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The same old stuff, due parole su Philip Roth

C’è una scena che racconta meglio di molte altre il segreto di Philip Roth. Si trova in un video dove viene incalzato da un intervistatore – un pelato paffuto vagamente simile a Philip Seymour Hoffman, se non ricordo male – che fa un lungo giro di parole per sottolineare come diversi critici abbiano riscontrato un cambio di marcia nel suo processo creativo verso la seconda metà degli anni novanta, quando è iniziata la maestosa fioritura tardiva di Pastorale americana e degli altri libri, e arriva a chiedergli se lui abbia avuto la stessa sensazione. Roth lo ascolta per tutto il tempo con quel cipiglio severo, le sopracciglia foltissime, la boccuccia quasi leziosa, e quando fa per rispondere si percepisce che l’intervistatore sta già per ridacchiare, sa già come risponderà, vuole sentirlo rispondere così, e Roth, più o meno: “Mi piace pensare che stessi facendo the same old stuff”. E lo sventurato intervistatore – sedotto, come sempre, come tutti – ridacchia. “Thank you, Mr Roth.”

 

Scrivere, la solita roba, niente di più: aveva già vinto tutto e avrebbe ancora scritto un paio di capolavori. Figlio di un assicuratore di Newark, di uno di quegli uomini operosi e sani e fiduciosi che hanno fatto l’America, Roth aveva introiettato lo sgobbo contro il talento, che pure aveva in abbondanza: talento mutevole, attentissimo, con un orecchio formidabile per i dialoghi e il giro di frase, talento per una capacità seduttiva cristallina che avvolge il lettore senza lasciargli mai capire da dove provenga il miracoloso impasto di voce e trama, una prosa pulita e robusta e avviluppante, mai pretenziosa; talento strutturale, perché i suoi libri sono solidissimi; talento comico e dolente, a volte utilizzati insieme con esiti altissimi; talento spietato nello sguardo mai stucchevole ma anche sentimentale, amorevole, autentico. Moltissimo talento, già, ma soprattutto tenacia. La lascia incarnare da Lonoff, lo scrittore modellato su Malamud nello Scrittore fantasma: “Io prendo le frasi e le giro. Questa è la mia vita. Scrivo una frase e la giro. Poi la guardo e la giro di nuovo. Poi vado a pranzo. Poi torno qui e scrivo un’altra frase. Poi prendo il tè e giro la frase nuova. Poi rileggo le due frasi e le giro tutte e due”. Ecco qua la tua scuola di scrittura, ecco qua la tua storia di vita. Lavora, gira le frasi, cerca di tirare fuori il meglio, anche quando tutto è un disastro.

 

Roth ci parla – stavo per scrivere ci parlava ma no – di un’epoca lontana in cui la letteratura era una vocazione totalizzante, a cui consegnare ogni cosa, ogni momento di vita, ogni impressione dell’occhio. Mettilo tutto a frutto, a costo di smarrirti. Commedia umana, grande romanzo americano, storia parallela: un libro dopo l’altro, l’io come riflesso del mondo, la casetta di Newark come prisma dell’America, l’ombelico come un aleph che ha dentro tutto. Scrivere, girare le frasi, provare con le storie a incidere sul mondo e su sé stessi. E ci riesce, trasformando Bellow e Malamud in una commedia più sboccata e più fruibile, cominciando subito a dare scandalo, tanto che viene messo a processo dalla propria comunità. Oggi non riusciamo a renderci conto di una società in cui i libri erano pericolosi, in cui un romanzo – per dire – veniva messo all’indice o, come era successo all’esordio dell’amata Edna O’Brien, bruciato in piazza. Ci voleva coraggio per rompere quelle convenzioni. Di più, ci voleva candore. Roth non è lo scrittore della trasgressione, è lo scrittore della sincerità, introiettata da Flaubert e Joyce e Henry Miller, eppure resa più vera e schietta, senza gli svolazzi del primo e i giochi linguistici del secondo e le visioni apocalittiche del terzo: chiama le cose col loro nome, se ne sei capace. Mai tirarsi indietro, mai temere di entrare in quella stanza, sotto quelle lenzuola, dentro quel bagno; è lì che si trova tutto il bello e tutto il brutto, è nella gloria risibile e immensa dei corpi che si amano, dei corpi che si martoriano, dei corpi che schizzano e che si bagnano, dei corpi che piangono e ridono, dei corpi che lottano uno aggrappato all’altro, è lì che troviamo la storia dell’essere umano, il suo tormento. Sempre senza avere paura, senza il velo menzognero della decenza, fino all’ultima incarnazione di Zuckerman nel Fantasma esce di scena, dove il protagonista parla con un giovane interlocutore che sostiene di sentire emanare da lui un odore di morte. “Macché,” risponde Z., “era odore di pipì, del mio pannolone, ecco cos’era.”

