Archivio mensile:novembre 2015

IL CREMLINO NERO DI ANDREA TARABBIA – IL

11896040_10207508581577238_6450497653055747196_nUcraina, fine anni settanta, alla viglia di Natale il corpo di una bambina viene ritrovato in un fiume. L’assassinio è attribuito a un balordo, mentre è il primo di una serie di circa cinquantasei violentissimi omicidi – torture, mutilazioni, cannibalismo – perpetrati di lì a trent’anni da Andrej Čikatilo, passato ingloriosamente alla storia come il “mostro di Rostov” o al massimo con la definizione, tanto efficace quanto grossolana, di un vecchio thriller uscito decenni fa, dal titolo “il comunista che mangiava i bambini”.

Il nuovo romanzo di Andrea Tarabbia, però, non è la ricostruzione giornalistica delle gesta di uno tra i più efferati assassini mai esistiti, così come il precedente (Il demone a Beslan) non era solo la ricostruzione dell’assedio alla scuola cecena. Tarabbia si avvicina a un fatto attirato da un richiamo morale e per nulla retorico (dimenticate le candele accese sui balconi), e lo usa per indagare – senza alcunché di morboso, miracolo – il Male nella e della Storia attraverso la scrittura, in una tradizione che va dai Demoni di Dostoevskij fino a Carrère o Vollman.

(Continua a leggere sul sito del Sole24Ore.)

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Il gatto di Platone e altri animali

sleeping_cat_tattoo_by_ivvi_qol-d48plnf(Qualche tempo fa mi sono messo a scrivere poesie per ragazzi. Traducevo molto e in pausa, mangiando qualcosa, mi divertivo a tirare fuori qualche rima alla Scialoja, con l’idea magari di farle leggere ai miei nipoti. Col tempo, in attesa di un illustratore e di un editore, le poesie sono rimaste lì a formare un libretto dal titolo Il gatto di Platone e altri animali e i miei nipoti sono arrivati quasi in età da rave, allora ne posto qualcuna qui.)

 

Il gatto di Platone

si fa una dormita:

ha rubato al padrone

il senso della vita.

 

*

 

Sullo stelo

per i fans

l’ape fa

lap dance.

 

*

 

L’ippopoeta nel talamo

scrive t’amo con il calamo.

E le ippopotame lo amano.

 

*

 

Il ragno nero e peloso

lo cacciavano sempre via.

È diventato pensoso

e discetta di filosofia.

 

*

 

La mosca bianca

e la pecora nera

giocano a scacchi

quando scende la sera.

 

*

 

(Il bruco innamorato)

 

Non è la polpa buona,

che cerca nella mela

ma solo un’altra volta

il tocco lieve di Eva.

 

*

 

Nella palla di vetro

dello zingaro ucraino

il pesce rosso tetro

vede il suo destino.

 

*

 

Quando il bruco

balla il tuca tuca

faticando a coordinarsi

s’intorciglia con la bruca.

 

*

 

Se il lupo luma

la luna, all’una

la luna s’allupa.

 

*

 

Il grido a squarciagola

nella vasca da bagno

della donna ignuda e sola

attende, bieco, il ragno.

 

*

 

Risale il salmone

tra una rapida e un sasso

per guardare il tonno

dall’alto in basso.

 

*

 

Il gatto

di Matisse

dipinge con

le sue vibrisse.

 

*

 

Quando gli si rompe il radar

al pipistrello resta il tavor.

 

 

 

Contrassegnato da tag , , ,

L’eco del male

copertina-achabC’è una bella rivista letteraria che si chiama Achab. È semestrale, cartacea, con un’area critica, un’area narrativa, una parte dedicata all’inchiesta, alla graphic novel e all’illustrazione. Sul numero in libreria da novembre, dedicato all’idea del Bene, – insieme a cose di Fernando Coratelli, Alessandro Zaccuri, Monica Pareschi e tanti altri – trovate un mio racconto, “L’eco del male”. È scritto sotto forma di diario e racconta di un fatto terribile e della sua ricaduta sulla psiche di una persona malata.

Buona lettura, se vi capita.

