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Quel brutto vizio di narrare

26795307(Ho recensito per il magazine del Sole 24 Ore il nuovo romanzo di Michael Chabon.)

«“È tutto tuo. Te lo regalo. Quando non ci sono più, scrivilo. Spiega tutto. Mettici un significato. Usa un mucchio di quelle tue fantasiose metafore. Sistema tutto quanto nel giusto ordine cronologico, mica come il guazzabuglio che ti sto propinando io. Comincia con la notte della mia nascita. Il 2 marzo 1915. Quella sera c’era un’eclisse di luna, sai cos’è?”

“Quando l’ombra della Terra colpisce la luna.”

“Molto significativo. Sono sicuro che sia la metafora perfetta di qualcosa. Comincia da lì.”

“Un po’ scontato,” ho detto.»

Forse i posteri racconteranno del momento preciso nella cultura (letteraria) occidentale in cui l’invenzione non è più bastata. Accadde, diranno al nipotino davanti al fuoco, che ogni lettore provò un tic fastidioso: davanti a un’opera d’immaginazione domandava cosa ci fosse di vero e davanti a ogni opera ispirata a fatti realmente accaduti chiedeva cosa ci fosse di falso. Insomma, il romanzo senza il pettegolezzo non piaceva più, ma anche il memoir senza un intorbidimento delle acque aveva rotto i santissimi. Ecco che a un tratto, rinvenuta tra i sollazzi di certi oziosi intellettuali francesi, l’idea dell’autofiction aveva cominciato a dilagare. Poco importava che innumerevoli romanzieri avessero già ampiamente giocato con l’equivoco della scrittura e dell’io: non c’è niente come una nuova etichetta per rivendere un prodotto stantio. E così per lungo tempo, diranno al frugoletto, fioccarono racconti fittizi che giocavano con l’identità del narratore stesso, debitori di una fame di realtà individuata qualche anno prima in un saggio avventuroso scritto da David Shields. Era una moda?, chiederà il nipotino, un escamotage? I nuovi romanzi erano le persone? E in questo modo la verità poteva infiammare nuovamente la fantasia?

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Colson Whitehead e la non banalità del male

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Oggi il male è consegnato al cliché. Non si può scrivere di genocidi, olocausti, massacri senza cadere nel più banale degli stereotipi giornalistici sulla memorialistica. “Per non dimenticare”, “il valore della testimonianza”, “ricordate che questo è stato”, “la giornata della memoria”: tutto è stato ridetto fino alla nausea in quella grande aula scolastica che sono i media e i social, come una parola ripetuta troppe volte che finisce col non avere più senso. Si è partiti dal nazismo per arrivare, che so, a Fabio Volo: tutto è Male Assoluto (mi raccomando, sempre con le maiuscole), che sia Homs oppure un omicidio in provincia o perfino Maria De Filippi. Invece che aiutarci, è plausibile che questa specie di meme pseudostorico abbia anestetizzato non soltanto la nostra empatia, ma anche la nostra capacità di ragionare sulla specificità del male e, di conseguenza, di narrarlo senza cadere nella retorica. Un qualsiasi articolo sulla Shoah è diventato un discorso presidenziale di Natale, dove le parole potrebbero essere rimescolate e ridistribuite di anno in anno e di elzeviro in elzeviro, senza che il succo cambi mai, ma soprattutto senza che diventi più incisivo o interessante. Anche il nervo del linguaggio si consuma, e di conseguenza il racconto della Storia.

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Eggers, il romanzo come presente

9780451493804_custom-5de66a6fa551233924bf67147a4c5a9211fdf8e6-s400-c85Il grande spazio americano è da sempre un luogo della mente, il territorio che terrorizzò e affascinò i pellegrini, quindi i pionieri e poi i dropout. Il ricorso alla natura intatta è un filo rosso: la conquista del West raccontata dal cinema; il battesimo delle parole operato da Whitman lungo la sua “open road”; il ritorno al fiume dopo la guerra del Nick Adams di Hemingway; l’ubriaco vagabondaggio dei beat; la pacata esplorazione di William Least Heat-Moon; lo squilibrato isolamento di Into the Wild. La wilderness, appunto, parola chiave fin dai primi testi, è insieme attrazione per l’ignoto, terra di conquista, ma anche fuga dal mondo e dalle responsabilità, una dicotomia che attraversa tutto il novecento americano, e se di terra desolata non ne resta granché ecco l’evasione verso l’avamposto a nord, la quasi Russia e quasi oblio – come si dice qui – che è l’Alaska.

