di una struttura. Pensavo con Louis Aragon: “La trama, questa mania borghese” (e non c’è pensiero più borghese, infatti il popolare Truffaut raccontava storie, invece l’aristocratico Godard è ancora lì a chiedersi che cos’è il cinema). Lunghe sfuriate accompagnato dalla musica di Neil Young che mi lasciavano esausto, a tal punto che avevo cominciato a sentire un dolore terribile al centro della schiena: la pulsazione mi svegliava alla mattina, mi accompagnava nel corso della giornata, si assopiva sotto l’analgesico serale buttato giù con l’alcol (cioè l’alcol stesso), e tutto ricominciava da capo.

Il corvo, lo chiamavo.

Idea per una nevrosi: Milano era la sua città e lo sarebbe sempre stata. Anche perché non trovava mai l’imbocco della tangenziale giusta.

I locali chiudevano uno ad uno, sottraendomi terreno da sotto i piedi, in uno stillicidio alcolico quasi struggente: prima un bancone adorato, poi un amato sgabello, in un giro di incontri tra individui stralunati, storditi, sospiranti. Un chiringuito dalle parti dello stadio, un pergolato vicino alla Martesana, un pub in Città Studi, il locale dietro Cordusio con l’aria condizionata, un bar in via Ripamonti dove preparavano un orrendo intruglio chiamato Martini Watermelon (l’amico alcolista trovava frivola l’anguria: bisognava pur aggiungerci un veleno): ad ogni tappa una persona che partiva e un locale che chiudeva.

“Quando ci salutiamo?”

“Non lo so. Quando parti?”

“Non lo so. Ma quando ci salutiamo?”

“Non lo so. Quando torni?”

“Domani.”

“?”

Sopra i trentasette gradi, è tutto un Harold Pinter.

Sembravamo anime in pena che si guardavano senza parlare, come in un sogno così banale da aver bisogno se non di un editing almeno di un ventilatore. Si accendevano i baracchini, oasi corrusche sulle circonvallazioni, con uomini soli in sandali e borsello che si detergevano la fronte dall’abbandono. Un giorno dopo l’altro, svaniva l’idea che qualcuno da chiamare ci sarebbe sempre stato, scendendo inesorabile verso la voragine di Ferragosto, dove ad attendere c’era il vuoto – oppure il gran chiasso dei Navigli.

Perdevo i punti di riferimento, come in un lungo, inutile congedo che ogni mattina mi lasciava un mal di testa funebre (non c’è niente come un hangover estivo senza aria condizionata per farti percepire la caducità dell’uomo) e il ritorno del corvo – dell’ispirazione – sulla schiena, appollaiato sui rami delle costole. A un certo punto il dolore tra le scapole era diventato così insopportabile da costringermi a intercettare un amico medico in partenza, che mi aveva prescritto al volo un potente antidolorifico. Quoth the raven: nevermore! E invece perdurava. Era un presagio? Era un segno? Mi sembrava appropriato considerarlo un’indicazione di intensità insostenibile. La colonnina di mercurio del talento. Ricordavo il frammento in cui uno scrittore, nella stesura della sua opera più sofferta, era andato dal medico e costui gli aveva intimato di smettere subito di fare quello che stava facendo, qualsiasi cosa fosse: rischiava la vita. Che meraviglia, pensavo, anche io sto guastandomi il cuore o i polmoni con la forza della scrittura! Il caldo, oltre a spingere i matti a fare a pezzi la mammina per dare un senso al freezer, esaspera le velleità, convincendoti di essere un grande romanziere invece di un uomo che ha bisogno di un pediluvio. Ogni mattina, con il tremito alla fronte di cui parlava Kafka e il corvo sulla schiena di cui parlava la mia megalomania, mi accingevo a scrivere nel silenzio della città inquinata, su cui aleggiava l’alito fetido dei pm10, come se Dio avesse digerito male l’anno.

Idea per un libro: in una mattina di calura la città si sveglia e al posto della Madonnina, in cima alla cattedrale, trova la segretaria della Kores, quella che eternamente batteva a macchina imprigionata nell’insegna luminosa dall’altra parte della piazza. La chiamano Marco.

Smaltiti amici e conoscenti e sconosciuti, ero rimasto ostaggio della città onirica. La rarefazione delle persone e dei pensieri andava di pari passo con l’ispessimento dell’aria. I giorni – da brevissimi, per l’affanno del lavoro e dei saluti – si erano aperti in un delta malsano e immoto. Agosto, dopo l’arroganza di luglio, si era affacciato timidamente e man mano aveva guadagnato coraggio, non trovando alcun ostacolo, per poi fermarsi lì stranito come l’esercito napoleonico arrivato in una Mosca deserta. E io, come il Pierre di Tolstoj, ogni giorno esploravo gli abissi pulviscolari della città e dell’io, senza arrivare a uscirne.

Quando mi stufavo del libro, me ne andavo a zonzo. Il labirinto del romanzo in progress trovava un doppio in quella metropoli senza un negozio aperto, dove vagare in preda al capogiro: l’inferno è vuoto. Ci si muoveva come in un acquario bollente, a tratti sembrava di essere rimasti soli ed era vero. Il calore saliva a far tremolare l’aria come nel deserto, ma al posto di Lawrence d’Arabia, appariva in lontananza un pensionato con la canotta “Livin’ la vida loca” o un cane stracco che aveva saggiamente abbandonato la famiglia imbottigliata nel traffico dell’autostrada. Controra, meriggio, silenzio: baluginava il barbaglio di un tipo strano al quarto piano, che faceva la gibigianna con uno specchietto; friniva il cicaleccio della tizia sciroccata nella scala B, abituata a parlare da sola; si trovava parcheggio con una facilità che aveva un che di amaro. Distesa estate psicotica.

Nei parchi i sudamericani preparavano eterni barbecue superando la giornata a colpi di birra tiepida e salamelle. Avevo provato ad andarci con un telo e un buon libro. Dopo venti minuti di merengue e senso generale di spaesamento (tendo a sentirmi a disagio senza calze a più di dieci metri dal mare, inoltre avevo una gran voglia di mandare el médico de la salsa all’ospedale), mi ero alzato ed ero tornato nel mio borghese sottotetto. Lì, come in tutti i momenti di abissale depressione, colmavo il silenzio della città ascoltando Neil Young e in particolare, con scelta stupidamente autodileggiante, quello strazio che è “On the Beach”, canzone che mi ossessionava, vuoi per il tappeto blueseggiante dove il nostro scorticava i gattini delle sue corde vocali, vuoi per il testo un po’ ridicolo. “Ora vivo sulla spiaggia / eppure quei gabbiani sono ancora irraggiungibili”: solo i tossici e i Ricchi e Poveri sono in grado di rendere sublime la banalità. Ero spiaggiato in una casa infuocata, ascoltavo quella canzone in repeat e provavo a scrivere contro l’opinione del ventilatore che – lento, persuasivo – continuava a scuotere il capo. Gabbiani distanti, piccioni malati teneramente vicini, corvi sulla schiena simili al prurito che non riuscirai mai a grattare. Tutti uccellacci del malaugurio.

Idea per un romanzo: alla fine dell’estate tutti quelli che sono partiti per le vacanze decidono di non tornare. La città rimane deserta. In centro spuntano ovunque le erbacce, gli animali tornano a popolarla, uno scrittore distratto non s’accorge di nulla e continua a lavorare su quel maledetto incipit.

Ad agosto, nella via dov’ero cresciuto, i portinai sistemavano un tavolino in mezzo alla strada con quattro sedie e passavano la giornata a giocare a carte, come quattro Calindri nella città logorata. Ora non era più possibile. Un po’ perché Milano non si svuotava come un tempo, un po’ perché nel mio gabbiotto c’era un indiano, in quello accanto un ecuadoregno e così via. Tra di loro parlavano due italiani diversissimi, per accento e intonazione, e alla fine preferivano starsene da soli. Il mio si piazzava sul seggiolino in quel rapporto speciale e saggissimo che hanno gli orientali con il vuoto e il caldo: meglio non muovere un muscolo, meditare fino al prosciugamento, lasciarsi portare via dal Tempo. In una goccia di sudore, c’è tutto Krishnamurti.