 

Ma quando la prostata indica la luna, lo stolto guarda la prostata. E così per anni ci siamo sciroppati la versione puritana di un Roth maschilista, ombelicale, patriarcale (non molto tempo fa la giurata di un premio, vedendo candidato un suo recente romanzo tutto sommato innocuo, disse che avrebbe preferito versarsi in testa una tazza di tè bollente), laddove Roth racconta il comico e il grottesco degli uomini arrapati, degli uomini senza pace, degli uomini buoni (Levov) e degli uomini cattivi (Sabbath), degli uomini devoti e innamorati e desiderosi e adulteri, e nel farlo inanella incredibili personaggi femminili, come Drenka Balich intenta ad ascoltare ossessivamente le onde radio della polizia per capire se il figlio è vivo, o come Faunia Farley, la bidella di cui si innamora Coleman Silk nella Macchia umana, o come la Scimmia, o come le tante incarnazioni della prima moglie, o come sua madre in Portnoy, “il personaggio più incredibile che abbia mai conosciuto” (signori della giuria: il pipparolo maschilista apre il libro pipparolo e maschilista ammettendo di essere un mammone).

 

Il sesso, quindi, certo. Forse un bel giorno si capirà quanto Roth sia riuscito a far emergere, insieme alla forza e al tumulto e all’orgasmo, anche la vulnerabilità. Esporre le proprie debolezze, le proprie malefatte, per essere sinceri, per raccontare. “Non possiedo nulla che possa interferire con una interpretazione obiettiva della merda”, dice Sabbath, la stessa merda che Roth pulisce dal corpo del padre nel memoir Patrimonio, in un rovesciamento amoroso che pochi scrittori avrebbero saputo affrontare (perché “non si fa”). E poi l’umorismo. Io non lo so quanto ho riso con Roth, di lui e di noi, di uomini e donne, della società e del mondo, del totalitarismo e del fanatismo (Operazione Shylock è un’enorme farsa religiosa: l’inizio di una buona commedia è sempre un po’ di sano self-hating, laddove l’inizio di un pessimo dramma è il compiacimento pomposo di molti narratori). Ancora non molto tempo fa lessi una recensione su una riedizione di Professore di desiderio. Si diceva: “Certo che ci vuole una bella faccia tosta per dedicarlo alla moglie, con tutte le porcate che combina nel libro Kepesh, perfino con una sua omonima…”. Riaprii il libro: era lo stesso che avevo letto io? Kepesh era un giovane uomo molto distante anagraficamente da Roth e, be’, io avevo sghignazzato dalla prima all’ultima pagina, di lui e delle sue tremebonde performance erotiche. E l’omonima? Nel libro era una ragazzotta americana con cui il protagonista da giovane aveva un breve flirt, laddove la moglie di Roth era un’adulta bellissima attrice inglese. Potenza di un semplice nome! C’è tutta la sua poetica in quella scemenza. Possibile, mi chiedevo, che la gente – un’illustre giornalista, nel caso – legga sempre Roth dal buco della serratura? Ma è sempre stato un suo cruccio e una sua forza. Si lamentava: “Mi leggono come se fosse il giornale, ma sono romanzi”, e da lì comincia una lunga tormentosa odissea in quello che è il vero tema dei suoi libri: l’identità. Sessuale, religiosa, famigliare, sociale, letteraria. Ingabbiata e allo stesso tempo persa, smarrita nelle lettere e negli strattonamenti incomprensibili del mondo, nell’assenza di libertà delle etichette. Non