Archivio mensile:luglio 2015

Remember? It was La Belle Aurore

2008_15253_13199

(Marco Philopat mi ha chiesto di parlare del mio bar preferito per una guida diciamo così informale di Milano. Si intitola Milano Re/search, l’ha pubblicata da poco Agenzia X ed è piena di belle cose. Ecco il pezzo.)

Nella zona di confine tra città studi e il centro, a un angolo tranquillo tra il viavai trafficato di via Castelmorrone e la zona morta di via Abamonti, il viandante assetato troverà un locale abbastanza popolare, per quanto riservato, che si nota perché apre letteramente lo spigolo con enormi vetrate. Fuori è appesa una vecchia insegna telefonica, anche se all’interno l’apparecchio non c’è più. Sulle vetrate è tracciato il nome, La Belle Aurore, che richiama il bar dove Humphrey Bogart e Ingrid Bergman hanno passato un momento di felicità nel film più famoso di tutti. Ricordate?

Ilsa: I wasn’t sure you were the same. Let’s see, the last time we met…

Rick: It was La Belle Aurore.

Ilsa: How nice, you remembered. But of course, that was the day the Germans marched into Paris.

Rick: Not an easy day to forget.

Ilsa: No.

Rick: I remember every detail. The Germans wore gray, you wore blue.

Amarezza, rimpianto: di che altro può essere fatto un bar? E poi: “I tedeschi erano vestiti di grigio, tu di azzurro”: una lezione di scrittura. Ad ogni modo il posto non risale alla seconda guerra mondiale, ma agli anni ’80. Dentro non c’è molto di romantico, a parte il fatto che l’arredamento – uguale da tempo immemore – ricorda un bistrot parigino. Ci trovi un barista, affettuoso e burbero, che assomiglia un po’ a Harvey Keitel e che di lezioso ha solo il nome, Fiore. Non c’è la musica. Non c’è la televisione. Non è mai arrivato il wifi. Non ci sono piatti di pasta per l’happy hour. Non c’è mai stata l’happy hour. Al massimo ci sono due o tre salsine da spalmare su tozzi di pane raffermo, ma guai a caricare un piatto e portarselo in giro per il bar: è vietato. Se ti accomodi a un tavolo, ti verranno a servire le patatine, ma non potrai portarti un piatto carico di roba da mangiare dal bancone. È una regola: se non ti garba, te ne puoi andare. (E per questa sana antipatia forse un giorno il locale chiuderà e sarà la prima e ultima volta che mi commuoverò per un esercizio commerciale.) Appollaiato al bancone da quando avevo diciott’anni, ho visto più di un individuo, abituato alla duttilità servizievole dei baristi milanesi, chiedere un piatto da riempire di tartine e, vedendoselo negato, scoppiare a ridere pensando a uno scherzo.

Avventore: Buona questa! Me lo dà, per favore?

Fiore: No.

Avventore: Non si possono prendere piatti con il cibo?

Fiore: No.

Avventore: ?

Fiore: E non potete nemmeno accostare i tavoli. It was La Belle Aurore. Remember?

Dopo un onesto pranzo, il locale chiude e riapre alle sei del pomeriggio. Diverse volte, passando di lì in bicicletta verso quell’ora, per andare in libreria o per qualche altro motivo, ho visto appena prima convergere dai semafori intorno gli avventori storici. Li immagino attendere trepidanti a casa o sul lavoro il momento del richiamo, poi scendere come uno squadrone pronto a riunirsi in volo e planare al bancone, che è di marmo, accogliente, splendido, antico. Quindi cannoneggiare lo stomaco, l’ennui, la vita. Ma non è tanto dell’ottusità del locale, della sua persistenza tale e quale nel corso degli anni, della bellezza del pavimento a scacchi, che vorrei parlare. Forse la cosa che amo di più è la luce sopra il bancone. Cade con sublime misercordia sulle persone che bevono e avvolge in una bolla tiepida anche l’avventore più scombinato. Quella luce embrionale, pastosa, dolcissima è uno dei tanti motivi per amare Milano. Di sicuro è il motivo per cui mi trovate lì, nei giorni in cui i tedeschi non marciano su Parigi.