Nel tardo pomeriggio attraversavo quell’aria di burro per andare a sgranocchiare un ghiacciolo. Mi nutrivo quasi solo di liquidi: alla mattina il latte freddo con i cornflakes, a mezzogiorno il melone, al pomeriggio il fiordifragola, alla sera l’alcol. Cercavo di compensare la compattezza di quel grigiore assolato. Quando ti sembra di avere capito tutto di quell’astrazione che è l’asfalto di Milano, ecco che l’estate ti illumina di nuove prospettive, facendo emergere il piombo ancora più di prima, se possibile: sfondo, amalgama dei palazzi e delle cose e delle persone, distesa morbidissima di catrame, sabbie mobili dove i motorini affondano lentamente, tela per gli arabeschi fetidi delle pisciate, l’asfalto è la quintessenza milanese, la sua naturalezza. Non vorrai addolcire un angolo di cemento con un vezzoso alberello rinfrescante? Lasciamoci il nulla: uniforme e monotono, il bitume è lo zen di cui i lombardi si sono dotati, il momento di equilibrio a cui ritornare e a cui porre mano. Non a caso d’estate la città diventa un gigantesco cantiere. Il corpo anestetizzato dal caldo va ricucito, riassestato, rimesso a nuovo. Vagavo per le zone deserte e vedevo eroici omini a torso nudo, cotti dal sole e disorientati dai fumi, stendere catrame, aprire e chiudere buche. Sono come me al lavoro sulle viscere del romanzo, avevo pensato in preda a un colpo di sole, prima di scappare perché uno di loro mi aveva letto nel pensiero (o negli occhialini tondi) e mi stava inseguendo per prendermi a pedate e invitarmi a chiudere la buca, possibilmente con me e il suddetto romanzo – il corvo – sarcofagati dentro.

L’esilio in città generava un’intimità sorprendente, non sempre gradevole. Uomini in slip sul balcone, corpi madidi sugli autobus, le gambette da pollo di una nonna che si nutriva di mangime per polli. I pochi amici rimasti ti confidavano segreti che speravi di dimenticare al più presto e se incontravi una ex bastavano pochi minuti per ritrovarsi in calore e poi smarrire l’episodio come se non fosse mai avvenuto. L’aria era satura di eros, la nudità di una doccia insieme era un’ovvietà, “Toh guarda, hai un beccone su un seno”. Si andava a letto per spossatezza, sembrava che Milano volesse instaurare quel “neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio” che auspicava Luciano Bianciardi: la carne fluttua, lo sfinimento è amore.

Al cinema c’erano innocui horror guardati da nerd cittadini o pericolosi film d’autore con esibizionisti a due poltroncine di distanza. Alcuni quartieri diventavano un De Chirico, altri restavano il Sironi che erano sempre stati. Unreal City: allucinazione, spossatezza, asfissia. Perfino le fontane si struggevano per qualche turista idiota che si buttasse dentro a rinfrescarsi, ma il turista a Milano è un milanese che “quest’estate gioco a fare il turista”, truffatore e gonzo in una sola persona.

Di notte percorrevo le circonvallazioni prostrato, con un braccio tamarro fuori dal finestrino a saggiare l’esistenza dell’aria, ai lati le prostitute sfaccendate lucide di sudore e i balordi in canotta che raccattavano una mezza cicca da terra, e mi chiedevo: ma se “someday a real rain will come down and wash all this scum off the streets”, allora Travis Bickle votava Lega? Al ritorno spegnevo tutte le luci e mi sdraiavo a letto. Trovavo la casa scaldata come un forno e provavo a respirare, ascoltando “On the Beach” al buio, perché teneva lontane le zanzare dei pensieri e mi dava un senso di pace. Di norma l’uomo abbandonato in città consulta i social network alternando l’isteria alla noia, la compulsione alla lussuria. Ogni foto su Instagram come la proverbiale goccia cinese scava un buco nella percezione dell’Io: che ci faccio qui? Perché scrivere un romanzo ad agosto? E quel #beachbraggie sarà attendibile o grazie all’angolazione non si vede la cellulite? Inoltre: come cazzo parlo? Ma per fortuna allora l’unico social network erano gli accordi in minore di Neil Young: “All my problems are meaningless / but that won’t make them go away”.

Idea per un diario: un uomo gira in Vespa per Milano deserta, accompagnato dalle musiche di Keith Jarrett. Si trova sotto un acquazzone estivo, si becca due multe, scivola sul pavé. Alla fine sbotta: “Milano, pensavo meglio”. Mette la Vespa sul cavalletto e rimane.

Ferragosto si avvicinava e i navigli attendevano, sornioni. Un po’ per snobismo e un po’ per coerenza, non li avevo mai amati. Abbiamo scelto il brutto: non sbrachiamo così, al primo riflesso della luna sull’acqua della darsena. Eppure, come un maelström, la città vorticava in quella direzione e, per quanto continuassi a remare, barca controcorrente, venivo risospinto senza posa verso un apericena solidale vegan con musica ambient. Puntuale, quella sera ero finito lì: sembrava proprio di stare sui Navigli a Ferragosto. Locali strapieni, le code per fare uno scontrino e alla fine era pure venuto a piovere. Ubi solitudinem faciunt, movida estiva appellant. O anche, per restare al mio social-neil: “I need a crowd of people / but I can’t face them day to day”.

Un minuto dopo la mezzanotte del quindici, la città era già mutata e cominciava la deriva verso settembre. I naufraghi sparivano, l’isola non era più deserta. Vedevo le macchine ricomparire, ogni giorno cinque o sei in più. Arrivavano le prime telefonate. Un senso di malinconia e spossatezza emanava dai palazzi, dalle strade, da me. Mi sembrava di non avere mai visto quella stagione insolita, durata pochissimo e anche un’eternità: un pugno di giorni intorno al giro di boa, un’orbita infinita di lancette immobili. Pagine e pagine da scrivere e riscrivere. Agosto è un mese fasullo, un varco spaziotempo senza niente dall’altra parte, un’oasi rovesciata, una promessa cronicamente disattesa. A ritroso, avrei ripercorso tutti i bar che riaprivano, insieme agli amici che tornavano. Con una nuova traduzione – solida, nitida – da affrontare, la città onirica si stava dissolvendo come un miraggio. Ma non il corvo, appollaiato sempre lì, mentre arrivavo alle ultime pagine del romanzo. A mo’ di epilogo, e di ciliegina sul pasticcio, ero andato a farmi controllare quella benedetta schiena, finendo – vista l’assenza del medico di base – da uno strano tizio di origine asiatica: si chiamava qualcosa tipo Mujaddin, era tarchiato e stranito, aveva i capelli di Paolo Limiti e un ambulatorio dove le mosche superavano in numero i pazienti. Con tono pragmatico e accento incomprensibile, il dottor Mujaddin mi aveva spiegato che quel grumo dolente scambiato per tremore, vocazione, creatività era dovuto solo alla mia poltrona da due soldi.

“Tutto qui?”

“Già.”

Lì avevo intuito che il romanzo non sarebbe mai uscito dal cono di luce d’agosto.

“Addio meraviglioso, crudele corvo.”

“Prego?” aveva chiesto il dottore.

“Dicevo: quanto le devo?”

L’estate era finita.

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Chi non ha casa

Steichen_flatiron(Mi sono reso conto che ho un mucchio di vecchi racconti sepolti nel computer e che l’umanità non sopravviverà se non li posto qui. Lo farò a cadenza mensile o bimestrale o quando cazzarola mi pare. Questo è stato scritto una decina d’anni fa e venne pubblicato dalla rivista “Ore piccole” – una piccola rivista, ovviamente – grazie a Gabriele Dadati. Parla di amore e lutti e mostri, a New York.)