capire mai, non capire niente: guardare stupito, meravigliato, il mondo che si squaderna in tutta la sua furibonda idiozia, in tutta la sua esilarante mascherata. Quasi sempre il suo alter ego – Kepesh, Zuckerman, “Roth” stesso, Sabbath, sempre metà presenza e metà fantasma, metà vita e metà controvita – è stranito, smarrito, spaventato. Lo vogliono in un modo, lo vogliono in un altro. Roth ci rimane quasi sotto: le opere successive a Portnoy risentono moltissimo della fama e della paura e dello smarrimento dell’io. Perfino Martin Amis lo bacchetta: insomma, tre-quattro libri sul successo sono davvero troppi. E invece Roth persevera, va per la sua strada, la strada che si è costruito da solo con il primo stand-up novel della storia. E Zuckerman comincia lentamente a cambiare, a inabissarsi di nuovo finché non riemerge prima in quel capolavoro che è La controvita (dove anche Amis è costretto ad arrendersi: “Come una stella morente, Roth è rimasto in bilico sull’orlo di un collasso catastrofico. Ma ecco infine la supernova, che a guardarla fa quasi male agli occhi”) e poi ancora più in là, in qualità di testimone nella trilogia americana, ecco che l’ombelico ti spiega la Storia. Un narratore inaspettato, diverso dagli altri. Nuovissimo? Ma no: the same old stuff. Raccontare, senza ipocrisie, uomini e donne: noi. Thank you, Mr Roth.

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Il circolo Pickwick

È da poco uscita per Einaudi la mia traduzione del Circolo Pickwick, capolavoro di Charles Dickens che mi ha tenuto compagnia per parecchi mesi. È stata un’avventura fantastica sulle orme (e sulle spalle) di un gigante e di una combriccola scombinata a cui è andato tutto il mio affetto prima di lettore e poi di traduttore, se non di amico. È una delle letture più spumeggianti del mondo e spero di aver reso onore alla storia che da giovane mi aveva avvinto.

Qui la pagina relativa al libro sul sito dell’editore e qui un mio articolo sulle tracce del suo autore, uscito per Rivista Studio.

Goodbye, Pickwick! (Sniff.)

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Il professor Guidalberto e la tenerezza di WhatsApp

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(Origami, l’inserto della Stampa, mi ha chiesto un racconto per l’edizione estiva. Eccolo.)

Cullato dall’aria condizionata della biblioteca, Guidalberto si accomodò sulla sedia, slacciò l’orologio dal polso e lo collocò sul banco. Quindi, con la cura di un prete quando maneggia un’ostia, appoggiò sul piano il volume e l’aprì. Si trattava dell’imprescindibile Studien zum italienischen und deutschen Humanismus del Bertalot (hrsg. von P.O. Kristeller, Roma 1975) e Guidalberto aveva atteso quel momento di pace come un bambino a luglio aspetta l’orario fissato dalla madre per mangiare il gelato. Canuto docente di Filologia rinascimentale, s’era preso la giornata per tornare su un classico della materia. Stava per affrontare il ghiotto pasto intellettuale, quando avvertì un fruscio dentro i pantaloni.

Era il telefono. Che però lui per scherzo chiamava l’Objekt.

(Continua a leggere su Origami.)

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Quel brutto vizio di narrare

26795307(Ho recensito per il magazine del Sole 24 Ore il nuovo romanzo di Michael Chabon.)

