Archivio mensile:settembre 2014

Martin Amis e il male – IL

Martin-Amis-Zone-of-InterestIn un racconto di J. M. Coetzee l’ineffabile alter ego dell’autore, la scrittrice Elizabeth Costello, viene chiamata a dire la sua sul “problema del male” e, davanti a un collega che ha raccontato i campi di concentramento con eccessiva disinvoltura, si domanda se non sia pericoloso «scendere nei più oscuri territori dell’anima», se dire l’indicibile non sia soltanto un peccato di hybris ma anche di vanità, da cui non si esce indenni. «Osceni: non solo gli atti dei carnefici di Hitler, non solo gli atti del boia, ma anche le pagine del libro (…). Scene che non possono reggere la luce del sole, dalle quali bisognerebbe difendere gli occhi delle fanciulle e dei bambini».

È un tema che riecheggia quello più ampio scaturito dalle pagine di Se questo è un uomo. Primo Levi, assetato, allunga una mano fuori dalla baracca per staccare un ghiacciolo e una guardia glielo strappa di mano. «Perché?», gli chiede. «Qui non c’è un perché», risponde quello. Se il discorso intorno al Male nazista (o al “mistero Hitler”, com’è stato intitolato in Italia un magnifico studio di Ron Rosenbaum sull’intera questione) resta un quesito irrisolvibile per chi è sopravvissuto ai campi, maggiori dubbi suscita negli scrittori che vi si avventurano soltanto grazie allo studio e all’immaginazione. Non a caso Vercors divise il suo racconto Le armi della notte, che racconta di un superstite dei campi di concentramento, in due parti denominate “Orfeo” e “Euridice”: è dato girarsi e raccontare l’inferno? Non soltanto: è morale scegliere di inoltrarsi “in quelle tenebre”, per citare il titolo di un celebre libro di Gitta Sereny sul comandante di Treblinka? E come va fatto?

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Da che parte ci tirano le ombre (su Giovanni Raboni) – Rivista Studio

1461-pagIl 16 settembre 2004, dopo un’agonia di qualche mese, moriva Giovanni Raboni.
Come in un brutto film agiografico, era stato colpito da infarto proprio alla macchina da scrivere, proprio mentre buttava giù il coccodrillo dell’amico Cesare Garboli. «Scriveva, proprio scriveva, ed ha piegato il capo, si è chinato, un inchino straziante, interminabile, che era anche una lotta, una lotta per la vita e contro la morte» scriveva il giorno successivo un patetico (nel senso di patetico) Franco Cordelli sul Corriere della Sera. Ricordo la telefonata di un amico per lamentarsi di una sua ipotetica conversione in articulo mortis, che a me risultava irrilevante. Gli avevo fatto notare che il dialogo con il sacro andava avanti in Raboni da sempre (considerato che già il suo primissimo componimento dava voce a San Giovanni Battista), tanto che lui si definiva un «non-ateo», ma niente: l’invettiva era partita e me l’ero sorbita fino alla fine. Tutti impavidi con la morte degli altri.

È morto un poeta, pensai invece io, citando con automatismo pavloviano, l’orazione funebre estemporanea e disperata di Alberto Moravia ai funerali di Pier Paolo Pasolini, un monito rivolto alla ferocia bigotta della società che scaturiva però dal nucleo bruciante di una fraterna amicizia: «Abbiamo perso prima di tutto un poeta e di poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto dentro un secolo! (…) Il poeta dovrebbe essere sacro!». Era il poeta-vate, il poeta che indica la via. Anzi, il Poeta con l’iniziale maiuscola (ribadita, per certi versi, in quel triplice, ossessivo PPP). E invece proprio quel giorno di novembre del ’75, Pasolini, che Raboni aveva definito appunto poeta «nel cinema come nel teatro, nella pubblicistica come nel romanzo – in tutto, sarei tentato di aggiungere, assumendomi la non lieve responsabilità dell’ipotesi, tranne che nelle poesia», cominciò a non-morire, a deambulare per le patrie lettere come un rimprovero disincarnato, paradigma e misura fantasmatica di ogni indignazione. È morto un poeta, pensai, così qualche giorno dopo in una splendida giornata di settembre, decisi di andare – o meglio strisciare – ai funerali che si sarebbero svolti nella basilica di Sant’Ambrogio.