Dopo tutto quel tempo, una mail del Mostro. Arrogante, come sempre. Non le chiede come sta, non usa parole gentili e non chiede permesso. Dice che ha trovato un volo a trecento euro per lunedì: un’occasione. Resta una settimana a New York e cerca casa, un letto dove dormire.

Da quanto non lo sente?

Si erano scambiati un paio di mail più di un anno prima. Lui le aveva scritto per dirle che era uscito un suo libro. Si ricorderà ancora di quell’ambizioso romanzo che ho abbandonato?, si era chiesta infastidita. Mi vuole fare ingelosire? Il progetto in tre parti su tre vicende diverse che accadono in uno stesso luogo, vagamente ispirato a un frammento del diario di Virginia Woolf, che poi aveva trovato quasi identico nel libro di uno scrittore americano (quasi: se non altro quel tizio l’aveva scritto, il romanzo). Certo, lei aveva trovato lavoro in un’importante casa editrice americana, roba che il Mostro si sarebbe sognato. Però.

Gli aveva fatto i complimenti a denti stretti e aveva cercato in rete questo fantomatico romanzo. Non ce n’era traccia. Che si fosse inventato tutto? In quel momento aveva telefonato Jan.

“Secondo te mi sta prendendo in giro?”

“Può essere. Non è quello che dice un sacco di minchiate?”

“Sì, è lui.”

“E allora sarà una minchiata.”

Le piace ancora pensare a come Jan diceva le parolacce. Parlava bene italiano, ma sceglieva sempre le stesse.

“Quel ragazzo parla troppo,” aveva continuato Jan.

“Perché?”

“Troppe parole, nessuna parola. In montagna è così. Io e Giovanni non abbiamo bisogno di tutte quelle minchiate.”

Giovanni era il compagno di scalata di Jan. Nessuno dei due scriveva, le viene da pensare. Mangiavano gallette e formaggio, se ne stavano zitti. Noi lavoriamo con le parole e non sappiamo più cosa vuol dire sceglierne una, solo una, per dire qualcosa.

 

Poi aveva scoperto che la casa editrice era così piccola da non avere un sito.

“È una casa editrice seria, non quelle porcate che propongono approfondimenti in rete,” si era giustificato il Mostro.

Naturalmente lei aveva appena curato una sezione sulla guerra civile americana per il web, con tanto di ricostruzione grafica della battaglia di Gettysburg. Lo sapeva o era solo una gaffe?

Insomma, quel romanzo esisteva.

Ma in quel momento lei sapeva fregarsene. Con Jan era felice. Si vedevano poco, tra Milano e New York, ma avevano fatto progetti. E lui era un croato di poche parole, alto uno e novanta, che invece della frenesia del basket aveva scelto la calma dell’alpinismo.

Lui sapeva aspettarla.

 

Adesso, dopo tutto questo tempo, il Mostro si rifà vivo. Vuole stare da lei una settimana. Dorme anche per terra, “se la signora non ha paura che sporchi”. Si porta dietro un amico, per di più. Sa qualcosa di quello che è successo? Con lui è impossibile capirlo. Sarebbe ugualmente sfrontato, in spregio ai buoni sentimenti. Guarda la mail tremolare sul suo schermo e non sa come interpretare quel garbuglio di parole.

“Voglio respirare l’aria di quella cittadina di provincia che è Manhattan oggi. Bella mazzata, eh? Allora, c’eri? Hai visto qualche stella cadente umana sfrecciare per l’azzurro settembrino? Hai espresso un desiderio? Hai sentito l’allah akbar di quei poveretti alla cloche? Hai donato il sangue? Hai acceso le candeline per strada? Le hai spente con un soffio? È vero che nei giorni dopo si rimorchiava di più perché c’era questo bisogno di affetto? Mi sa che sono in ritardo. Arrivo il 7 febbraio. Dai, non fare la stronza. Prepara una lista di locali, dove tirare su qualche zoccolone. Niente robe alla Dorothy Parker, niente tour in macdougal con bobbidilan, niente chelsea hotel (odio le pulci, e Sid Vicious era uno sfigato). Portoricani, asiatici, disco, funk, bistrot: non me ne frega un cazzo. Basta che ci sia figa.”

Uno sproloquio. Con sberleffo finale.

“PS Va bene, dai: ci passiamo un pomeriggio piovoso al Metropolitan, beviamo un martini all’Algonquin e in taxi magari ti tengo la mano. O la testa, se devi vomitare.

PPS Guarda che adesso cambio mail e qui non leggerò più. Considero il tuo silenzio un assenso, ho già chiesto il numero di telefono dell’ufficio a tua cugina (l’ho incontrata in un bar, non mi ricordavo che pomiciasse così bene). Ti chiamo dall’aeroporto.”

Alla fine risponde lo stesso. Gli dice che va bene. Lei starà al lavoro fino a tardi e lascerà le chiavi in portineria.

 

Quel giorno di febbraio fa davvero freddo. Lei si ferma alla finestra dell’ufficio e guarda lungo Broadway. È tutto così scuro che le tornano in mente quei momenti. Quando è successo l’hanno chiamata al telefono. Era scesa a prendere qualcosa da mangiare per fare la serata in ufficio. Stava passando accanto all’adorato Flatiron, vicino al quale aveva trovato lavoro: quella forma così snella e moderna, così elegante e slanciata. Una delle tante vertigini di New York. Il cellulare che squilla. Il traffico intorno, il sacchetto di carta con una zuppa calda e un po’ di focaccia, il pensiero a quel libro controverso su Pearl Harbor che non sa se proporre alla casa editrice.

La voce della sorella di Giovanni.

“È successo…”

Non sentiva nemmeno la voce. Sapeva che dietro la sorella di Giovanni, c’era Giovanni. E che dietro Giovanni, c’era Jan. Siamo tutti quanti in parete. Non cerchiamo di reggerci a vicenda?

Ma dietro Giovanni non c’era più nessuno.

 

Quando il Mostro la chiama dall’aeroporto, non riesce a non sorridere. Le manca il suo paese, inutile girarci intorno. E con il suo paese, la sua città. Anche se non si è mai sentita a casa. Così piccola, così provinciale. Sempre le stesse facce. Si ricorda un breve viaggio che hanno fatto insieme. Vienna. Lui dormiva nel parco, per dimostrare chissà cosa. E Budapest. Poi lei se n’era andata. In stazione l’aveva abbracciata in modo strano, troppo stretto. Tutto quel furore, tutta quella scorza per poi sciogliersi così davanti a un treno? Eppure le aveva fatto piacere. Qualche mese dopo si erano anche baciati, in una serata ubriaca come tante. Forse prima erano andati a vedere Dylan in concerto, una vecchia passione comune. Cos’erano passati, dieci anni? Si erano incontrati qualche tempo dopo, prima che lei partisse per New York. Quella sera era stranamente tranquillo, ogni bicchiere lo rendeva più placido, come se fosse una serata di tregua, prima di ricaricarsi e partire più feroce di prima. Gli aveva detto che voleva andarsene. I genitori avevano girato il mondo per lavoro e lei era fatta della stessa pasta. Si era sempre sentita apolide. Quella città le stava stretta. Si erano scambiati due segreti. Lui le aveva raccontato che                   . E lei gli aveva rivelato che                 . Si era sentita bene a confessarlo per la prima volta e lui non l’aveva guardata in modo morboso. Per una volta, aveva pensato lei, sta usando la sua intelligenza per capire gli altri e non per attaccarli. Si erano addirittura scambiati il numero di telefono. Ma lui era subito tornato quello di sempre e, dopo un paio di telefonate notturne, lei aveva smesso di rispondere.

Però quella sera era stato bello vuotare il sacco. A Jan quel segreto non l’aveva mai raccontato.

 

“Sta cominciando a nevicare, siamo atterrati per un pelo.”

“Che fai?”

“Prendo un taxi.”

“Allora non sei così al verde.”

“No, abbiamo tirato su tre ragazze con cui dividiamo la spesa. Dove vado?”

“Canal Street, 1218. Ho lasciato le chiavi al portiere.”

