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Il corvo sulla schiena

magazine1_3_672-458_resize(Qualche tempo fa una rivista mi ha chiesto di raccontare un’estate trascorsa in città e mi è venuta in mente la storia di un vecchio romanzo fallito, poi non se n’è fatto più niente, né dell’articolo e né del romanzo. Riposto il pezzo assolato e boccheggiante qui.)

 

 

Se penso a quell’estate, rivedo un corvo appollaiato sulla schiena.

In una vita precedente – un anno, un mese, un giorno fa: chi se lo ricorda – sono stato uno di quei grami individui che rimangono in città ad agosto non per indigenza, oh no, ma per vocazione. La solitudine mi aveva dispensato da leziose programmazioni di coppia, ma non dalla vanagloria. Così, dopo aver consegnato una traduzione di seicento pagine, invece di godermi un paio di settimane al mare, mi ero convinto di dover finire un romanzo a tutti i costi. L’orgasmo creativo, l’urgenza di scrivere, la pagina che chiama: tutte le definizioni possibili per dire “sono un coglione rimasto a casa nel mese più torrido del secolo”. Condominio, silenzio, canicola: c’erano tutti gli ingredienti per il giallo dell’estate ossia: chi ha ucciso il mio vacillante buonsenso? Nell’arsura buttavo giù pagine di getto, facendomi portare dal suono, oppure da un’onda, macché da una febbre, con la vaga idea di una struttura. Pensavo con Louis Aragon: “La trama, questa mania borghese” (e non c’è pensiero più borghese, infatti il popolare Truffaut raccontava storie, invece l’aristocratico Godard è ancora lì a chiedersi che cos’è il cinema). Lunghe sfuriate accompagnato dalla musica di Neil Young che mi lasciavano esausto, a tal punto che avevo cominciato a sentire un dolore terribile al centro della schiena: la pulsazione mi svegliava alla mattina, mi accompagnava nel corso della giornata, si assopiva sotto l’analgesico serale buttato giù con l’alcol (cioè l’alcol stesso), e tutto ricominciava da capo.

Il corvo, lo chiamavo.

Idea per una nevrosi: Milano era la sua città e lo sarebbe sempre stata. Anche perché non trovava mai l’imbocco della tangenziale giusta.

I locali chiudevano uno ad uno, sottraendomi terreno da sotto i piedi, in uno stillicidio alcolico quasi struggente: prima un bancone adorato, poi un amato sgabello, in un giro di incontri tra individui stralunati, storditi, sospiranti. Un chiringuito dalle parti dello stadio, un pergolato vicino alla Martesana, un pub in Città Studi, il locale dietro Cordusio con l’aria condizionata, un bar in via Ripamonti dove preparavano un orrendo intruglio chiamato Martini Watermelon (l’amico alcolista trovava frivola l’anguria: bisognava pur aggiungerci un veleno): ad ogni tappa una persona che partiva e un locale che chiudeva.

“Quando ci salutiamo?”

“Non lo so. Quando parti?”

“Non lo so. Ma quando ci salutiamo?”

“Non lo so. Quando torni?”

“Domani.”

“?”

Sopra i trentasette gradi, è tutto un Harold Pinter.

Sembravamo anime in pena che si guardavano senza parlare, come in un sogno così banale da aver bisogno se non di un editing almeno di un ventilatore. Si accendevano i baracchini, oasi corrusche sulle circonvallazioni, con uomini soli in sandali e borsello che si detergevano la fronte dall’abbandono. Un giorno dopo l’altro, svaniva l’idea che qualcuno da chiamare ci sarebbe sempre stato, scendendo inesorabile verso la voragine di Ferragosto, dove ad attendere c’era il vuoto – oppure il gran chiasso dei Navigli.