«“È tutto tuo. Te lo regalo. Quando non ci sono più, scrivilo. Spiega tutto. Mettici un significato. Usa un mucchio di quelle tue fantasiose metafore. Sistema tutto quanto nel giusto ordine cronologico, mica come il guazzabuglio che ti sto propinando io. Comincia con la notte della mia nascita. Il 2 marzo 1915. Quella sera c’era un’eclisse di luna, sai cos’è?”

“Quando l’ombra della Terra colpisce la luna.”

“Molto significativo. Sono sicuro che sia la metafora perfetta di qualcosa. Comincia da lì.”

“Un po’ scontato,” ho detto.»

Forse i posteri racconteranno del momento preciso nella cultura (letteraria) occidentale in cui l’invenzione non è più bastata. Accadde, diranno al nipotino davanti al fuoco, che ogni lettore provò un tic fastidioso: davanti a un’opera d’immaginazione domandava cosa ci fosse di vero e davanti a ogni opera ispirata a fatti realmente accaduti chiedeva cosa ci fosse di falso. Insomma, il romanzo senza il pettegolezzo non piaceva più, ma anche il memoir senza un intorbidimento delle acque aveva rotto i santissimi. Ecco che a un tratto, rinvenuta tra i sollazzi di certi oziosi intellettuali francesi, l’idea dell’autofiction aveva cominciato a dilagare. Poco importava che innumerevoli romanzieri avessero già ampiamente giocato con l’equivoco della scrittura e dell’io: non c’è niente come una nuova etichetta per rivendere un prodotto stantio. E così per lungo tempo, diranno al frugoletto, fioccarono racconti fittizi che giocavano con l’identità del narratore stesso, debitori di una fame di realtà individuata qualche anno prima in un saggio avventuroso scritto da David Shields. Era una moda?, chiederà il nipotino, un escamotage? I nuovi romanzi erano le persone? E in questo modo la verità poteva infiammare nuovamente la fantasia?

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Colson Whitehead e la non banalità del male

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Oggi il male è consegnato al cliché. Non si può scrivere di genocidi, olocausti, massacri senza cadere nel più banale degli stereotipi giornalistici sulla memorialistica. “Per non dimenticare”, “il valore della testimonianza”, “ricordate che questo è stato”, “la giornata della memoria”: tutto è stato ridetto fino alla nausea in quella grande aula scolastica che sono i media e i social, come una parola ripetuta troppe volte che finisce col non avere più senso. Si è partiti dal nazismo per arrivare, che so, a Fabio Volo: tutto è Male Assoluto (mi raccomando, sempre con le maiuscole), che sia Homs oppure un omicidio in provincia o perfino Maria De Filippi. Invece che aiutarci, è plausibile che questa specie di meme pseudostorico abbia anestetizzato non soltanto la nostra empatia, ma anche la nostra capacità di ragionare sulla specificità del male e, di conseguenza, di narrarlo senza cadere nella retorica. Un qualsiasi articolo sulla Shoah è diventato un discorso presidenziale di Natale, dove le parole potrebbero essere rimescolate e ridistribuite di anno in anno e di elzeviro in elzeviro, senza che il succo cambi mai, ma soprattutto senza che diventi più incisivo o interessante. Anche il nervo del linguaggio si consuma, e di conseguenza il racconto della Storia.

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Eggers, il romanzo come presente

9780451493804_custom-5de66a6fa551233924bf67147a4c5a9211fdf8e6-s400-c85Il grande spazio americano è da sempre un luogo della mente, il territorio che terrorizzò e affascinò i pellegrini, quindi i pionieri e poi i dropout. Il ricorso alla natura intatta è un filo rosso: la conquista del West raccontata dal cinema; il battesimo delle parole operato da Whitman lungo la sua “open road”; il ritorno al fiume dopo la guerra del Nick Adams di Hemingway; l’ubriaco vagabondaggio dei beat; la pacata esplorazione di William Least Heat-Moon; lo squilibrato isolamento di Into the Wild. La wilderness, appunto, parola chiave fin dai primi testi, è insieme attrazione per l’ignoto, terra di conquista, ma anche fuga dal mondo e dalle responsabilità, una dicotomia che attraversa tutto il novecento americano, e se di terra desolata non ne resta granché ecco l’evasione verso l’avamposto a nord, la quasi Russia e quasi oblio – come si dice qui – che è l’Alaska.