È quello che accade nel nuovo, corposo romanzo di Dave Eggers, Heroes of the Frontier. Una madre in crisi sentimentale e lavorativa chiude baracca e burattini per scappare insieme ai due figli dal marito e dalla causa legale che l’ha spinta a vendere lo studio dentistico, puntando verso una terra che reputa incontaminata e in questo salvifica. È in crisi di mezza età, beve tanto e nutre uno spaventoso senso di colpa per la morte di un ragazzo finito in Afghanistan dietro suo consiglio. Lì al nord ha una specie di sorellastra, noleggia un camper scassato e, sebbene il paese sia devastato dagli incendi, lo attraversa in cerca di qualcosa che non riesce a definire. Un nuovo inizio, la felicità, la stabilità? Tutto questo e molto meno. Cerca qualcosa o qualcuno di sostanza, dice. Troverà personaggi strambi, scenari inaspettati, brutti incidenti. E poi confusione, dispersione, scombussolamento, ossia tutto quello che già alberga nella sua testa e nella sua famiglia. “Forse è questa la causa di tutte le nevrosi moderne, pensò lei, il fatto che non abbiamo identità stabili, non abbiamo certezze.” Si torna al punto di partenza: “Venivano dal nulla. Essere americano significa esser vuoto e un vero americano è completamente vuoto. Di conseguenza, tutto sommato, Josie era una vera grande americana”.

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In un palmo d’acqua, in un palmo d’aria

cop.aspxParecchi anni fa arrivò la telefonata di un editor che mi proponeva di tradurre uno scrittore mai sentito prima. Gli chiesi di mandarmi il manoscritto e cominciai a leggerlo subito. Era una stampata senza una fotografia e non avevo nemmeno googlato il tizio. Il romanzo parlava di un professore e di una pittrice in crisi, raccontati dal punto di vista di un bambino piccolissimo, genio inverosimile in grado di leggere Greimas e di fare giochi di parole intorno a tutto lo scibile immaginabile. Mi stavo divertendo come un pazzo, quando a un tratto, dopo almeno cento pagine, il bambino si riferiva in modo imprevisto al colore della sua pelle e all’improvviso feci un sobbalzo. Non l’aveva specificato in nessun punto, ma la famigliola che per pigrizia avevo immaginato bianca era in verità nera, così come nero era il protagonista. Lì l’autore aveva messo una nota, che più o meno recitava: “Ah, fino ad ora avevate creduto che io fossi bianco?”. Era la prima volta che un autore giocava in modo così abile con il mio ruolo di lettore. Accettai la traduzione. Il libro s’intitolava Glifo, fu un discreto successo e io mi occupai in seguito di altri cinque suoi romanzi.

Non so dire che cosa abbia voluto dire per me lavorare su Percival Everett. Tradurlo è stato un divertimento, una fatica, un atto d’amore, una rivelazione, un inferno. Ma non solo. In quell’equilibrio sospeso e insolito che attraversa tutta la sua opera, tra sperimentalismo e tradizione, tra umorismo e tragedia, ho trovato una mia strada, qualcosa che mi parlava di quello che avrei voluto scrivere io (con risultati senz’altro più incerti e mediocri). In sintesi, parlava di me, parlava con me: grazie ai giochi linguistici, all’umorismo talvolta demenziale, alla nota cupa accostata a quella leggera, al porre questioni e non dare mai soluzioni, al piglio divertito con cui affrontava i problemi. Diversi passaggi dell’Unico scrittore buono è quello morto non sarebbero mai nati (o comunque non sarebbero nati così) senza l’attraversamento, parola per parola, di quei sei libri.