Perdevo i punti di riferimento, come in un lungo, inutile congedo che ogni mattina mi lasciava un mal di testa funebre (non c’è niente come un hangover estivo senza aria condizionata per farti percepire la caducità dell’uomo) e il ritorno del corvo – dell’ispirazione – sulla schiena, appollaiato sui rami delle costole. A un certo punto il dolore tra le scapole era diventato così insopportabile da costringermi a intercettare un amico medico in partenza, che mi aveva prescritto al volo un potente antidolorifico. Quoth the raven: nevermore! E invece perdurava. Era un presagio? Era un segno? Mi sembrava appropriato considerarlo un’indicazione di intensità insostenibile. La colonnina di mercurio del talento. Ricordavo il frammento in cui uno scrittore, nella stesura della sua opera più sofferta, era andato dal medico e costui gli aveva intimato di smettere subito di fare quello che stava facendo, qualsiasi cosa fosse: rischiava la vita. Che meraviglia, pensavo, anche io sto guastandomi il cuore o i polmoni con la forza della scrittura! Il caldo, oltre a spingere i matti a fare a pezzi la mammina per dare un senso al freezer, esaspera le velleità, convincendoti di essere un grande romanziere invece di un uomo che ha bisogno di un pediluvio. Ogni mattina, con il tremito alla fronte di cui parlava Kafka e il corvo sulla schiena di cui parlava la mia megalomania, mi accingevo a scrivere nel silenzio della città inquinata, su cui aleggiava l’alito fetido dei pm10, come se Dio avesse digerito male l’anno.

Idea per un libro: in una mattina di calura la città si sveglia e al posto della Madonnina, in cima alla cattedrale, trova la segretaria della Kores, quella che eternamente batteva a macchina imprigionata nell’insegna luminosa dall’altra parte della piazza. La chiamano Marco.

Smaltiti amici e conoscenti e sconosciuti, ero rimasto ostaggio della città onirica. La rarefazione delle persone e dei pensieri andava di pari passo con l’ispessimento dell’aria. I giorni – da brevissimi, per l’affanno del lavoro e dei saluti – si erano aperti in un delta malsano e immoto. Agosto, dopo l’arroganza di luglio, si era affacciato timidamente e man mano aveva guadagnato coraggio, non trovando alcun ostacolo, per poi fermarsi lì stranito come l’esercito napoleonico arrivato in una Mosca deserta. E io, come il Pierre di Tolstoj, ogni giorno esploravo gli abissi pulviscolari della città e dell’io, senza arrivare a uscirne.

Quando mi stufavo del libro, me ne andavo a zonzo. Il labirinto del romanzo in progress trovava un doppio in quella metropoli senza un negozio aperto, dove vagare in preda al capogiro: l’inferno è vuoto. Ci si muoveva come in un acquario bollente, a tratti sembrava di essere rimasti soli ed era vero. Il calore saliva a far tremolare l’aria come nel deserto, ma al posto di Lawrence d’Arabia, appariva in lontananza un pensionato con la canotta “Livin’ la vida loca” o un cane stracco che aveva saggiamente abbandonato la famiglia imbottigliata nel traffico dell’autostrada. Controra, meriggio, silenzio: baluginava il barbaglio di un tipo strano al quarto piano, che faceva la gibigianna con uno specchietto; friniva il cicaleccio della tizia sciroccata nella scala B, abituata a parlare da sola; si trovava parcheggio con una facilità che aveva un che di amaro. Distesa estate psicotica.

Nei parchi i sudamericani preparavano eterni barbecue superando la giornata a colpi di birra tiepida e salamelle. Avevo provato ad andarci con un telo e un buon libro. Dopo venti minuti di merengue e senso generale di spaesamento (tendo a sentirmi a disagio senza calze a più di dieci metri dal mare, inoltre avevo una gran voglia di mandare el médico de la salsa all’ospedale), mi ero alzato ed ero tornato nel mio borghese sottotetto. Lì, come in tutti i momenti di abissale depressione, colmavo il silenzio della città ascoltando Neil Young e in particolare, con scelta stupidamente autodileggiante, quello strazio che è “On the Beach”, canzone che mi ossessionava, vuoi per il tappeto blueseggiante dove il nostro scorticava i gattini delle sue corde vocali, vuoi per il testo un po’ ridicolo. “Ora vivo sulla spiaggia / eppure quei gabbiani sono ancora irraggiungibili”: solo i tossici e i Ricchi e Poveri sono in grado di rendere sublime la banalità. Ero spiaggiato in una casa infuocata, ascoltavo quella canzone in repeat e provavo a scrivere contro l’opinione del ventilatore che – lento, persuasivo – continuava a scuotere il capo. Gabbiani distanti, piccioni malati teneramente vicini, corvi sulla schiena simili al prurito che non riuscirai mai a grattare. Tutti uccellacci del malaugurio.