È quello che accade nel nuovo, corposo romanzo di Dave Eggers, Heroes of the Frontier. Una madre in crisi sentimentale e lavorativa chiude baracca e burattini per scappare insieme ai due figli dal marito e dalla causa legale che l’ha spinta a vendere lo studio dentistico, puntando verso una terra che reputa incontaminata e in questo salvifica. È in crisi di mezza età, beve tanto e nutre uno spaventoso senso di colpa per la morte di un ragazzo finito in Afghanistan dietro suo consiglio. Lì al nord ha una specie di sorellastra, noleggia un camper scassato e, sebbene il paese sia devastato dagli incendi, lo attraversa in cerca di qualcosa che non riesce a definire. Un nuovo inizio, la felicità, la stabilità? Tutto questo e molto meno. Cerca qualcosa o qualcuno di sostanza, dice. Troverà personaggi strambi, scenari inaspettati, brutti incidenti. E poi confusione, dispersione, scombussolamento, ossia tutto quello che già alberga nella sua testa e nella sua famiglia. “Forse è questa la causa di tutte le nevrosi moderne, pensò lei, il fatto che non abbiamo identità stabili, non abbiamo certezze.” Si torna al punto di partenza: “Venivano dal nulla. Essere americano significa esser vuoto e un vero americano è completamente vuoto. Di conseguenza, tutto sommato, Josie era una vera grande americana”.

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In un palmo d’acqua, in un palmo d’aria

cop.aspxParecchi anni fa arrivò la telefonata di un editor che mi proponeva di tradurre uno scrittore mai sentito prima. Gli chiesi di mandarmi il manoscritto e cominciai a leggerlo subito. Era una stampata senza una fotografia e non avevo nemmeno googlato il tizio. Il romanzo parlava di un professore e di una pittrice in crisi, raccontati dal punto di vista di un bambino piccolissimo, genio inverosimile in grado di leggere Greimas e di fare giochi di parole intorno a tutto lo scibile immaginabile. Mi stavo divertendo come un pazzo, quando a un tratto, dopo almeno cento pagine, il bambino si riferiva in modo imprevisto al colore della sua pelle e all’improvviso feci un sobbalzo. Non l’aveva specificato in nessun punto, ma la famigliola che per pigrizia avevo immaginato bianca era in verità nera, così come nero era il protagonista. Lì l’autore aveva messo una nota, che più o meno recitava: “Ah, fino ad ora avevate creduto che io fossi bianco?”. Era la prima volta che un autore giocava in modo così abile con il mio ruolo di lettore. Accettai la traduzione. Il libro s’intitolava Glifo, fu un discreto successo e io mi occupai in seguito di altri cinque suoi romanzi.

Non so dire che cosa abbia voluto dire per me lavorare su Percival Everett. Tradurlo è stato un divertimento, una fatica, un atto d’amore, una rivelazione, un inferno. Ma non solo. In quell’equilibrio sospeso e insolito che attraversa tutta la sua opera, tra sperimentalismo e tradizione, tra umorismo e tragedia, ho trovato una mia strada, qualcosa che mi parlava di quello che avrei voluto scrivere io (con risultati senz’altro più incerti e mediocri). In sintesi, parlava di me, parlava con me: grazie ai giochi linguistici, all’umorismo talvolta demenziale, alla nota cupa accostata a quella leggera, al porre questioni e non dare mai soluzioni, al piglio divertito con cui affrontava i problemi. Diversi passaggi dell’Unico scrittore buono è quello morto non sarebbero mai nati (o comunque non sarebbero nati così) senza l’attraversamento, parola per parola, di quei sei libri.