Adesso Percival Everett torna nelle librerie italiane con una nuova raccolta di racconti: In un palmo d’acqua (Nutrimenti, pp. 190, € 17). E di nuovo, nonostante le tante pagine che ho scritto su di lui, sono qui a chiedermi cosa mi piaccia tanto della sua scrittura, perché faccia sempre il suo nome quando mi chiedono qual è lo scrittore che ho tradotto a cui mi sento più vicino. Qui il lato più temerario del suo stile è accantonato in favore di una grande linearità. La pagina è piana, le storie semplici, per quanto vi sia sempre un tremito sottotraccia, una vibrazione nascosta che da un momento all’altro potrebbe slogare la sintassi o far apparire, come in Deserto americano, un uomo senza testa in grado di camminare e parlare (e qui, in effetti, appare). Anche quando è pulito, Everett lo è solo in modo apparente e tradurlo non è per nulla facile. Ha un rapporto conflittuale con il linguaggio, anche quando lo tiene a bada. Vi si avvicina come i suoi personaggi si avvicinano ai tanti cavalli che popolano i suoi romanzi: ci vuole rispetto, equilibrio, perché da un momento all’altro potrebbe capitare qualcosa d’inconsueto e un po’ vogliamo che accada (la paura è desiderio). L’esitazione compare anche nei dialoghi. Anni fa ho chiacchierato un po’ con Percival Everett. Eravamo alla Fiera di Torino, avevo appena tradotto un suo libro e ci siamo messi a scambiare un po’ di idee intorno alle cose che aveva scritto. È stato buffo. Lui era gentile, comprensivo, ma alla lunga, dopo avere esaurito tutte le osservazioni pseudobrillanti che avevo da sfoggiare, è sceso un silenzio che mi è risultato stranamente familiare. Spesso nei suoi libri, all’improvviso, due persone non hanno più niente da dirsi. Hanno chiacchierato un po’, si sono rimbalzati qualche riflessione, a volte piacevole altre volte guardinga, poi è finita, non c’è più niente da raccontare e restano lì un po’ impacciati. Sembrano rimpiangere di non essere in compagnia di un cane o di un cavallo o di un qualsiasi animale muto, governabile, saggiamente tacito davanti al mondo. E allora eccomi lì, a Torino, in quel silenzio, sprofondato nella poetica dell’autore che avevo appena tradotto. (Sono contento che, con Letizia Sacchini, Everett abbia trovato una nuova voce equilibrata, attenta, precisa. Seguire ancora uno scrittore tanto amato grazie a una traduttrice così sapiente è confortante.)

Che cosa c’è in questo nuovo libro? Ad esempio c’è un racconto dove un ragazzo deve superare il lutto per la morte della sorella, o forse non deve superare niente, forse vuole solo essere lasciato in pace. Dai genitori e da una psicologa e dal pensiero che si debba sempre fare qualcosa. È un racconto che ha una strana qualità onirica, non succede quasi niente, forse deve apparire un orso ma non appare, forse compaiono due alci ma è un attimo, forse guizza un pesce enorme. Mentre leggevo, pensavo che una delle qualità di Everett è questo continuo assestarsi in una terra di nessuno, a metà strada tra la vita e il sogno. Spesso nei suoi libri, un personaggio appoggia per un momento il capo da qualche parte e sprofonda in una narrazione diversa, plausibile e allo stesso tempo impossibile, come tutte le narrazioni. È lì che Everett trova un contrappeso, nella terra dei sogni, delle parole e delle immagini sempre evanescenti eppure così profondamente innestate nel nostro cuore, che poi in un attimo, con una chiusa fulminea, ci abbandonano, e il racconto – il sogno – è terminato.