Idea per un romanzo: alla fine dell’estate tutti quelli che sono partiti per le vacanze decidono di non tornare. La città rimane deserta. In centro spuntano ovunque le erbacce, gli animali tornano a popolarla, uno scrittore distratto non s’accorge di nulla e continua a lavorare su quel maledetto incipit.

Ad agosto, nella via dov’ero cresciuto, i portinai sistemavano un tavolino in mezzo alla strada con quattro sedie e passavano la giornata a giocare a carte, come quattro Calindri nella città logorata. Ora non era più possibile. Un po’ perché Milano non si svuotava come un tempo, un po’ perché nel mio gabbiotto c’era un indiano, in quello accanto un ecuadoregno e così via. Tra di loro parlavano due italiani diversissimi, per accento e intonazione, e alla fine preferivano starsene da soli. Il mio si piazzava sul seggiolino in quel rapporto speciale e saggissimo che hanno gli orientali con il vuoto e il caldo: meglio non muovere un muscolo, meditare fino al prosciugamento, lasciarsi portare via dal Tempo. In una goccia di sudore, c’è tutto Krishnamurti.

Nel tardo pomeriggio attraversavo quell’aria di burro per andare a sgranocchiare un ghiacciolo. Mi nutrivo quasi solo di liquidi: alla mattina il latte freddo con i cornflakes, a mezzogiorno il melone, al pomeriggio il fiordifragola, alla sera l’alcol. Cercavo di compensare la compattezza di quel grigiore assolato. Quando ti sembra di avere capito tutto di quell’astrazione che è l’asfalto di Milano, ecco che l’estate ti illumina di nuove prospettive, facendo emergere il piombo ancora più di prima, se possibile: sfondo, amalgama dei palazzi e delle cose e delle persone, distesa morbidissima di catrame, sabbie mobili dove i motorini affondano lentamente, tela per gli arabeschi fetidi delle pisciate, l’asfalto è la quintessenza milanese, la sua naturalezza. Non vorrai addolcire un angolo di cemento con un vezzoso alberello rinfrescante? Lasciamoci il nulla: uniforme e monotono, il bitume è lo zen di cui i lombardi si sono dotati, il momento di equilibrio a cui ritornare e a cui porre mano. Non a caso d’estate la città diventa un gigantesco cantiere. Il corpo anestetizzato dal caldo va ricucito, riassestato, rimesso a nuovo. Vagavo per le zone deserte e vedevo eroici omini a torso nudo, cotti dal sole e disorientati dai fumi, stendere catrame, aprire e chiudere buche. Sono come me al lavoro sulle viscere del romanzo, avevo pensato in preda a un colpo di sole, prima di scappare perché uno di loro mi aveva letto nel pensiero (o negli occhialini tondi) e mi stava inseguendo per prendermi a pedate e invitarmi a chiudere la buca, possibilmente con me e il suddetto romanzo – il corvo – sarcofagati dentro.

L’esilio in città generava un’intimità sorprendente, non sempre gradevole. Uomini in slip sul balcone, corpi madidi sugli autobus, le gambette da pollo di una nonna che si nutriva di mangime per polli. I pochi amici rimasti ti confidavano segreti che speravi di dimenticare al più presto e se incontravi una ex bastavano pochi minuti per ritrovarsi in calore e poi smarrire l’episodio come se non fosse mai avvenuto. L’aria era satura di eros, la nudità di una doccia insieme era un’ovvietà, “Toh guarda, hai un beccone su un seno”. Si andava a letto per spossatezza, sembrava che Milano volesse instaurare quel “neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio” che auspicava Luciano Bianciardi: la carne fluttua, lo sfinimento è amore.