“Ok, tu che fai?”

“Lavoro fino alle nove, poi devo vedere un film alla cineteca tedesca. Voi fate quello che vi pare. Uno può dormire sul divano, ma l’altro deve stare per terra. Mi dispiace, non c’è tanto spazio. Andate pure a letto se siete stanchi.”

“Ma figurati, ti aspettiamo. Salutami Fassbinder.”

“Guarda che è un film nuovo con Bruno Ganz.”

“Dimmi almeno che ci sono i sottotitoli.”

“Per forza…”

“Avresti bisogno dei sottotitoli anche nei libri, così ti spiegano cosa sta succedendo. Ecco perché ti piacciono i libri di saggistica. O quelli di David Foster Wallace. Perché ci sono le note.”

“Non stavi prendendo un taxi al volo?”

“Sì, ma la tessera è di una di quelle ragazze e allora…”

“Dai, metti giù.”

“Ciao.”

 

New York è una città dove si cammina molto, ecco cosa le avevano detto tutti. E allora lei avrebbe camminato. Faceva freddo anche allora. In uno di quei giri sconsolati, come tante altre volte, era entrata in un museo. A volte ci passava quattro ore, altre solo dieci minuti. L’arte le sembrava intollerabilmente lontana. Una superficie piatta su cui qualcuno ha tracciato segni arbitrari. Ma una volta in un angolino aveva trovato una vecchia fotografia d’inizio Novecento. Edward Steichen, mai sentito. Il Flatiron avvolto dalla bruma, le poche luci di New York, una figura con cilindro e pastrano che cammina sull’asfalto bagnato, i rami nodosi degli alberi che sembrano usciti da una stampa giapponese. Il palazzo ricordava la prua di una nave che entra nel porto delle nebbie. Le sembrava impossibile che fosse una fotografia: aveva qualcosa di troppo perfetto. Più tardi aveva cercato informazioni in rete ed era stata contenta di scoprire che a Steichen piaceva intervenire sulla stampa con delle velature di pigmento, per rendere l’immagine più evocativa. Questa è la storia dell’arte, aveva pensato lei, così come della scrittura: usare velature di pigmento per evocare qualcosa. La malinconia, in questo caso. Il dolore. O forse era solo la sua di storia. Era lei che aveva perso l’amore della sua vita in un crepaccio d’alta montagna e ora si crogiolava dentro un’immagine crepuscolare e livida. Lei non taglierà mai la tela, lei non ci rovescerà sopra i colori, lei non si taglierà mai i polsi. Lei proverà a usare le velature di pigmento e non ci riuscirà comunque. Non scriverà mai quel benedetto romanzo.

Aveva stampato l’immagine, perché al museo non avevano una cartolina o un segnalibro. E così ora osservava quella sagoma scura tutti i giorni e tutti i giorni pensava: quell’uomo sono io.

 

Esce dal cinema che nevica abbondantemente, una vera e propria tempesta. I fiocchi si stagliano contro i grattacieli come piccole stelle in movimento. Sulle strade ci saranno già venti centimetri. Si gela, ma è bellissimo. Il Mostro ha tutte le fortune, pensa lei. Forse proprio perché non gli importa niente di averle.

Quando arriva a casa i due ospiti sono sdraiati per terra che sonnecchiano. Appena si svegliano, il Mostro la assale con uno dei suoi abbracci: non si capisce mai quanto di affetto e quanto di rabbia. L’altro se ne sta sulle sue.

“Allora, com’era il film? Bella casa, tra l’altro. Oh, il portiere non voleva farci salire, ci avrà presi per due albanesi. Che colpo di culo, eh, la nevicata? Siamo saliti sul tetto, pardon sul roof, a vedere il palazzone della piazza accanto, che piazza c’è accanto? Uno spettacolo. Tu come stai? Noi a pezzi. Siamo scesi a farci un hamburger e una birra, ma caschiamo dal sonno…”

Eccetera, eccetera: ecco come si potrebbero riassumere tutte le tirate del Mostro. Eccetera Homo. Così semplice.

 

Proprio tutte le fortune: il giorno dopo c’è un sole abbacinante. Il cielo è cristallino e New York ha almeno mezzo metro di neve. Nemmeno lei l’ha mai vista così. Riesce a sgattaiolare fuori di casa senza svegliarli e andare in ufficio a piedi, invece di prendere la metropolitana. Ogni albero, ogni idrante, ogni macchina riflette i raggi del sole, comunicandole un buonumore che nemmeno la presenza degli ospiti riesce a scalfire. Eccole, pensa, le mille luci di New York. Il Mostro crede che si viva di notte, e invece la vita è fatta per il giorno, per giorni come questi. Jan questo luccichio lo conosceva bene. Guarda la spaccatura di Brooklyn tagliare la città come un crepaccio e ricorda i giorni dopo la sua morte, quando anche lei, insieme a tutti gli altri, si sentiva in fondo a una gola senza via di uscita.

 

“È davvero un villaggio. Ci si sente a casa. Orientarsi è uno scherzo, con il fatto dei numeri. E poi prendi come riferimento i grattacieli e sai benissimo dove andare. Forse adesso un po’ meno, con le Torri era più facile. Nord, l’Empire. Sud, il World Trade Center. Si sente che è un’isola, c’è tutta quest’aria che gira, quest’acqua intorno che comprime, ecco a cosa si deve la frenesia, l’urgenza, il lavoro, tutte quelle stronzate. È un posto piccolo e quindi ti dai fare. Hanno fatto in modo di non farti più vedere il mare, eliminando il lato contemplativo, per così dire, e voi vi rimboccate le maniche, perché siete dei bravi bambini.”

Sa bene che non deve fare l’errore di uscire con il Mostro. Si incrociano ogni tanto. Lei ha sempre un impegno in giro, ma da casa deve pur passare. Loro di notte escono a bere e di giorno vagano per la città come due zombi. A sera si ricaricano con una breve sosta sul divano. Fanno di tutto: i locali fighetti (“Il buttafuori era italiano e ci ha fatti entrare gratis”), quelli che frequentano solo certi europei (lei ha commesso l’errore di chiamarli “eurotrash” e lui le ha dato della snob), quelli portoricani (“Il Nuyorican? C’è di meglio”), quelli malfamati (“Invece mi sembravano tutti dei gran bravi ragazzi”). Il Mostro non si ferma davanti a niente: “Mi è toccato fare le choses nel bagno del locale. Capirai: ci hai dato solo il divanetto”.

Eccetera, eccetera.

 

Poi un giorno li vede. Ci sono degli operai che lavorano nell’ufficio accanto e concentrarsi con tutto quel chiasso è impossibile. Così scende in cafeteria a finire di leggere un bel saggio su Thomas Jefferson che non sa se pubblicare. Le sono sempre piaciuti questi localini silenziosi, dove puoi stare seduta per ore, senza che nessuno ti dica niente. All’inizio, prima di arenarsi, era qua che veniva a scrivere.

A un tratto alza gli occhi dal saggio e li vede camminare. Il Mostro parla, concitato. L’altro tiene la testa china. È un tipo chiuso, ma si vede che tiene in scarsa considerazione quello che dice il Mostro. All’improvviso prova tenerezza. Quante parole che ha dentro quel ragazzo! In fondo ha solo voglia di tirarle fuori. Non è anche questo volere bene: parlare? E chissà se l’amico lo ascolta. Chissà se lo ascolta mai qualcuno. Lei il suo romanzo non l’ha letto e gliel’ha detto in faccia, con noncuranza. Tanto in casa avrebbe notato comunque che era intonso. Il Mostro non ha fatto una piega. Lei ha notato che l’amico faceva un sorriso meschino e si è un po’ vergognata. Il libro comprato e non letto, come se fosse elemosina. La piccola invidia del successo minimo. Tutte cose che non le appartengono.

Il Mostro sarà anche egocentrico, ma è vero, di questo bisogna dargliene atto. Eccolo lì che parla con un amico come se fosse la persona più importante del mondo. Sono emaciati, per il freddo e la bisboccia. Com’è strano incontrare qualcuno per caso. Lei butta giù un sorso di caffè e decide di invitarli a una festa.

