In missione per i piccoli maestri

new_homeHo fatto tanti laboratori di scrittura, tante lezioni sui libri, pagato e non (più “non”), in giro per le scuole e non sempre è gratificante. A volte l’insegnante che ha organizzato è svogliato, altre volte i ragazzi sono troppo giovani o troppo grandi per il libro che ti hanno proposto di raccontare, altre volte sei tu a essere distante e a non metterci nulla, perché la giornata è nata male o piove o hai la febbre o hai il pensiero chissà dove, magari alla morosa delle medie. Insegnare, raccontare, non è poi così diverso da qualsiasi altro rapporto e non sempre ci si trova, non sempre ci si intende. Per fortuna, vorrei dire.

Allo stesso tempo, anche le esperienze peggiori ti mostrano qualcosa: le scuole dissestate, i corridoi bunker, il rimbombo delle grida nelle aule cavernose che speravi di esserti lasciato alle spalle, il ricordo tuttora piacevolissimo della campanella che segna la fine della tortura per tutti, gli zaini sbilenchi e strabordanti, le facce vacue, le facce simpatiche, le facce con il moccio che cola, le facce assopite, i primi della classe, i teppistelli, la loro attenzione spasmodica per il display, la mia attenzione spasmodica per il display, tutte cose alle quali gli insegnanti sono abituati. Capisci anche benissimo la fatica dei professori, visto che non arrivano lì con il vantaggio di chi non deve dare voti e la nomea pomposa di scrittore (“Ehi, quei ragazzetti se la bevono, mica lo sanno che vendo tre copie al mese!”). E lo fanno tutti i giorni.

Qualche giorno fa avevo quell’umore lì. Sono corso in stazione in bici vestendomi troppo, sono arrivato lì come uscito da una sauna nello smog assolato di Milano, mi sono precipitato verso il treno dopo aver fatto una coda idiota alla macchinetta (tutti quelli che ci precedono sono idioti, finché non ti accorgi di avere uno che sibila alle spalle), e poi il treno non voleva saperne di partire, inchiodato lì. Convinto di non fare in tempo, ero già pronto a mettermi con striscioni e cartelli tra i pendolari incazzati in quei talk a microfono aperto, finché in discreto ritardo non s’è mosso e abbiamo attraversato una magnifica periferia nebbiosa, le vecchie fabbriche dismesse ingarzate di bianco, un muretto con sopra scritto: “Ho bisogno di te”, la stasi (non Stasi) dell’ex Stalingrado milanese. Il pensiero che io trafelato non avessi in quel momento la passione necessaria per raccontare i Sessanta racconti di Dino Buzzati, in missione per i Piccoli Maestri, s’è come attutito. E infatti arrivato lì, non lo so bene cos’è successo, ma so che c’è stata quell’intesa lì, quella che non avevo di certo con la morosa delle medie. Ed è successo anche che qualche giorno dopo i ragazzi – forse, perché no, imbeccati da una prof – mandassero una letterina piombata soavemente nella mia casella mail. Come cantava il poeta, now’s the time for your tears.

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