Al cinema c’erano innocui horror guardati da nerd cittadini o pericolosi film d’autore con esibizionisti a due poltroncine di distanza. Alcuni quartieri diventavano un De Chirico, altri restavano il Sironi che erano sempre stati. Unreal City: allucinazione, spossatezza, asfissia. Perfino le fontane si struggevano per qualche turista idiota che si buttasse dentro a rinfrescarsi, ma il turista a Milano è un milanese che “quest’estate gioco a fare il turista”, truffatore e gonzo in una sola persona.

Di notte percorrevo le circonvallazioni prostrato, con un braccio tamarro fuori dal finestrino a saggiare l’esistenza dell’aria, ai lati le prostitute sfaccendate lucide di sudore e i balordi in canotta che raccattavano una mezza cicca da terra, e mi chiedevo: ma se “someday a real rain will come down and wash all this scum off the streets”, allora Travis Bickle votava Lega? Al ritorno spegnevo tutte le luci e mi sdraiavo a letto. Trovavo la casa scaldata come un forno e provavo a respirare, ascoltando “On the Beach” al buio, perché teneva lontane le zanzare dei pensieri e mi dava un senso di pace. Di norma l’uomo abbandonato in città consulta i social network alternando l’isteria alla noia, la compulsione alla lussuria. Ogni foto su Instagram come la proverbiale goccia cinese scava un buco nella percezione dell’Io: che ci faccio qui? Perché scrivere un romanzo ad agosto? E quel #beachbraggie sarà attendibile o grazie all’angolazione non si vede la cellulite? Inoltre: come cazzo parlo? Ma per fortuna allora l’unico social network erano gli accordi in minore di Neil Young: “All my problems are meaningless / but that won’t make them go away”.

Idea per un diario: un uomo gira in Vespa per Milano deserta, accompagnato dalle musiche di Keith Jarrett. Si trova sotto un acquazzone estivo, si becca due multe, scivola sul pavé. Alla fine sbotta: “Milano, pensavo meglio”. Mette la Vespa sul cavalletto e rimane.

Ferragosto si avvicinava e i navigli attendevano, sornioni. Un po’ per snobismo e un po’ per coerenza, non li avevo mai amati. Abbiamo scelto il brutto: non sbrachiamo così, al primo riflesso della luna sull’acqua della darsena. Eppure, come un maelström, la città vorticava in quella direzione e, per quanto continuassi a remare, barca controcorrente, venivo risospinto senza posa verso un apericena solidale vegan con musica ambient. Puntuale, quella sera ero finito lì: sembrava proprio di stare sui Navigli a Ferragosto. Locali strapieni, le code per fare uno scontrino e alla fine era pure venuto a piovere. Ubi solitudinem faciunt, movida estiva appellant. O anche, per restare al mio social-neil: “I need a crowd of people / but I can’t face them day to day”.

Un minuto dopo la mezzanotte del quindici, la città era già mutata e cominciava la deriva verso settembre. I naufraghi sparivano, l’isola non era più deserta. Vedevo le macchine ricomparire, ogni giorno cinque o sei in più. Arrivavano le prime telefonate. Un senso di malinconia e spossatezza emanava dai palazzi, dalle strade, da me. Mi sembrava di non avere mai visto quella stagione insolita, durata pochissimo e anche un’eternità: un pugno di giorni intorno al giro di boa, un’orbita infinita di lancette immobili. Pagine e pagine da scrivere e riscrivere. Agosto è un mese fasullo, un varco spaziotempo senza niente dall’altra parte, un’oasi rovesciata, una promessa cronicamente disattesa. A ritroso, avrei ripercorso tutti i bar che riaprivano, insieme agli amici che tornavano. Con una nuova traduzione – solida, nitida – da affrontare, la città onirica si stava dissolvendo come un miraggio. Ma non il corvo, appollaiato sempre lì, mentre arrivavo alle ultime pagine del romanzo. A mo’ di epilogo, e di ciliegina sul pasticcio, ero andato a farmi controllare quella benedetta schiena, finendo – vista l’assenza del medico di base – da uno strano tizio di origine asiatica: si chiamava qualcosa tipo Mujaddin, era tarchiato e stranito, aveva i capelli di Paolo Limiti e un ambulatorio dove le mosche superavano in numero i pazienti. Con tono pragmatico e accento incomprensibile, il dottor Mujaddin mi aveva spiegato che quel grumo dolente scambiato per tremore, vocazione, creatività era dovuto solo alla mia poltrona da due soldi.