 

“C’è che mi annoio. Mi annoia questo locale, mi annoia questa festa, mi annoia questo divano, mi annoi tu, mi annoia casa tua. L’Absolut ghiacciata in freezer, un cd per ogni occasione. Frank Sinatra per qualche serata con gli amici. Amália Rodrigues per il ragazzo che sale a bere l’ultimo. Un bootleg di Jeff Buckley che non ha nessuno. Un vecchio giradischi per Glenn Gould. Beethoven. Billie Holiday. Qualche 33 rigato di Bob Dylan. Le opere complete di Cummings, intonse. Tutta Jane Austen. La stampa del Flatiron di notte. La foto di Virgina Woolf sul piccolo scrittoio con la candela gialla e un taccuino. Perché non lo sigli? Lo scrittoio de’ liberi pensieri sicome compilati dall’illustre Francesca Pratesi: sembra già il sottotitolo di un in folio settecentesco. Tutto così polveroso. Anzi, pulito. Perché la tua è una polvere finta, è un effetto speciale. La depositi sulle cose con uno spruzzino? Quella delle Torri, quella sì che era polvere vera. Per inciso: la mia ambizione nella vita è strozzare chi ascolta Nina Simone. Una paperetta simpatica sul lavandino. Un foglietto con i versicoli di Ungaretti scritti a macchina appiccicato al vetro: l’esca per la domanda di rito formulata dall’ospite giusto: ‘Cos’è, un poeta italiano?’ La televisione in un angolo, in castigo. Enorme, ovvio, perché te l’ha regalata papà. L’ho accesa: non hai nemmeno sintonizzato i canali. I libri di Clarice Lispector. Qualcosa di Elizabeth Bishop. Il cartoncino appeso alla doccia con disegnati i pesci delle Maldive. È come se tu dicessi all’ospite: ‘Capisci, qui c’è l’acqua’. Grazie tante. E poi: io so arredare la mia casina piccina picciò con gusto. Poca roba in frigo, ma abbastanza per improvvisare qualcosa. I dattiloscritti sul tavolo. Sette, otto, nove, quanti cazzo sono, non li ho contati. Puttanate di divulgazione storica, quello che tu chiami lavoro. ‘Sto lavorando come una pazza’ mi hai scritto. E la sera non ti ho visto toccare una volta dico una quei tomi. Arredano, di’ la verità. Stanno così bene lì appoggiati… Blocchi di fogli bianchi: sembra il titolo di un banale scrittore di Williamsburg. Ed è per questo che mi dicevi che non sapevi se potevi uscire? Bella roba. Però il tempo per andare alla Carnegie Hall a sentire Bach lo riesci a trovare. E anche per andare a lezione di flamenco. Ah, già. Dimenticavo, quella è cultura. Ma che cazzo ne sai tu della cultura? Hai tradotto un libro di storia, capirai. E non sei riuscita a trattenerti: hai appeso tutte le recensioni del libro sulla parete di entrata. E la copertina aperta, con i risvolti. E il frontespizio, con il tuo nome. Tradotto da. Era così importante? Ho visto l’edizione americana di Montale che hai sullo scaffale, tutta sottolineata. Forse non ti sei resa conto che quel tizio traduce ‘il male di vivere’ con ‘what’s wrong with life’. Bella roba. E tu sottolinei! La tua casa è senza vita. Vivi a New York come ci si aspetta che viva a New York una come te, una come tutti.”

L’errore clamoroso: lasciarsi prendere dalla tenerezza, proiettare sul Mostro chissà quali fantasie e farlo partecipare.

Li ha invitati in questo locale alla festicciola per il compleanno di un’agente. Si è anche lasciata sfuggire un incoraggiamento (“Parla con lei, dovresti venderti un po’”) che il Mostro, nel suo patetico terrore di farcela, ha accolto con uno sbuffo spazientito. Poi, una volta dentro, lui e l’amico hanno cominciato a darci dentro al bancone, tanto pagava la festeggiata. Lei non ha avuto il coraggio di dire niente. Alla sua amica agente ha raccontato la frottola paradossale che deve scusarlo perché ha qualche problemino con l’alcol, ma è un bravissimo scrittore. L’amica, troppo mondana per alterarsi, l’ha liquidato con una battuta: “Didn’t they tell him that drinking and writing is dangerous?

Poi però l’amico ha trovato una ragazza con cui parlare e il Mostro si è placato, affondando su un divanetto del locale. Lei è andata da lui. Aveva un’aria mesta, sembrava che tutto quell’alcol all’improvviso fosse sceso sul fondo come zucchero in un bicchiere senza cucchiaio, lasciandolo ancora limpido.

“Triste?”

“E perché?”

“Il tuo amico ha rimorchiato…” ha sorriso lei.

“Rimorchiare a una festa simile è un’onta.”

“E allora che c’è?”

Poi quello sproloquio, che la lascia senza parole.

“Ma cosa vuoi da me?”

“Una reazione, cazzo. Sembri mummificata.”

Lei ammutolisce. Si alza e torna dagli altri amici. Tornando a casa a piedi, non dice una parola. Anche i due non parlano, fa troppo freddo e l’amico, dopo il rimorchio, si è trincerato dietro al silenzio. Il Mostro, a mezza bocca, canticchia lungo il tragitto Tangled Up in Blue.

 

Il giorno dopo lei si alza all’alba. È un’altra bella giornata di sole e questo la riempie di tristezza. Sente quel tepore entrare dalla finestra e scaldarle la pelle come un corpo assente. Fa la doccia e vede l’innocente cartellino con i pesci delle Maldive. Ha ragione lui, pensa. È tutto così fasullo. Sì, phoney, come dice a ogni piè sospinto il caro vecchio odioso Holden Caulfield. Le viene da piangere, poi ripensa all’unico uomo che ha portato in quella casa dopo Jan: è entrato nella doccia, ha sfiorato il cartellino dicendo che lo trovava divertente e a lei ha dato fastidio.

Esce a fare due passi nel parco.

Cosa c’è che non va in quella casa? Cosa c’è con va in lei? Cosa c’è che non va nella vita? What’s wrong with everything. Il male di tutto.

 

A sera rincasa e trova l’amico del Mostro sotto le coperte nel suo letto.

“Scusa, il divano era così scomodo…” È imbarazzato, tira su col naso, si alza. “Non sto bene e allora…”

Lei ridacchia. “Fa niente, che hai?”

“Un febbrone, mi sa. Non abbiamo trovato il termometro.”

“Adesso te lo prendo.”

A quanto pare il Mostro è uscito a prendergli un iPod che doveva portare alla sua ragazza.

“Hai trentanove di febbre. Resta pure a letto, domani avete l’aereo.”

“Grazie,” borbotta lui.

Mezz’ora dopo torna il Mostro. Lei è seduta sul divano che guarda la televisione.

“Ciao. Trovato l’iPod?”

“Sì, l’ho recuperato da un cinese. Così stasera io e te andiamo fuori a cena.”

L’amico si affaccia dalla camera. “Stai scherzando?”

“No, la porto fuori a cena sul serio.”

 

“Non è vero che New York è sempre incasinata. Stasera è tranquilla.”

“Ancora la città non si è ripresa del tutto. Ma in fondo è vero, quello è un luogo comune. I locali chiudono anche qui. La gente ha voglia di stare a casa.”

“Tu esci spesso?”

“Quasi mai. Lo sai, devo lavorare.” Sorride.

“Ti pagano bene?”

“Neanche tanto, però mi piace.”

Arrivano davanti al ristorante ebraico. Sulla porta c’è la foto del proprietario che un anno prima è stato ucciso a colpi di pistola lì davanti. Ancora l’assassino non è stato trovato.

Si siedono e ordinano.

“Com’è andata quel giorno?”

“Non ci credevo, come tutti. Poi sono scesa per strada e ho visto. Sono andata giù a piedi con una collega, siamo arrivate proprio quando è crollato il Seven. Poi ho fatto anch’io la coda per donare il sangue, ma non potevo.”