Contrassegnato da tag , ,

In missione per i piccoli maestri

new_homeHo fatto tanti laboratori di scrittura, tante lezioni sui libri, pagato e non (più “non”), in giro per le scuole e non sempre è gratificante. A volte l’insegnante che ha organizzato è svogliato, altre volte i ragazzi sono troppo giovani o troppo grandi per il libro che ti hanno proposto di raccontare, altre volte sei tu a essere distante e a non metterci nulla, perché la giornata è nata male o piove o hai la febbre o hai il pensiero chissà dove, magari alla morosa delle medie. Insegnare, raccontare, non è poi così diverso da qualsiasi altro rapporto e non sempre ci si trova, non sempre ci si intende. Per fortuna, vorrei dire.

Allo stesso tempo, anche le esperienze peggiori ti mostrano qualcosa: le scuole dissestate, i corridoi bunker, il rimbombo delle grida nelle aule cavernose che speravi di esserti lasciato alle spalle, il ricordo tuttora piacevolissimo della campanella che segna la fine della tortura per tutti, gli zaini sbilenchi e strabordanti, le facce vacue, le facce simpatiche, le facce con il moccio che cola, le facce assopite, i primi della classe, i teppistelli, la loro attenzione spasmodica per il display, la mia attenzione spasmodica per il display, tutte cose alle quali gli insegnanti sono abituati. Capisci anche benissimo la fatica dei professori, visto che non arrivano lì con il vantaggio di chi non deve dare voti e la nomea pomposa di scrittore (“Ehi, quei ragazzetti se la bevono, mica lo sanno che vendo tre copie al mese!”). E lo fanno tutti i giorni.

Qualche giorno fa avevo quell’umore lì. Sono corso in stazione in bici vestendomi troppo, sono arrivato lì come uscito da una sauna nello smog assolato di Milano, mi sono precipitato verso il treno dopo aver fatto una coda idiota alla macchinetta (tutti quelli che ci precedono sono idioti, finché non ti accorgi di avere uno che sibila alle spalle), e poi il treno non voleva saperne di partire, inchiodato lì. Convinto di non fare in tempo, ero già pronto a mettermi con striscioni e cartelli tra i pendolari incazzati in quei talk a microfono aperto, finché in discreto ritardo non s’è mosso e abbiamo attraversato una magnifica periferia nebbiosa, le vecchie fabbriche dismesse ingarzate di bianco, un muretto con sopra scritto: “Ho bisogno di te”, la stasi (non Stasi) dell’ex Stalingrado milanese. Il pensiero che io trafelato non avessi in quel momento la passione necessaria per raccontare i Sessanta racconti di Dino Buzzati, in missione per i Piccoli Maestri, s’è come attutito. E infatti arrivato lì, non lo so bene cos’è successo, ma so che c’è stata quell’intesa lì, quella che non avevo di certo con la morosa delle medie. Ed è successo anche che qualche giorno dopo i ragazzi – forse, perché no, imbeccati da una prof – mandassero una letterina piombata soavemente nella mia casella mail. Come cantava il poeta, now’s the time for your tears.

Contrassegnato da tag , , , ,

City on Fire – IL

9780385353779(Ho letto in anteprima per IL, il magazine del Sole 24 Ore, l’atteso esordio di Garth Risk Hallberg, City on Fire.)

Un grido s’avvicina, attraversando il cielo. Viene voglia di scomodare l’Arcobaleno della gravità per iniziare a parlare della fama che anticipa l’arrivo di un libro come City on Fire attraverso il firmamento delle fiere editoriali. E quel grido, ancora prima di capolavoro, dice: “Anticipo a sette cifre”. Qualcosa tipo due milioni di dollari. L’agente ha lanciato l’asta e un editore (Knopf) ci si è tuffato, seguìto da quelli all’estero (in Italia lo pubblicherà Mondadori, a gennaio, nella versione di Massimo Bocchiola, già traduttore di Thomas Pynchon, appunto, e altri giganti).

Hallberg va per i trentacinque anni, collabora con un po’ di giornali in vista e ha pubblicato alcuni racconti. Questo non è esattamente un romanzo d’esordio, ha già dato alle stampe uno strambo libretto intitolato A Field Guide to the North American Family, un racconto lungo con alcune illustrazioni. Qualche anno fa arrivando a New York in autobus dal New Jersey è rimasto colpito dallo skyline e ha avuto l’idea di una narrazione estesa che ruotasse intorno allo storico blackout del 1977. Ha preso un breve appunto e richiuso il taccuino. Sette anni dopo eccoci con novecentoventisette pagine e il bollino “Great American Novel” come un marchio del destino.

Sarà vera gloria?

(Continua a leggere sul sito del Sole24Ore.)

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,