“Tutto qui?”

“Già.”

Lì avevo intuito che il romanzo non sarebbe mai uscito dal cono di luce d’agosto.

“Addio meraviglioso, crudele corvo.”

“Prego?” aveva chiesto il dottore.

“Dicevo: quanto le devo?”

L’estate era finita.

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Remember? It was La Belle Aurore

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(Marco Philopat mi ha chiesto di parlare del mio bar preferito per una guida diciamo così informale di Milano. Si intitola Milano Re/search, l’ha pubblicata da poco Agenzia X ed è piena di belle cose. Ecco il pezzo.)

Nella zona di confine tra città studi e il centro, a un angolo tranquillo tra il viavai trafficato di via Castelmorrone e la zona morta di via Abamonti, il viandante assetato troverà un locale abbastanza popolare, per quanto riservato, che si nota perché apre letteramente lo spigolo con enormi vetrate. Fuori è appesa una vecchia insegna telefonica, anche se all’interno l’apparecchio non c’è più. Sulle vetrate è tracciato il nome, La Belle Aurore, che richiama il bar dove Humphrey Bogart e Ingrid Bergman hanno passato un momento di felicità nel film più famoso di tutti. Ricordate?

Ilsa: I wasn’t sure you were the same. Let’s see, the last time we met…

Rick: It was La Belle Aurore.

Ilsa: How nice, you remembered. But of course, that was the day the Germans marched into Paris.

Rick: Not an easy day to forget.

Ilsa: No.

Rick: I remember every detail. The Germans wore gray, you wore blue.

Amarezza, rimpianto: di che altro può essere fatto un bar? E poi: “I tedeschi erano vestiti di grigio, tu di azzurro”: una lezione di scrittura. Ad ogni modo il posto non risale alla seconda guerra mondiale, ma agli anni ’80. Dentro non c’è molto di romantico, a parte il fatto che l’arredamento – uguale da tempo immemore – ricorda un bistrot parigino. Ci trovi un barista, affettuoso e burbero, che assomiglia un po’ a Harvey Keitel e che di lezioso ha solo il nome, Fiore. Non c’è la musica. Non c’è la televisione. Non è mai arrivato il wifi. Non ci sono piatti di pasta per l’happy hour. Non c’è mai stata l’happy hour. Al massimo ci sono due o tre salsine da spalmare su tozzi di pane raffermo, ma guai a caricare un piatto e portarselo in giro per il bar: è vietato. Se ti accomodi a un tavolo, ti verranno a servire le patatine, ma non potrai portarti un piatto carico di roba da mangiare dal bancone. È una regola: se non ti garba, te ne puoi andare. (E per questa sana antipatia forse un giorno il locale chiuderà e sarà la prima e ultima volta che mi commuoverò per un esercizio commerciale.) Appollaiato al bancone da quando avevo diciott’anni, ho visto più di un individuo, abituato alla duttilità servizievole dei baristi milanesi, chiedere un piatto da riempire di tartine e, vedendoselo negato, scoppiare a ridere pensando a uno scherzo.

Avventore: Buona questa! Me lo dà, per favore?

Fiore: No.

Avventore: Non si possono prendere piatti con il cibo?

Fiore: No.

Avventore: ?

Fiore: E non potete nemmeno accostare i tavoli. It was La Belle Aurore. Remember?