“Com’era l’atmosfera?”

“Surreale. Non si faceva che uscire. Tutte le sere Union Square si riempiva di gente.” Ha un’esitazione, poi continua. “Si parlava, si cercava di stare insieme il più possibile.”

“Un po’ stucchevole.”

“Un po’ spontaneo. Ogni tanto lo fai ancora qualcosa di spontaneo?”

“Be’, vado al cesso.”

“Meno male, con tutta la merda che hai dentro…”

Scoppiano a ridere.

“Tieni, ti ho preso un regalo.”

Un regalo dal Mostro. Un rettangolo sottile e rigido. Una trappola per topi, probabilmente.

“Grazie…”

“Aprilo dopo che siamo partiti.”

“Perché?”

“Perché è un pacco bomba.”

 

Sotto casa, il Mostro propone di andare a bere qualcosa ma lei il giorno dopo deve alzarsi presto e non è abituata. Si congedano, poi lui si infila in un bar poco lontano. Passa la serata appollaiato al bancone del bar, a guardare la cerimonia degli Oscar senza audio su un televisore alle spalle del barista. Quando sullo schermo appare un’attrice, il barista che sta asciugando i bicchieri si gira e gli fa: “She’s beautiful, ain’t she?

Il Mostro annuisce: “Yeah, she’s beautiful”.

 

La mattina dopo lei si alza presto e tradisce la promessa di svegliarli. Il Mostro russa nel doposbronza, l’altro è catatonico. Lascia un bigliettino dove raccomanda di lasciare le chiavi al portiere. Va in ufficio con un’ombra di malinconia. Quando arriva, apre il pacchettino del Mostro. È un libro, com’era prevedibile. Le poesie di Rilke. Lo apre a caso. È sottolineato.

 

Chi non ha casa adesso, non l’avrà.

Chi è solo a lungo solo dovrà stare,

leggere nelle veglie, e lunghi fogli

scrivere, e tornare incerto sulle vie

dove nell’aria fluttuano le foglie.

 

Forse il Mostro ha capito tutto, ma non ha importanza. Sono troppo lontani. Guarda fuori dalla finestra il cielo ghiacciato di Manhattan. Ripensa a quella giornate in Union Square con la città che si stringeva a se stessa. C’è una cosa che non ha detto al Mostro la sera prima, al ristorante. Una cosa di cui si vergogna. A volte, in quelle sere, usciva da sola e se ne stava lì a osservare tutti quegli sconosciuti affranti che parlavano increduli di quello che era successo. Ma nemmeno a un mostro pateticamente anticonformista come lui è riuscita a dire che solo lì, per la prima volta dopo la morte di Jan, solo in mezzo a tutto quel dolore, lei si era sentita a casa.

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L’eco del male

copertina-achabC’è una bella rivista letteraria che si chiama Achab. È semestrale, cartacea, con un’area critica, un’area narrativa, una parte dedicata all’inchiesta, alla graphic novel e all’illustrazione. Sul numero in libreria da novembre, dedicato all’idea del Bene, – insieme a cose di Fernando Coratelli, Alessandro Zaccuri, Monica Pareschi e tanti altri – trovate un mio racconto, “L’eco del male”. È scritto sotto forma di diario e racconta di un fatto terribile e della sua ricaduta sulla psiche di una persona malata.

Buona lettura, se vi capita.

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In missione per i piccoli maestri

new_homeHo fatto tanti laboratori di scrittura, tante lezioni sui libri, pagato e non (più “non”), in giro per le scuole e non sempre è gratificante. A volte l’insegnante che ha organizzato è svogliato, altre volte i ragazzi sono troppo giovani o troppo grandi per il libro che ti hanno proposto di raccontare, altre volte sei tu a essere distante e a non metterci nulla, perché la giornata è nata male o piove o hai la febbre o hai il pensiero chissà dove, magari alla morosa delle medie. Insegnare, raccontare, non è poi così diverso da qualsiasi altro rapporto e non sempre ci si trova, non sempre ci si intende. Per fortuna, vorrei dire.

Allo stesso tempo, anche le esperienze peggiori ti mostrano qualcosa: le scuole dissestate, i corridoi bunker, il rimbombo delle grida nelle aule cavernose che speravi di esserti lasciato alle spalle, il ricordo tuttora piacevolissimo della campanella che segna la fine della tortura per tutti, gli zaini sbilenchi e strabordanti, le facce vacue, le facce simpatiche, le facce con il moccio che cola, le facce assopite, i primi della classe, i teppistelli, la loro attenzione spasmodica per il display, la mia attenzione spasmodica per il display, tutte cose alle quali gli insegnanti sono abituati. Capisci anche benissimo la fatica dei professori, visto che non arrivano lì con il vantaggio di chi non deve dare voti e la nomea pomposa di scrittore (“Ehi, quei ragazzetti se la bevono, mica lo sanno che vendo tre copie al mese!”). E lo fanno tutti i giorni.

Qualche giorno fa avevo quell’umore lì. Sono corso in stazione in bici vestendomi troppo, sono arrivato lì come uscito da una sauna nello smog assolato di Milano, mi sono precipitato verso il treno dopo aver fatto una coda idiota alla macchinetta (tutti quelli che ci precedono sono idioti, finché non ti accorgi di avere uno che sibila alle spalle), e poi il treno non voleva saperne di partire, inchiodato lì. Convinto di non fare in tempo, ero già pronto a mettermi con striscioni e cartelli tra i pendolari incazzati in quei talk a microfono aperto, finché in discreto ritardo non s’è mosso e abbiamo attraversato una magnifica periferia nebbiosa, le vecchie fabbriche dismesse ingarzate di bianco, un muretto con sopra scritto: “Ho bisogno di te”, la stasi (non Stasi) dell’ex Stalingrado milanese. Il pensiero che io trafelato non avessi in quel momento la passione necessaria per raccontare i Sessanta racconti di Dino Buzzati, in missione per i Piccoli Maestri, s’è come attutito. E infatti arrivato lì, non lo so bene cos’è successo, ma so che c’è stata quell’intesa lì, quella che non avevo di certo con la morosa delle medie. Ed è successo anche che qualche giorno dopo i ragazzi – forse, perché no, imbeccati da una prof – mandassero una letterina piombata soavemente nella mia casella mail. Come cantava il poeta, now’s the time for your tears.

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Remember? It was La Belle Aurore

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(Marco Philopat mi ha chiesto di parlare del mio bar preferito per una guida diciamo così informale di Milano. Si intitola Milano Re/search, l’ha pubblicata da poco Agenzia X ed è piena di belle cose. Ecco il pezzo.)

Nella zona di confine tra città studi e il centro, a un angolo tranquillo tra il viavai trafficato di via Castelmorrone e la zona morta di via Abamonti, il viandante assetato troverà un locale abbastanza popolare, per quanto riservato, che si nota perché apre letteramente lo spigolo con enormi vetrate. Fuori è appesa una vecchia insegna telefonica, anche se all’interno l’apparecchio non c’è più. Sulle vetrate è tracciato il nome, La Belle Aurore, che richiama il bar dove Humphrey Bogart e Ingrid Bergman hanno passato un momento di felicità nel film più famoso di tutti. Ricordate?

Ilsa: I wasn’t sure you were the same. Let’s see, the last time we met…

Rick: It was La Belle Aurore.

Ilsa: How nice, you remembered. But of course, that was the day the Germans marched into Paris.

Rick: Not an easy day to forget.

Ilsa: No.

Rick: I remember every detail. The Germans wore gray, you wore blue.

