Pnin e lo scoiattolo

pninLa vide partire, e tornò indietro a piedi attraverso il parco. Fermarla, trattenerla – così com’era – con la sua crudeltà, la sua volgarità, gli abbaglianti occhi azzurri, i poveri versi, i piedi grassi, e con la sua anima impura, arida, sordida, infantile. A un tratto pensò: se ci si ritrova tutti in paradiso (non ci credo, ma supponiamo di sì), come potrò impedire che mi strisci addosso, che mi strisci sopra quella cosa avvizzita, indifesa, storpia che sarà la sua anima? Ma qui siamo sulla terra, e io, strano a dirsi, sono vivo, e c’è qualcosa in me e nella vita…

Sembrava che fosse arrivato, in modo del tutto inatteso (perché la disperazione umana di rado conduce alle grandi verità), sull’orlo di una soluzione universale, ma venne interrotto da una rischiesta urgente. Uno scoiattolo, sotto un albero, aveva visto Pnin sul sentiero. Con un movimento sinuoso come un tralcio di vite, l’intelligente bestiola balzò sul bordo di una fontanella e, mentre Pnin si avvicinava, protese il musetto ovale verso di lui, con un suono sbruffante piuttosto offensivo, gonfiando le gote. Pnin capì e dopo aver armeggiato un po’ trovò il bottone che doveva premere per conseguire l’esito desiderato. Squadrandolo con disprezzo, l’assetato roditore cominciò subito a gustare la robusta e scintillante colonna d’acqua, e continuò a bere per un bel po’. “Forse ha la febbre” pensò Pnin, piangendo silenziosamente e senza freno, tenendo cortesemente schiacciato il marchingegno per tutto il tempo e insieme cercando di non incrociare quello spiacevole sguardo fisso su di lui. Placata la sete, lo scoiattolo se ne andò senza il benché minimo segno di gratitudine.

(Vladimir Nabokov, Pnin, traduzione di Elena De Angeli, Adelphi 1998, p. 58.)

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