Dopo un onesto pranzo, il locale chiude e riapre alle sei del pomeriggio. Diverse volte, passando di lì in bicicletta verso quell’ora, per andare in libreria o per qualche altro motivo, ho visto appena prima convergere dai semafori intorno gli avventori storici. Li immagino attendere trepidanti a casa o sul lavoro il momento del richiamo, poi scendere come uno squadrone pronto a riunirsi in volo e planare al bancone, che è di marmo, accogliente, splendido, antico. Quindi cannoneggiare lo stomaco, l’ennui, la vita. Ma non è tanto dell’ottusità del locale, della sua persistenza tale e quale nel corso degli anni, della bellezza del pavimento a scacchi, che vorrei parlare. Forse la cosa che amo di più è la luce sopra il bancone. Cade con sublime misercordia sulle persone che bevono e avvolge in una bolla tiepida anche l’avventore più scombinato. Quella luce embrionale, pastosa, dolcissima è uno dei tanti motivi per amare Milano. Di sicuro è il motivo per cui mi trovate lì, nei giorni in cui i tedeschi non marciano su Parigi.

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Charles Bukowski, Un gran bel picnic

bukowski(Stasera alla librerira Gogol&Company di via Savona, Milano, intorno alle sei/sei e mezza leggerò qualche poesia di Charles Bukowski. Tra queste, quella ricopiata qui di seguito, tratta da Love Is a Dog from Hell 1974-1977, raccolta riproposta in Italia da Guanda con il titolo L’amore è un cane che viene dall’inferno, traduzione di Katia Bagnoli. La traduzione di questa poesia è mia.)

 

mi torna in mente

che mi sono accasato con Jane per sette annni

era un’ubriacona

l’amavo

 

i miei genitori la odiavano

io odiavo i miei genitori

eravamo un bel

gruppo

 

un giorno siamo andati a fare un picnic

insieme

su in collina

e abbiamo giocato a carte e bevuto birra e

mangiato insalata di patate

 

l’hanno trattata come se fosse un essere umano

una buona volta

 

tutti ridevano

io no.

 

più tardi a casa mia

strafatti di whisky

le ho detto:

non mi piacciono

ma è bello che ti abbiano trattata

bene.

 

idiota, ha risposto lei,

non hai capito?

 

capito cosa?

 

continuavano a fissarmi la panza alcolica,

pensano che sono incinta.

 

ah, ho detto, allora brindiamo al nostro

bel bambino.

 

al nostro bel bambino,

ha detto lei.

 

e ce li siamo scolati.

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Pnin e lo scoiattolo

pninLa vide partire, e tornò indietro a piedi attraverso il parco. Fermarla, trattenerla – così com’era – con la sua crudeltà, la sua volgarità, gli abbaglianti occhi azzurri, i poveri versi, i piedi grassi, e con la sua anima impura, arida, sordida, infantile. A un tratto pensò: se ci si ritrova tutti in paradiso (non ci credo, ma supponiamo di sì), come potrò impedire che mi strisci addosso, che mi strisci sopra quella cosa avvizzita, indifesa, storpia che sarà la sua anima? Ma qui siamo sulla terra, e io, strano a dirsi, sono vivo, e c’è qualcosa in me e nella vita…

Sembrava che fosse arrivato, in modo del tutto inatteso (perché la disperazione umana di rado conduce alle grandi verità), sull’orlo di una soluzione universale, ma venne interrotto da una rischiesta urgente. Uno scoiattolo, sotto un albero, aveva visto Pnin sul sentiero. Con un movimento sinuoso come un tralcio di vite, l’intelligente bestiola balzò sul bordo di una fontanella e, mentre Pnin si avvicinava, protese il musetto ovale verso di lui, con un suono sbruffante piuttosto offensivo, gonfiando le gote. Pnin capì e dopo aver armeggiato un po’ trovò il bottone che doveva premere per conseguire l’esito desiderato. Squadrandolo con disprezzo, l’assetato roditore cominciò subito a gustare la robusta e scintillante colonna d’acqua, e continuò a bere per un bel po’. “Forse ha la febbre” pensò Pnin, piangendo silenziosamente e senza freno, tenendo cortesemente schiacciato il marchingegno per tutto il tempo e insieme cercando di non incrociare quello spiacevole sguardo fisso su di lui. Placata la sete, lo scoiattolo se ne andò senza il benché minimo segno di gratitudine.

(Vladimir Nabokov, Pnin, traduzione di Elena De Angeli, Adelphi 1998, p. 58.)

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