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Sui ringraziamenti – Rivista Studio

timthumb.phpC’era una volta il paratesto, ossia ciò che il critico strutturalista Gérard Genette chiamava le «soglie», tutto ciò che sta intorno al contenuto del libro e che accompagna il lettore all’interno delle pagine: copertina, risvolto, dedica, prefazione e via dicendo. Un tempo si trattava di una faccenda innocente, perfino seria: quando un autore classico dedicava il volume a un certo personaggio, estingueva un debito per nulla metaforico. Con il passare degli anni, è diventato il terreno dove esercitare ulteriormente la propria strabordante creatività. Scrittori non solo televisivi che finiscono con il loro faccione in copertina; quarte pseudo-umoristiche; dediche autoreferenziali (tipo quella dell’ultimo romanzo di Isabella Santacroce: sì, «a Isabella Santacroce»); epigrafi con la mail e il numero di telefono da rimorchio accanto a una frase apocalittica di Thomas Bernhard. Gli esempi non si contano. Conosco una persona che in esergo al proprio esordio ha chiesto la mano alla ragazza: nessuno nutriva dubbi sulla buonafede del gesto, ma certo la sfrontatezza non metteva la fanciulla nella disposizione più serena per decidere se accettare o no (alle pubblicazioni, per di più). In tutto questo c’è una zona dove forse l’estro ha trovato terreno ancora più fertile ed è quella, in fondo al libro, dove allignano i famigerati omaggi ad amici e non solo.

“Gratulatoria”, “Nota”, “Explicit” o un più modesto “Ringraziamenti”: in coda, che sia miele o veleno, arriva quasi sempre un corposo elenco di persone (o animali, come vedremo) da ringraziare o gratificare o ingraziarsi. Un cahier di benedolenze che sta diventando un genere a sé stante, tanto che gli scrittori Carolina Cutolo e Sergio Garufi hanno pensato bene di raccoglierne una scelta in Lui sa perché. Fenomenologia dei ringraziamenti letterari (con una prefazione di Stefano Bartezzaghi e un contributo di Umberto Eco, Isbn, 208 pp., 14 €), che abbraccia la narrativa italiana degli ultimi vent’anni. Da un campione tutto sommato esiguo, emerge uno spaccato eloquente di un angolo preposto alla gratitudine e degenerato in un catalogo di vanità e nonsense involontariamente comici, da cui non si salva nessuno – nemmeno gli autori, che in fondo al testo non potevano non ripercorrere ogni tipologia del catalogo, anche per farsi perdonare di avere ridicolizzato mezza editoria italiana.

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(Qui la puntata di Pagina 3, su Radio3Rai, in cui è stato letto il pezzo.)

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Dylaniati – IL

feinstein-04Com’è che la gente quando parla di me va fuori di testa?», sbottava Bob Dylan in un’intervista. Certo, sebbene una volta lui e la prima moglie si siano svegliati con un uomo ai piedi del letto che li fissava incantato, gli manca un Mark Chapman. Ma non esiste personaggio della cultura rock che abbia attirato folle di sbiellati e visionari quanto l’autore di Like a Rolling Stone.

I dylaniati – ossia, gli schiantati di un culto dilaniante – trasformano psicolabili come gli springsteeniani e gli onedirectioners in imperturbabili savi. Ogni suo fan tende a essere come quello che gli disse: «Io so tutto di te, ma tu non sai niente di me». Per una volta, la risposta di Dylan non fu sibillina: «Lasciamo le cose così». Ora un libro del giornalista David Kinney (The Dylanologists, Simon&Schuster) ne ripercorre le tipologie, tracciando in filigrana una storia della sua vita e della cultura americana. Che cos’è Dylan? Un buco nero, un’anamorfosi vivente, un enigma insolubile? Ecco un catalogo ragionato della patologie che scatena.

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