Alcuni racconti sono compiuti, finiti, definiti. In altri sembra di vedere un unico episodio di una serie tv, un pilota, un unicum vacuo e abbandonato, ed è bello: hanno trovato delle vacche morte, un uomo vuole truffare un’assicurazione, c’è uno sceriffo stanco e scettico, una famiglia assassinata in un ranch, un uomo impazzito, che cosa accadrà?, che cosa ne sappiamo?, saranno giusto un paio di colonne in cronaca?, un rigo in letteratura? Quando tutte le domande sono state fatte e nessuna ha trovato risposta, Everett si ferma sul volto di un uomo e sulla neve che vortica. Punto. È quel momento di sospensione che, inceppando la storia, costruisce la letteratura: che cos’è il senso di una narrazione se non l’attimo in cui l’episodio televisivo si fermava sul classico cliffhanger e compariva il nome dei produttori? Ma soprattutto: perché poi continuare?

E poi ecco una valletta inquietante trovata durante una cavalcata che ricorda l’aldilà, un indiano che assomiglia a un attore famoso, un personaggio irrintracciabile da cui sentirsi intimiditi (anche se non è chiaro chi minaccia chi), ecco un sogno miracoloso, ecco un terremoto. Il deserto è sempre lì, più o meno immutabile. Gli animali sono sempre lì, più o meno ammaestrabili. Sono gli esseri umani a risultare imprevedibili. Neri, indiani, bianchi, meticci, donne, uomini, bambini, adolescenti, umani.

Ho letto i racconti di notte, in un palmo d’aria afosa, e il passo di Everett ha la forza di rasserenarmi, anche quando ti mostra una famiglia uccisa a fucilate. C’è un ordine stolido nella sua pagina, che ricorda la vocazione di alcuni protagonisti a sistemare le cose, sebbene la moglie li abbia lasciati, il mondo vada a scatafascio e da un momento all’altro stia per succedere qualcosa di terribile, fosse solo un gioco di parole. Dietro ogni persona, c’è una piccola minacciosa alterazione del mondo. E dietro ogni storia semplice, c’è un mistero. Dietro le parole, il caos: noi.

 

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Mosca di sotto – The Towner

1375805461_Moscow Metro(Ho scritto una recensione-retroreportage di Mosca e del suo sottosuolo per The Towner.)

Nonostante fosse estate, del mio breve soggiorno moscovita ricordo soprattutto il buio, il sottofondo, il sottosuolo. Non tanto per imitazione dell’uomo dostoevskijano, il cui mal di fegato non avrei potuto eguagliare, quanto per una necessità sottoponente, una spinta a ritroso, un passo recondito inevitabile per aggirarsi nella capitale russa. In spregio ai romanzi dozzinali o ai film di spionaggio, che di norma ricorrono all’iconografia classica di una città gelida e innevata, avevo scelto quella stagione. In superficie faceva un caldo infernale, visto che agosto esiste anche lì, e non mi fidavo dei taxi informali. Prima della partenza ero stato messo in guardia riguardo alle auto disposte a portarti ovunque: a differenza di New York, dove i taxi non si fermano nemmeno a pagarli, a Mosca basta alzare un braccio e si ferma chiunque. In Italia mi avevano fatto il solito terrorismo: “Non hanno il tassametro”, “Ti portano chissà dove”, “Controlla i reni, quando scendi”. Mi avevano messo fin troppo in guardia contro la pericolosità generale di Mosca e invece tutto mi era parso tranquillo e la cosa più minacciosa, un po’ come nel centro di Milano, sembravano gli Hummer stupidi dai vetri oscurati, tuttavia, per iniziare, avevo scelto di ficcarmi in metropolitana. Fatto una prima volta, non riesci più a smettere. Come nota saggiamente l’autore del libretto che non mi accompagnò purtroppo in quel viaggio e che mi retrotrasporta ora scrivendo (Sparajurij, Viaggiatori nel freddo. Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura, Exorma, pp. 233, € 15,90), è inevitabile avere “l’impressione che la Russia abbia la tendenza a seppellire la propria bellezza e i suoi artefici. È accaduto coi poeti del Secolo d’argento, con l’arte astratta e con la letteratura del samizdat. E accade coi tesori che popolano il sottosuolo dove scorrono trecento chilometri di binari. La metropolitana di Mosca è il ‘Palazzo del Popolo’ – così la chiamano i cittadini – progettato e decorato dai migliori artisti dell’Unione Sovietica. Quarantaquattro delle quasi duecento stazioni sono considerate patrimonio culturale”.