Adesso Percival Everett torna nelle librerie italiane con una nuova raccolta di racconti: In un palmo d’acqua (Nutrimenti, pp. 190, € 17). E di nuovo, nonostante le tante pagine che ho scritto su di lui, sono qui a chiedermi cosa mi piaccia tanto della sua scrittura, perché faccia sempre il suo nome quando mi chiedono qual è lo scrittore che ho tradotto a cui mi sento più vicino. Qui il lato più temerario del suo stile è accantonato in favore di una grande linearità. La pagina è piana, le storie semplici, per quanto vi sia sempre un tremito sottotraccia, una vibrazione nascosta che da un momento all’altro potrebbe slogare la sintassi o far apparire, come in Deserto americano, un uomo senza testa in grado di camminare e parlare (e qui, in effetti, appare). Anche quando è pulito, Everett lo è solo in modo apparente e tradurlo non è per nulla facile. Ha un rapporto conflittuale con il linguaggio, anche quando lo tiene a bada. Vi si avvicina come i suoi personaggi si avvicinano ai tanti cavalli che popolano i suoi romanzi: ci vuole rispetto, equilibrio, perché da un momento all’altro potrebbe capitare qualcosa d’inconsueto e un po’ vogliamo che accada (la paura è desiderio). L’esitazione compare anche nei dialoghi. Anni fa ho chiacchierato un po’ con Percival Everett. Eravamo alla Fiera di Torino, avevo appena tradotto un suo libro e ci siamo messi a scambiare un po’ di idee intorno alle cose che aveva scritto. È stato buffo. Lui era gentile, comprensivo, ma alla lunga, dopo avere esaurito tutte le osservazioni pseudobrillanti che avevo da sfoggiare, è sceso un silenzio che mi è risultato stranamente familiare. Spesso nei suoi libri, all’improvviso, due persone non hanno più niente da dirsi. Hanno chiacchierato un po’, si sono rimbalzati qualche riflessione, a volte piacevole altre volte guardinga, poi è finita, non c’è più niente da raccontare e restano lì un po’ impacciati. Sembrano rimpiangere di non essere in compagnia di un cane o di un cavallo o di un qualsiasi animale muto, governabile, saggiamente tacito davanti al mondo. E allora eccomi lì, a Torino, in quel silenzio, sprofondato nella poetica dell’autore che avevo appena tradotto. (Sono contento che, con Letizia Sacchini, Everett abbia trovato una nuova voce equilibrata, attenta, precisa. Seguire ancora uno scrittore tanto amato grazie a una traduttrice così sapiente è confortante.)

Che cosa c’è in questo nuovo libro? Ad esempio c’è un racconto dove un ragazzo deve superare il lutto per la morte della sorella, o forse non deve superare niente, forse vuole solo essere lasciato in pace. Dai genitori e da una psicologa e dal pensiero che si debba sempre fare qualcosa. È un racconto che ha una strana qualità onirica, non succede quasi niente, forse deve apparire un orso ma non appare, forse compaiono due alci ma è un attimo, forse guizza un pesce enorme. Mentre leggevo, pensavo che una delle qualità di Everett è questo continuo assestarsi in una terra di nessuno, a metà strada tra la vita e il sogno. Spesso nei suoi libri, un personaggio appoggia per un momento il capo da qualche parte e sprofonda in una narrazione diversa, plausibile e allo stesso tempo impossibile, come tutte le narrazioni. È lì che Everett trova un contrappeso, nella terra dei sogni, delle parole e delle immagini sempre evanescenti eppure così profondamente innestate nel nostro cuore, che poi in un attimo, con una chiusa fulminea, ci abbandonano, e il racconto – il sogno – è terminato.

