Archivio mensile:aprile 2015

Dylan skyline

11075191_10205293057717609_8733827164066935502_nÈ uscita un’antologia a cui ho partecipato. È curata da Filippo Tuena per Nutrimenti e contiene dodici racconti intorno alla figura di Bob Dylan. A suonare con me ci sono anche Luciano Funetta, Helena Janeczek, Janis Joyce, Tiziana Lo Porto, Francesca Matteoni, Davide Orecchio, Marco Rovelli, Alessandra Sarchi, Andrea Tarabbia, Giorgio van Straten e Alessandro Zaccuri.

Il mio racconto parla di una strana setta che tollera solo le canzoni dylaniane di patimento e disamore, fino ad arrivare a un gesto estremo.

Qui la pagina sul sito dell’editore, con le prime recensioni.

Qui una tipica (e meravigliosa) canzone di disamore dylaniato.

Buona lettura!

 

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Così Vinicio così lontano – rivista studio

9788807031274_quarta.jpg.448x698_q100_upscale(In occasione dell’uscita del Paese dei coppoloni per Feltrinelli, ho scritto un ritrattone un po’ più articolato e analitico del solito intorno a Vinicio Capossela.)

A inizio secolo un pianoforte si aggirava per Milano.

Rimpallato da un bar all’altro, di Arci in Arci, vagava perché il proprietario non aveva posto per ospitarlo e quindi lo dava in comodato d’uso al locale di turno, dove ogni tanto sul tardi la voce del padrone faceva capolino con una confraternita del Chianti insieme a cui strimpellare fino a tarda notte, per la gioia dei vicini e di un pugno di aficionados disposti a fare le ore piccole dietro a un ego squassante come una fanfara e all’idea del concertino per pochi intimi. «Quello arriva», mi disse un barista che non lo aveva in particolare simpatia, «e si mette lì a bere». Non mi sembrava un’abitudine così grave, ma nemmeno la sua invidia lo era. «Quello» era Vinicio Capossela, vagabondo notturno appresso al suo strumento, nella migliore delle tradizioni scapigliate. Allora non mi dispiaceva questa sua immagine itinerante, fatta di comparsate a sorpresa, cui non doveva essere aliena la possibilità di qualche drink a scrocco o magari un rimorchio. Era nella fase migliore, dopo Canzoni a manovella, appena prima che cominciassero i dischi di maniera, e già allora la sua immagine sollevava parecchi dubbi.

(Continua a leggere su Rivista Studio.)

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Inseguire parole – IL

5928706_343484Tradurre significa passare un mucchio di tempo da soli. Schivo al limite dell’autismo, nascosto dietro le parole altrui, strapazzato o peggio ignorato dai recensori, il traduttore soffre un destino dolorosamente analogo a quello delle spie e cioè di venire notato solo quando sbaglia, ma senza licenza d’uccidere o Bond girls (al Martini si può ovviare). Ma chi è davvero la figura che, se va male, viene confusa con quella dell’interprete e, se va bene, coincide ormai con il personaggio santo e martire di Luciano Bianciardi nella Vita agra? E perché, al di là del dato lavorativo, si comincia a tradurre un testo? E davvero parliamo solo di volgere in un’altra lingua una serie di parole? Queste sono alcune delle domande a cui Massimo Bocchiola cerca di dare qualche risposta in un nuovo saggio, Mai più come ti ho visto, ambiziosamente sottotitolato Gli occhi del traduttore e il tempo (Einaudi Stile Libero). Non è uno dei tanti libercoli intorno alle gioie e alle insidie di un mestiere, ma qualcosa di più.

(Continua a leggere sul sito del Sole24Ore.)

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