E d’altra parte il tesoro è sempre lì che si trova: sotto terra.

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Tutto il mondo editoriale ne parla – IL

3244(Mi hanno chiesto di registrare le opinioni intorno al thriller erotico dell’anno e le ho trascritte per IL.)

Su un’arieggiata terrazza, nel corso di una serata qualsiasi, si parla del “libro dell’anno”, ossia di Maestra, di Lisa Hilton, edito Longanesi, traduzione di Giorgio Testa. Un giornalista – come un registratore dimenticato acceso o una booty call – si ritrova ad ascoltare le voci editoriali intorno al romanzo, venduto in 38 paesi del mondo e da poco lanciato in Italia.

Il gruppetto che trama

– L’ho letto e non sapevo bene cosa pensare. Il libro è discreto.
– Ma di che parla?
– Di una ragazza come tante, che lavora in una casa d’aste a Londra e, nonostante la preparazione, viene trattata come una stagista, nonché molestata. È giustamente incazzata. Arranca con i soldi e quindi arrotonda facendo la ballerina da Gstaad.
– Ah, Gstaad. Non è più quella di una volta.
– Infatti è un nightclub.
– Nemmeno i nightclub sono più quelli di una volta. Comunque, dicevi: ha una doppia vita.
– Tripla. Non le dispiacciono le orge. Adora scopare con gli sconosciuti.
– Pure io, per questo sono monogama da trent’anni.
– Vabbè. Quando viene licenziata, parte con un cliente del nightclub, ricco ma grasso, che l’adora e ama chiacchierare con lei senza fare altro. Vanno in Costa Azzurra.
– Ormai è in-vi-vi-bi-le.
– Infatti dopo avergli messo del sonnifero nel bicchiere per tenerlo a bada, il cuore non regge e se lo ritrova schiattato nel letto. Allora gli ruba i soldi e parte per l’Italia. Da lì comincia tutto un intrigo su quadri veri e falsi, speculatori finanziari, oligarchi uzbeki, yacht, Billionaire, sveltine in gommone, riviere di ogni genere, tutta una gigantesca vendetta per essere stata licenziata.
– Cioè, una specie di Mangia Scopa Odia?

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Intervista alla mia testa mozzata – Pixartprinting

testemozze_2-e1462167485809Ho letto un libro che mi ha fatto perdere la testa e così ho deciso di intervistarla. La testa, dico. Ci siamo momentaneamente staccati, separati in casa o in corpore vili.

MARCO Allora, come va?
TESTA DI MARCO Bene. Ho solo uno strano senso di leggerezza.
MARCO Non ti manco?
TESTA DI MARCO Neanche un po’.
MARCO Sei senza cuore.
TESTA DI MARCO Puoi dirlo forte. E non è nemmeno spiacevole.
MARCO Mi sento così ignorante e così innamorato di te.
TESTA DI MARCO Sei tutto cuore, piccolo corpicino sprovveduto.
MARCO Non solo cuore, bada…
TESTA DI MARCO Fermati lì, ti scongiuro. Inoltre lo sai bene che io sono tutto per te. Racconta il biologo evoluzionista Daniel Lieberman che quasi tutte le particelle che entrano nel corpo, per nutrirci o darci informazioni sul mondo, passano attraverso la testa, cioè io, e quasi tutte le attività sono legate a qualcosa che succede lì dentro. Ci sono quattro dei cinque sensi, ciccio.

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CÉLINE IN LOVE

5379721037_9e13ab4247_o(Ho scritto una recensione su Lettere alle amiche di Louis-Ferdinand Céline, Adelphi.)