Alcuni racconti sono compiuti, finiti, definiti. In altri sembra di vedere un unico episodio di una serie tv, un pilota, un unicum vacuo e abbandonato, ed è bello: hanno trovato delle vacche morte, un uomo vuole truffare un’assicurazione, c’è uno sceriffo stanco e scettico, una famiglia assassinata in un ranch, un uomo impazzito, che cosa accadrà?, che cosa ne sappiamo?, saranno giusto un paio di colonne in cronaca?, un rigo in letteratura? Quando tutte le domande sono state fatte e nessuna ha trovato risposta, Everett si ferma sul volto di un uomo e sulla neve che vortica. Punto. È quel momento di sospensione che, inceppando la storia, costruisce la letteratura: che cos’è il senso di una narrazione se non l’attimo in cui l’episodio televisivo si fermava sul classico cliffhanger e compariva il nome dei produttori? Ma soprattutto: perché poi continuare?

E poi ecco una valletta inquietante trovata durante una cavalcata che ricorda l’aldilà, un indiano che assomiglia a un attore famoso, un personaggio irrintracciabile da cui sentirsi intimiditi (anche se non è chiaro chi minaccia chi), ecco un sogno miracoloso, ecco un terremoto. Il deserto è sempre lì, più o meno immutabile. Gli animali sono sempre lì, più o meno ammaestrabili. Sono gli esseri umani a risultare imprevedibili. Neri, indiani, bianchi, meticci, donne, uomini, bambini, adolescenti, umani.

Ho letto i racconti di notte, in un palmo d’aria afosa, e il passo di Everett ha la forza di rasserenarmi, anche quando ti mostra una famiglia uccisa a fucilate. C’è un ordine stolido nella sua pagina, che ricorda la vocazione di alcuni protagonisti a sistemare le cose, sebbene la moglie li abbia lasciati, il mondo vada a scatafascio e da un momento all’altro stia per succedere qualcosa di terribile, fosse solo un gioco di parole. Dietro ogni persona, c’è una piccola minacciosa alterazione del mondo. E dietro ogni storia semplice, c’è un mistero. Dietro le parole, il caos: noi.

 

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Mosca di sotto – The Towner

1375805461_Moscow Metro(Ho scritto una recensione-retroreportage di Mosca e del suo sottosuolo per The Towner.)

Nonostante fosse estate, del mio breve soggiorno moscovita ricordo soprattutto il buio, il sottofondo, il sottosuolo. Non tanto per imitazione dell’uomo dostoevskijano, il cui mal di fegato non avrei potuto eguagliare, quanto per una necessità sottoponente, una spinta a ritroso, un passo recondito inevitabile per aggirarsi nella capitale russa. In spregio ai romanzi dozzinali o ai film di spionaggio, che di norma ricorrono all’iconografia classica di una città gelida e innevata, avevo scelto quella stagione. In superficie faceva un caldo infernale, visto che agosto esiste anche lì, e non mi fidavo dei taxi informali. Prima della partenza ero stato messo in guardia riguardo alle auto disposte a portarti ovunque: a differenza di New York, dove i taxi non si fermano nemmeno a pagarli, a Mosca basta alzare un braccio e si ferma chiunque. In Italia mi avevano fatto il solito terrorismo: “Non hanno il tassametro”, “Ti portano chissà dove”, “Controlla i reni, quando scendi”. Mi avevano messo fin troppo in guardia contro la pericolosità generale di Mosca e invece tutto mi era parso tranquillo e la cosa più minacciosa, un po’ come nel centro di Milano, sembravano gli Hummer stupidi dai vetri oscurati, tuttavia, per iniziare, avevo scelto di ficcarmi in metropolitana. Fatto una prima volta, non riesci più a smettere. Come nota saggiamente l’autore del libretto che non mi accompagnò purtroppo in quel viaggio e che mi retrotrasporta ora scrivendo (Sparajurij, Viaggiatori nel freddo. Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura, Exorma, pp. 233, € 15,90), è inevitabile avere “l’impressione che la Russia abbia la tendenza a seppellire la propria bellezza e i suoi artefici. È accaduto coi poeti del Secolo d’argento, con l’arte astratta e con la letteratura del samizdat. E accade coi tesori che popolano il sottosuolo dove scorrono trecento chilometri di binari. La metropolitana di Mosca è il ‘Palazzo del Popolo’ – così la chiamano i cittadini – progettato e decorato dai migliori artisti dell’Unione Sovietica. Quarantaquattro delle quasi duecento stazioni sono considerate patrimonio culturale”.