Amarezza, rimpianto: di che altro può essere fatto un bar? E poi: “I tedeschi erano vestiti di grigio, tu di azzurro”: una lezione di scrittura. Ad ogni modo il posto non risale alla seconda guerra mondiale, ma agli anni ’80. Dentro non c’è molto di romantico, a parte il fatto che l’arredamento – uguale da tempo immemore – ricorda un bistrot parigino. Ci trovi un barista, affettuoso e burbero, che assomiglia un po’ a Harvey Keitel e che di lezioso ha solo il nome, Fiore. Non c’è la musica. Non c’è la televisione. Non è mai arrivato il wifi. Non ci sono piatti di pasta per l’happy hour. Non c’è mai stata l’happy hour. Al massimo ci sono due o tre salsine da spalmare su tozzi di pane raffermo, ma guai a caricare un piatto e portarselo in giro per il bar: è vietato. Se ti accomodi a un tavolo, ti verranno a servire le patatine, ma non potrai portarti un piatto carico di roba da mangiare dal bancone. È una regola: se non ti garba, te ne puoi andare. (E per questa sana antipatia forse un giorno il locale chiuderà e sarà la prima e ultima volta che mi commuoverò per un esercizio commerciale.) Appollaiato al bancone da quando avevo diciott’anni, ho visto più di un individuo, abituato alla duttilità servizievole dei baristi milanesi, chiedere un piatto da riempire di tartine e, vedendoselo negato, scoppiare a ridere pensando a uno scherzo.

Avventore: Buona questa! Me lo dà, per favore?

Fiore: No.

Avventore: Non si possono prendere piatti con il cibo?

Fiore: No.

Avventore: ?

Fiore: E non potete nemmeno accostare i tavoli. It was La Belle Aurore. Remember?

Dopo un onesto pranzo, il locale chiude e riapre alle sei del pomeriggio. Diverse volte, passando di lì in bicicletta verso quell’ora, per andare in libreria o per qualche altro motivo, ho visto appena prima convergere dai semafori intorno gli avventori storici. Li immagino attendere trepidanti a casa o sul lavoro il momento del richiamo, poi scendere come uno squadrone pronto a riunirsi in volo e planare al bancone, che è di marmo, accogliente, splendido, antico. Quindi cannoneggiare lo stomaco, l’ennui, la vita. Ma non è tanto dell’ottusità del locale, della sua persistenza tale e quale nel corso degli anni, della bellezza del pavimento a scacchi, che vorrei parlare. Forse la cosa che amo di più è la luce sopra il bancone. Cade con sublime misercordia sulle persone che bevono e avvolge in una bolla tiepida anche l’avventore più scombinato. Quella luce embrionale, pastosa, dolcissima è uno dei tanti motivi per amare Milano. Di sicuro è il motivo per cui mi trovate lì, nei giorni in cui i tedeschi non marciano su Parigi.

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I mostri di Luvano Beach – IL

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(Per lo speciale “Summer Fiction”, il magazine del Sole24Ore mi ha chiesto un racconto estivo. Eccolo qua.)

Potrei friggere un uovo sul cofano» pensò Benny, sigillato nell’abitacolo della macchina, il motore acceso e l’aria condizionata a mille. Un’ondata di caldo aveva svuotato la città, abbandonata dagli esseri umani come animali in fuga da un incendio. Solo che i suddetti esseri umani avevano lasciato gli animali a lui e al negozietto. «Pezzi di merda con la casa al mare o al lago» rimuginò, con la mente al monolocale infuocato dove viveva, unica metratura che potevano permettersi con lo stipendio di Chantal e il modesto compenso in nero che gli dava il cugino per sostituirlo ogni tanto al negozio dal lezioso nome Doggy Style. Animali pettinati&acconciati. Lui, Benny il Mastino. A fare lo shampoo. Ai cagnolini. Ma non aveva altra scelta.

Il bar sull’altro lato della piazza sembrava dall’altra faccia della Terra, anzi del deserto, e lui aveva ancora addosso l’odore di quel botolo di Linus. «Linutti», come lo chiamava la signora Pizzigalli. E poi non era Snoopy, il cane? Bah.
«Le raccomando Linutti» aveva pigolato l’arpia. «Me lo tratti coi guanti».
Coi guanti, certo, visto che il botolo puzzava da far schifo. E Benny l’avrebbe volentieri strangolato senza lasciare impronte. Ogni tanto, mentre lo lavava, stringeva appena appena per sentirlo tremare. Sarebbe bastato così poco. Ma come spiegarlo a suo cugino e alla signora Pizzigalli? Linutti non deve morire.
Aprì lo sportello con una bestemmia e uscì nelle sabbie mobili della giungla d’asfalto. Asfalto? Sembrava burro.

(Continua a leggere sul sito del Sole24Ore.)

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Dylan skyline

11075191_10205293057717609_8733827164066935502_nÈ uscita un’antologia a cui ho partecipato. È curata da Filippo Tuena per Nutrimenti e contiene dodici racconti intorno alla figura di Bob Dylan. A suonare con me ci sono anche Luciano Funetta, Helena Janeczek, Janis Joyce, Tiziana Lo Porto, Francesca Matteoni, Davide Orecchio, Marco Rovelli, Alessandra Sarchi, Andrea Tarabbia, Giorgio van Straten e Alessandro Zaccuri.

Il mio racconto parla di una strana setta che tollera solo le canzoni dylaniane di patimento e disamore, fino ad arrivare a un gesto estremo.

Qui la pagina sul sito dell’editore, con le prime recensioni.

Qui una tipica (e meravigliosa) canzone di disamore dylaniato.

Buona lettura!

 

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La donna che sparì in un telefono

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Che cosa c’è di tanto speciale lì dentro.

Solo dopo quella frase decise di fare sul serio.

Prima sapeva solo di averlo sempre con sé. Passeggiava fissando il display, soffriva durante la doccia quando non poteva tenerlo con sé, controllava gli account tra le venti-trenta volte prima di andare a dormire. Spesso si svegliava dopo mezz’ora di sonno: giusto per verificare le notifiche, lo stato di salute online, la vita.

Come tutti.

Niente di che.

La sua mente era sempre accesa. Spesso all’alba si svegliava come… come… L’unica immagine che le veniva in mente era quella con il suo telefono non appena lo metteva in carica e faceva quel confortante ronzio. Si svegliava come se una lenta scossa l’avesse appena attraversata.

L’elettricità era dolcissima.

(Continua a leggere su minimaetmoralia.)

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Lector infausto

too_many_books_teacherPrima di iniziare, lo scrittore volle chiedere consiglio a un eminente intellettuale. Il grande pensatore lo ricevette nello studiolo. Esauriti i convenevoli, gli domandò per prima cosa se leggesse i contemporanei.
“Non tanto,” ammise il nostro.
“Ma se non legge i contemporanei, come può pretendere che costoro leggano lei?”
Il ragionamento non faceva una grinza.
“E poi si ricordi di Agostino.”
“Agostino?”
“Nel corso di una terribile crisi spirituale, gli arriva la voce presaga di un bambino dalla casa dei vicini. E cosa gli dice?”
“Cosa gli dice?”
“Gli dice: ‘Tolle, lege; tolle, lege’. Prendi e leggi, prendi e leggi. Capito?”

Tornando a casa, il nostro passò in libreria e acquistò una decina di libri, tanto per cominciare. Nel corso dei giorni, saccheggiò la biblioteca comunale e prese in prestito tutti i contemporanei che gli riuscì di trovare. Smaltiti questi, provò a tenersi aggiornato, abbonandosi alle riviste più importanti.
Passato qualche anno, ormai non più di primo pelo (immaginando che, anche per questo, fosse arrivato una buona volta il suo momento), chiese udienza al maestro, il quale lodò sì la sua conoscenza dei contemporanei, ma notò evidenti lacune in fatto di classici, moderni e non.
“Come può pensare di parlare ai posteri se non conosce i capostipiti?” chiosò saggiamente il professore. “I classici sono i contemporanei del futuro, uno scrittore che non li ha letti equivale a un albero senza radici!”
Argomento pregnante.