… L’amore, già. E amoroso sapeva esserlo, come sa bene chiunque abbia letto il Viaggio al termine della notte e l’estremo commiato – dolcissimo, in un libro furibondo – con Molly: “L’ho abbracciata Molly con tutto il coraggio che avevo ancora nella carcassa. Avevo una gran pena, autentica, una volta tanto, per il mondo intero, per me, per lei, per tutti gli uomini. È forse questo che si cerca nella vita, nient’altro che questo, la più gran pena possibile per diventare se stessi prima di morire.” Ecco allora tornare in libreria, onerato dalla pena amorosa, il mostro strisciante, mellifluo, esilarato, l’angolo cieco del Novecento, come una bestia circondata dalle belle: di nuovo nel catalogo Adelphi, che già annovera la sua tesi di laurea (Il dottor Semmelweis), ma questa volta con una serie di carteggi sessuali e sentimentali, ossia le Lettere alle amiche, un interessante libretto a cura di Colin W. Nettelbeck, in verità pubblicato da Gallimard nel 1979 (traduzione di Nicola Muschitiello, pp. 257, € 15)…

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THE END OF THE TOUR – IL

the-end-of-the-tour2(Ho scritto per il magazine del Sole 24 Ore qualche riga su The End of the Tour, il film su David Foster Wallace uscito da poco nelle sale cinematografiche.)

(… ) Uno scrittore di successo, perseguitato da una feroce depressione, dopo aver lasciato innumerevoli pagine tormentate, cede e si toglie la vita. Il pitch verrà rifiutato da tutti, ma ehi aspetta: non se tratta del nuovo Dave. Non c’è nulla come una morte prematura – droga, suicidio, malattia, alcol: possibilmente – in grado di svuotare ciò che l’ha preceduta. Un po’ per digerire e esorcizzare il rimosso («Vedi, si sapeva: era già lì»), un po’ per martirizzarlo (l’agiografia, si sa, è un genere postumo), come uno Sherlock Holmes anfetaminico il pubblico ripercorre a ritroso ogni parola dello scrittore (anzi della persona, incarnata grazie al decesso) per trovare gli indizi del gesto. (…)

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Mario Maffi, rabdomante di storie

 

Maffi_Mario_small“Ho sempre pensato che certi luoghi sono calamite, che ti attraggono se passi nei paraggi.” Con queste parole in epigrafe del Nobel Modiano, si apre l’introduzione al nuovo libro di Mario Maffi, Città di memoria (il Saggiatore, 357 pp., 19,50 €), il più recente tassello di un lavoro di mappatura ed esplorazione che porta avanti da una vita. “Quello di Modiano è stato un caso fortuito,” racconta divertito in un bar di Milano. “Il libro era già in bozze.”

Figlio di un intellettuale torinese che traduceva libri dall’inglese e dal francese, un antifascista che aveva imparato il russo in carcere ed era diventato amico di Cesare Pavese al confino in Calabria, Mario Maffi è cresciuto tra i libri, affascinato dalla traduzione (una parte del suo lavoro: l’ultima curatela è un tascabile del Popolo degli abissi, con fotografie inedite scattate da Jack London in persona), e dalle lezioni di Nemi D’Agostino, personalità carismatica con cui si laurea negli anni della contestazione. Dalla tesi nasce l’esordio, La cultura underground, pubblicato da Laterza (ancora in catalogo presso Odoya). “Ho vinto il Premio Libro Giovane per l’Unione Italiana per il Progresso della Cultura,” ricorda davanti a un bicchiere di rosso. “Ricevo una telefonata dall’editore: ‘Ma non ti sei presentato ieri sera alla consegna del premio’. Invece io non sapevo nulla.”

Il primo viaggio negli Stati Uniti è del 1975. “Alla Penn University, nel cuore della Pennsylvania agricola, dove lavoravo sul movimento operaio.” Con La giungla e il grattacielo, comincia a definire meglio la sua identità di autore che cerca di portare la pagina sulla strada. Ma è con Nel mosaico delle città, scritto in inglese – ottenendo un contratto da Macmillan, poi disatteso, e autotraducendosi in italiano – che la scrittura cambia davvero.