E d’altra parte il tesoro è sempre lì che si trova: sotto terra.

(Continua a leggere su The Towner.)

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Tutto il mondo editoriale ne parla – IL

3244(Mi hanno chiesto di registrare le opinioni intorno al thriller erotico dell’anno e le ho trascritte per IL.)

Su un’arieggiata terrazza, nel corso di una serata qualsiasi, si parla del “libro dell’anno”, ossia di Maestra, di Lisa Hilton, edito Longanesi, traduzione di Giorgio Testa. Un giornalista – come un registratore dimenticato acceso o una booty call – si ritrova ad ascoltare le voci editoriali intorno al romanzo, venduto in 38 paesi del mondo e da poco lanciato in Italia.

Il gruppetto che trama

– L’ho letto e non sapevo bene cosa pensare. Il libro è discreto.
– Ma di che parla?
– Di una ragazza come tante, che lavora in una casa d’aste a Londra e, nonostante la preparazione, viene trattata come una stagista, nonché molestata. È giustamente incazzata. Arranca con i soldi e quindi arrotonda facendo la ballerina da Gstaad.
– Ah, Gstaad. Non è più quella di una volta.
– Infatti è un nightclub.
– Nemmeno i nightclub sono più quelli di una volta. Comunque, dicevi: ha una doppia vita.
– Tripla. Non le dispiacciono le orge. Adora scopare con gli sconosciuti.
– Pure io, per questo sono monogama da trent’anni.
– Vabbè. Quando viene licenziata, parte con un cliente del nightclub, ricco ma grasso, che l’adora e ama chiacchierare con lei senza fare altro. Vanno in Costa Azzurra.
– Ormai è in-vi-vi-bi-le.
– Infatti dopo avergli messo del sonnifero nel bicchiere per tenerlo a bada, il cuore non regge e se lo ritrova schiattato nel letto. Allora gli ruba i soldi e parte per l’Italia. Da lì comincia tutto un intrigo su quadri veri e falsi, speculatori finanziari, oligarchi uzbeki, yacht, Billionaire, sveltine in gommone, riviere di ogni genere, tutta una gigantesca vendetta per essere stata licenziata.
– Cioè, una specie di Mangia Scopa Odia?

(Continua a leggere sul sito di IL.)

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Intervista alla mia testa mozzata – Pixartprinting

testemozze_2-e1462167485809Ho letto un libro che mi ha fatto perdere la testa e così ho deciso di intervistarla. La testa, dico. Ci siamo momentaneamente staccati, separati in casa o in corpore vili.

MARCO Allora, come va?
TESTA DI MARCO Bene. Ho solo uno strano senso di leggerezza.
MARCO Non ti manco?
TESTA DI MARCO Neanche un po’.
MARCO Sei senza cuore.
TESTA DI MARCO Puoi dirlo forte. E non è nemmeno spiacevole.
MARCO Mi sento così ignorante e così innamorato di te.
TESTA DI MARCO Sei tutto cuore, piccolo corpicino sprovveduto.
MARCO Non solo cuore, bada…
TESTA DI MARCO Fermati lì, ti scongiuro. Inoltre lo sai bene che io sono tutto per te. Racconta il biologo evoluzionista Daniel Lieberman che quasi tutte le particelle che entrano nel corpo, per nutrirci o darci informazioni sul mondo, passano attraverso la testa, cioè io, e quasi tutte le attività sono legate a qualcosa che succede lì dentro. Ci sono quattro dei cinque sensi, ciccio.

(Continua a leggere su Pixartprinting.)

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