Il nostro si rimise al lavoro e cominciò a smaltire i grandi del ’900, piano piano, uno dopo l’altro, parola per parola. Non solo gli Hemingway e i Gadda, ma anche Ivo Andrić, Yasunari Kawabata, Camilo José Cela. Grandi e piccoli, compulsando la garzantina di riferimento.
E i minori! Antonio Delfini, Martin Buber, Willa Cather.
“I minori non esistono,” borbottò una sera trionfante, mentre sbirciava allo specchio un filo bianco nei capelli. “E nemmeno le opere secondarie.”
Avanti tutta: le commedie di Ionesco, l’epistolario di Kafka, i saggi di Canetti. Quindi passò alla grande stagione ottocentesca, gli albori del romanzo, la poesia barocca del Seicento. Tolstoj, Shakespeare, Dante… Macché: i racconti di von Kleist, le acrobazie linguistiche di Sterne, le liriche di Góngora, via via fino a Cecco D’Ascoli, Rustico Filippi e l’indovinello veronese. E poi ancora più a ritroso, fino ai classici latini e greci. Che gaudio intellettuale, Sallustio! Che meraviglie stilistiche in Tito Livio! E Giovenale?
Una sfacchinata, ma quanto senno! Certo, la miopia costrinse il nostro a inforcare un paio di occhiali e la schiena gli doleva non poco, ma ne era valsa la pena.

Prese il telefono e chiamò nuovamente il pigmalione, che tuttavia nemmeno questa volta aveva buone notizie.
“E le scienze sociali? Non vorrà trascurarmi la storia delle religioni, l’antropologia, la sociologia. Santo cielo, gli scritti meravigliosi di Galileo Galilei, I vangeli gnostici, le illuminazioni di Engels. La filosofia, amico mio, e la scienza!”
E allora sotto con Il ramo d’oro, L’origine delle specie, Totem e tabù. Giordano Bruno, Platone, Baruch Spinoza. Il nostro scoprì che la Bibbia era la madre di tutte le storie, che Nietzsche stracciava il più violento dei beat, che Einstein stringeva in pugno il senso del mondo.
Quando alzò gli occhi dall’ultima riga del Kitab al-Mawaqif, il Libro delle Dimore di Muhammad Ibn Abd Al-Jabbar Al-Niffari, una lacrima gli velò la vista, già offuscata dalla cataratta.

Con tutti quegli acciacchi, non gli fu facile alzarsi dalla poltrona e avvicinarsi al telefono. Avrebbe voluto parlare con il magister e riferirgli che lo scibile riposava saldo nelle sue sinapsi, ma le sinapsi stesse non ricordavano più il numero di telefono. Provò a scartabellare in una vecchia agenda, ma quando compose il numero dall’altro capo del filo rispose la voce di una ragazzina che dell’insigne non aveva mai sentito parlare.
“Lei è una studiosa?” balbettò il nostro.
“Qualcosina la leggo anch’io, nonno.”
“E cosa sta compulsando, di grazia?”
“Tre metri sopra il cielo.”
Non ne aveva mai sentito parlare. Evidentemente qualcosa gli era sfuggito. Grazie all’interessamento della fidata badante, riuscì a procurarsene una copia. Lo lesse alla luce del lume, trovandolo insipido. Ora poteva davvero dire di aver letto tutto.
Animo, era arrivato il momento di mettersi al lavoro.
Si accomodò alla vecchia macchina da scrivere e fece un bel respiro, che divenne uno sbuffo e infine un rantolo. Mentre rimetteva l’anima a Dio, venne immalinconito dal pensiero di aver letto tutto, ma proprio tutto, tranne se stesso.

(Questo racconto viene da questo libro.)

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Gli scrittori fantasma, un’antologia

BJ5Y8h9CMAAm1NWEsce domani Scrittori fantasma, lo pubblica Elliot (pp. 190, € 18,50) ed è curato da Piero Sorrentino e Massimiliano Virgilio. Si tratta di un’antologia in cui sei narratori – Giusi Marchetta, Maurizio Braucci, Giuseppe Montesano, Valeria Parrella, Lorenzo Pavolini e il sottoscritto – si confrontano con altrettanti scrittori-e-libri-fantasma della letteratura. Nell’ordine, Giusi ha scelto D.B. Caulfield, fratello di Holden; Maurizio il console di Sotto il vulcano; Giuseppe l’avvocato Costante Fuga, che accetta l’invito di Roberto Bolaño a scrivere una versione italiana della Letteratura nazista in America; Valeria è Hladík di Jorge Luis Borges e Lorenzo il Bartleby di Melville.

Per quanto mi riguarda, ho capito che era ora di saldare il debito con un totem. Così la scelta è caduta su Philip Roth e sullo scandaloso capolavoro comico scritto da Nathan Zuckerman, ossia Carnovsky, di cui si parla in diversi libri dove protagonista è il principale alter ego dello scrittore di Newark (per quanto nel racconto anche Kepesh e gli altri facciano una comparsata). Ora, confrontarsi con un gigante simile fa tremare i polsi, ma tutta l’operazione aveva una tale sfrontatezza che tanto valeva provarci. Così è nato un omaggio, una parodia, un divertissement, una riflessione sulla poetica rothiana e sulla sua decisione di smettere di scrivere, in forma di ultimo capitolo di un libro fantomatico, tradotto proprio da uno stanco mio omonimo.

Il racconto chiude la raccolta e, come mi hanno fatto notare i curatori, in qualche modo la riapre (ma bisogna arrivare alle ultime righe per capire il motivo). E spero che, nonostante i tanti ammiccamenti all’opera di Roth, sia leggibile in sé, come la storia di un ragazzo alle prese con un certo problema, simbolo di un rapporto ambiguo con la scrittura.

Altre due cose.

Una sulle coincidenze. Per ritrovare quella musica, ho letto un libro di Philip Roth che avevo sempre mollato – La mia vita di uomo – e ci ho ritrovato una scena che avevo già cominciato a scrivere. Quasi identica. Non solo. Prima di cominciare ho evitato di rileggere il Lamento di Portnoy, per non lasciarmi influenzare (Carnovsky sta a Portnoy come Zuckerman sta a Roth), ma quando l’ho riaperto, una volta consegnato il racconto, ho scoperto che avevamo citato la stessa poesia di W.B. Yeats, Leda e il cigno. Piccole fatalità o, mi piace pensare, affinità elettive. O forse criptoplagi della mia mente, chi lo sa.

Un’altra sulla metanarrativa. Come dicono gli scrittori enfatici: con questo racconto chiudo una fase. Tempo fa, dopo un periodo di relativa crisi, ho cominciato a riflettere sulla scrittura, forse per chiarire a me stesso il senso di quello che facevo (anzi: che, per un motivo o per l’altro, non riuscivo a fare). Da questo è scaturito L’unico scrittore buono è quello morto, pubblicato da e/o l’anno scorso, uno zibaldone di racconti semiseri intorno a questo mestiere e al lavoro editoriale, ma anche un rito apotropaico, uno sfregio, una presa in giro (in primis, di me stesso), o una bella sudata nella quale smaltire tutte le tossine accumulate negli anni. (Forse, allo scrittore morto non poteva non subentrare lo scrittore fantasma.)

Ora, io non credo che la metanarrativa, per usare un gioco di parole, sia una narrativa a metà. Non sarò certo io a buttare a mare Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino, Even Cowgirls Get The Blues di Tom Robbins o Gli inquilini di Bernard Malamud (per non parlare di Storia di nessuno, di 8 e ½ o degli autoritratti di Rembrandt). Lungi da me paragonarmi a questi giganti, blablabla, dico solo che questo è un tema come un altro, che se lo spazio della narrazione è sconfinato – e lo è – allora può benissimo comprendere i narratori stessi, e che a me interessa prima ancora come lettore che come scrittore. Nell’introduzione al volume i due curatori lo dicono con parole molto più eloquenti.

Detto questo, c’è un punto oltre il quale è difficile spingersi e l’offerta di Paolo e Massimiliano mi ha dato l’opportunità ectoplasmatica per chiudere un discorso. Il mio prossimo libro – se Vonnegut lo vuole – parlerà d’altro.

Intanto, accattatevi Scrittori fantasma. Ci sono dentro delle belle cose.

Buona lettura.

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