“Quando ho cominciato a lavorare sul Lower East Side, nei primi anni ’80, le suggestioni erano troppo forti, sia nell’immediato, sia riguardo al retroterra storico: c’era una densità stupefacente di memoria.” Comincia a raccogliere le esperienze della comunità portoricana e non solo, metabolizzando il materiale in un altro libro, L’isola delle colline. Stratificazioni storiche, incontri, perfino un’aggressione: tutto contribuisce a una narrazione unica della città. Scopre poeti come Miguel Piñero e Pedro Pietri (“Cimiteri a sinistra
/ cimiteri a destra
/ cimiteri davanti
/ cimiteri dietro /
miglia e miglia e miglia
/ di mute pietre tombali
/ è impossibile avere un’erezione /
a Long Island”). Porta il secondo in Italia per una tournée insieme a Paolo Rossi.

Documentato come Iain Sinclair, ma dotato di una prosa più chiara; vagabondo come William Least-Heat Moon, ma con una passione politica più intensa, Mario Maffi è un patrimonio un po’ trascurato delle nostre lettere, sebbene diversi scrittori – Paolo Cognetti, ad esempio – abbiano fatto tesoro della sua lezione. Non ha una prosa boriosa, ma è stato ordinario di Letteratura e cultura angloamericana all’Università degli Studi di Milano (“La mia vita accademica è sempre stata un po’ sul filo del rasoio: credo di essere stato considerato un po’ strano. Ma, a parte qualche ostilità aperta, guardato con rispetto”). Non è un romanziere, ma nei suoi libri trovi sepolti – o forse vedi sbocciare – centinaia di romanzi. Non è uno scrittore di viaggio, eppure gironzola come Teju Cole. “C’è proprio questa volontà di trovare dei tramiti, dei sensori, e di essere tu stesso un sensore. Non mi interessava chiudermi dentro ai testi, rinchiusi a loro volta dentro se stessi.” Come un rabdomante di storie, Maffi si aggira per i luoghi in cerca di episodi e rimanenze della storia e della memoria, sospesi in una sacca di tempo – uno usable past – in attesa di venire riportati alla luce. È capace di raccontarti la lotta di classe tra i cowboy, così come la luce che taglia un caffè a una certa ora del giorno.

Questo libro inclassificabile è una sintesi del lavoro che svolge da anni. È come se fosse partito da un racconto impersonale della letteratura e piano piano si fosse calato dentro a quel mondo, fino a introiettarlo in profondità. Qui affronta sei metropoli. C’è il ritorno al Lower East Side, prediletto territorio d’esplorazione, ripercorrendone passo dopo passo la storia a partire dai grandi tenements stipati di immigrati e via via fino agli Settanta. C’è l’esplorazione di New Orleans, già sfiorata in un altro libro maestoso come Mississippi (che in Francia, con Grasset, gli è valso il Premio Ptolémée de Géographie). C’è il vagabondaggio sotto le ceneri della Comune, non tanto come flâneur, quanto come una sorta di maieuta metropolitano, che aiuta la città a esprimere ciò che custodisce, seppellito sotto l’affanno dei giorni. Ci sono le città gemelle di Manchester e Salford, per raccontare il massacro di Peterloo che ispirò versi a Shelley e a Byron contro un politicante (“Qui giacciono le ossa di Castlereagh / Fermatevi, viaggiatori, e pisciate”). E infine c’è l’amata Londra.

“Se devo pensare a un altro libro, faccio fatica,” confessa, facendo gli scongiuri con un sorriso. “Lo sento come un po’ come la chiusura di un percorso. C’è l’aspetto di ricerca, far riaffiorare i materiali. E poi quello di esplorazione in prima persona, di coinvolgimento sentimentale. La cosa buffa è che le prime cose che ho scritto risalgono a quando avevo sedici anni. Le ho pubblicate su un giornaletto del movimento cooperativo svizzero a cui era abbonato mio nonno. La prima era intitolata Germania e la seconda Parigi: in fondo, erano già diari di viaggio.”

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