“Mi manda Fernanda.” Un mio ritratto della Pivano su “IL”

Avevo una ventina d’anni, studiavo letteratura americana e Fernanda Pivano non era “un mito”, ma un nome imprescindibile, sì. Non essendo ancora arrivata la sbandata per Ligabue e compagnia cantante, la traduttrice di Faulkner e Fitzgerald – che io non osavo nemmeno chiamare “Nanda”, come oggi fa chiunque abbia non dico letto Hemingway ma anche solo sorseggiato un daiquiri – era una figura di mediatrice importante, un’indispensabile traghettatrice. Interviste, traduzioni, prefazioni, curatele, articoli: non c’era bisogno di nutrire interesse nei confronti di una qualsiasi generation – lost, beat, X, chemical, whatever: comunque fasulla – per avere incrociato quel nome poco accademico e molto on the road. Fernanda Pivano aveva “occupyto” l’argomento dell’altra America, lasciando gli atenei ai colleghi blasonati. «Tenetevi le vostre cattedre impolverate», sembrava dire la ragazzina che aveva rischiato il carcere per tradurre Addio alle armi.

(Continua a leggere sul sito del Sole24Ore.)

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