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Edna O’Brien e l’oggetto d’amore

43Edna_OBrien_294633kDurante l’adolescenza, quand’ero molto più vecchio, leggevo poche scrittrici. Come guida all’universo femminile mi ero scelto avventatamente lo sguardo di Philip Roth e le rade sortite che mi concedevo avvenivano tra le pagine di Anaïs Nin, per i motivi scarsamente nobili che avrebbero potuto muovere Portnoy. Un giorno venni attirato da un tascabile con una fanciulla in copertina: l’autrice era irlandese, il libro si intitolava Ragazze di campagna e non ne avevo mai sentito parlare. Ancora oggi non so il motivo per cui decisi di leggerlo, forse per l’aura di scandalo cui alludevano le poche righe in quarta. Però mi piacque moltissimo. E dalla storia di due ragazze cresciute nell’ambiente bigotto dell’Irlanda rurale imparai anche un mucchio di cose sull’altro sesso. Certo, abituato alle bistecche di Roth infilate tra le colonnine del termosifone, mi fece sorridere che quel testo potesse avere suscitato tanto clamore. Eppure nell’autobiografia di molti anni dopo, con il titolo di quel primo romanzo declinato al singolare (Country Girl), Edna O’Brien raccontò poi tutta la sua vicenda con il consueto stile asciutto, mai lagnoso o pretenzioso. E io, dopo i suoi romanzi, scoprii che cosa era stata la sua vita. Non solo crescere in un ambiente gretto – e capirlo e rifiutarlo e continuare ad amarlo – ma venirne perseguitata.

(Continua a leggere sul sito del Sole24Ore.)

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

I mostri di Luvano Beach – IL

marccelus_war_169

(Per lo speciale “Summer Fiction”, il magazine del Sole24Ore mi ha chiesto un racconto estivo. Eccolo qua.)

Potrei friggere un uovo sul cofano» pensò Benny, sigillato nell’abitacolo della macchina, il motore acceso e l’aria condizionata a mille. Un’ondata di caldo aveva svuotato la città, abbandonata dagli esseri umani come animali in fuga da un incendio. Solo che i suddetti esseri umani avevano lasciato gli animali a lui e al negozietto. «Pezzi di merda con la casa al mare o al lago» rimuginò, con la mente al monolocale infuocato dove viveva, unica metratura che potevano permettersi con lo stipendio di Chantal e il modesto compenso in nero che gli dava il cugino per sostituirlo ogni tanto al negozio dal lezioso nome Doggy Style. Animali pettinati&acconciati. Lui, Benny il Mastino. A fare lo shampoo. Ai cagnolini. Ma non aveva altra scelta.

Il bar sull’altro lato della piazza sembrava dall’altra faccia della Terra, anzi del deserto, e lui aveva ancora addosso l’odore di quel botolo di Linus. «Linutti», come lo chiamava la signora Pizzigalli. E poi non era Snoopy, il cane? Bah.
«Le raccomando Linutti» aveva pigolato l’arpia. «Me lo tratti coi guanti».
Coi guanti, certo, visto che il botolo puzzava da far schifo. E Benny l’avrebbe volentieri strangolato senza lasciare impronte. Ogni tanto, mentre lo lavava, stringeva appena appena per sentirlo tremare. Sarebbe bastato così poco. Ma come spiegarlo a suo cugino e alla signora Pizzigalli? Linutti non deve morire.
Aprì lo sportello con una bestemmia e uscì nelle sabbie mobili della giungla d’asfalto. Asfalto? Sembrava burro.

(Continua a leggere sul sito del Sole24Ore.)

Contrassegnato da tag , , , , , , ,