Archivio mensile:giugno 2012

La voragine del corpo

In seguito a un controllo di routine, dovuto a un mancamento, un affermato medico scopre che il padre è gravemente malato. Anni e anni di esperienza e di progressivo distacco sul lavoro non l’hanno per nulla preparato a una responsabilità del genere. Nel momento in cui stringe fra le mani la busta con gli esami del genitore, sente di tenerne in pugno anche il destino. “Il sangue è molto pettegolo, racconta tutto” commenta infastidito. D’un tratto il coinvolgimento emotivo, strappandolo al cinismo della routine, lo mette di fronte a una scelta: rivelare o no al vecchio e amato padre che non gli resta molto da vivere? Essere o non essere sinceri, quando la sincerità contiene la più cruda delle rivelazioni? A propria volta, il padre si troverà a dover decidere se svelare la cosa alla propria compagna, in un sistema di elusioni reciproche, volte a preservare dal male ma anche a interrogarsi su di esso.

È su questo dubbio (davvero amletico, per una volta) che si apre un libriccino d’impostazione filosofica, opera di Alberto Barrera Tyszka, poeta e narratore venezuelano, intorno a una delle tematiche più delicate della vita umana, ossia La malattia, come recita senza giri di parole il titolo (Einaudi 2012, traduzione di Paola Tomasinelli, pp. 159, € 13,50). D’altra parte, come annota il protagonista, in una delle tante riflessioni d’impronta gnostica del libro: “I medici non usano quasi mai aggettivi. Non ne hanno bisogno”. Sulla falsariga di Susan Sontag, secondo la quale le uniche due cittadinanze concesse all’uomo sono la salute e la malattia, la storia segue i protagonisti in quella terra di nessuno che le separa e che ha come passaggio quasi obbligatorio gli ospedali (“templi per l’addio, grandi monumenti alle separazioni”), dove deambulano le due figure speculari del medico e del paziente, in equilibrio febbrile tra la vita e la morte, tra la partecipazione e l’indifferenza.

A questa vicenda se ne accosta un’altra parallela, dove irrompe la terza figura che alle altre due si aggrappa spasmodicamente, quella dell’ipocondriaco. Come una nemesi, proprio nel momento di maggiore crisi, il medico protagonista viene perseguitato da un nevrotico convinto di essere in fin di vita (all’interno del corpo sente “una voragine”) e bisognoso di una rassicurazione, tanto costante quanto vana, da parte di quella figura cardine che è il medico, un po’ psicoanalista e un po’ confessore. Il paradosso è noto: più l’uomo si abbevera a questa fonte di serenità e più la sete angosciante tornerà a presentarsi nei giorni successivi. Da lì un autentico stalking: il paziente comincia a tempestare il medico di mail e telefonate, arrivando perfino a pedinarlo, finché a prendersi carico di quest’anima in pena non penserà una segretaria, per lenire le proprie e altrui preoccupazioni, e ricordare che la vita di tutti è intrecciata alle sofferenze del prossimo.

Nelle intenzioni di Tyszka la figura di questo ipocondriaco sembra rispecchiarsi in quella del padre ignaro, persuaso invece di godere di ottima salute, entrambi così spaventati dalla morte da metterla al centro o al di fuori della propria esistenza. Il malato immaginario diventa vero e quello reale diventa evanescente, almeno finché il dolore (“il più terribile dei linguaggi”) non lo riporterà alla realtà. O meglio alla carne. “Non era più suo padre quello che con forzata mansuetudine sopportava che lo bucassero, lo toccassero, gli prelevassero il sangue. Era un corpo.” Se Robert Burton nell’Anatomia della malinconia scrisse che “la malattia è la madre della modestia”, i personaggi spaesati di questo trattatello in forma narrativa si chiedono invece se non sia piuttosto un’umiliazione, una continua mortificazione della nostra essenza. Soprattutto se essa non rovini la possibilità di morire come se niente fosse. O, al contrario, se non sia importante assumerla come esperienza della morte, seguendo il dettato di Michel Foucault, e quindi come esercizio di vita per cui invece “la salute è un ideale immobile”.

“Perché facciamo fatica ad accettare che essere vivi è un caso?” si domanda a un tratto il protagonista. La malattia, che pure ha qualche passaggio goffo, è una riflessione tutt’altro che banale sul baratro intorno al quale si muove l’individuo sano, rassicurato dal silenzio del corpo, e il degente che – come il negativo della fotografia – restituisce un’immagine rovesciata eppure esatta della vita. Sul crinale formato da queste due condizioni procede il medico, consapevole che anche prendersi cura degli altri – tenere viva la fiammella che appare in copertina – possa diventare una malattia. Con lui si muove la nostra idea di etica e sopravvivenza, di sollecitudine e deontologia, venata di tristezza. D’altro canto in greco la parola “ipocondria” indicava la regione dove si pensava avesse sede la malinconia.

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Oggi ti sogno con un altro,

un ceffo scaltro e deciso che ti tocca.

Mi sveglio all’improvviso

con l’amore in bocca.

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“Un Woody Allen presbite nella Milano di Gadda.” Daniela Ranieri, Panorama.it

Fossi stato russo, avrei detto che eri il Mastroianni russo.

È la mia più grande ambizione, ma non so da quale dei due elementi cominciare. Aspetta, forse Carmelo Bene era il Majakovskij italiano, si potrebbe inventare una teoria della metempsicosi infranazionaletteraria, una specie di reincarnazione pseudocasuale tra artisti e affini. Uno spettro s’aggira per l’Europa e vuole la sua fetta di artisticità attraverso una definizione banalizzante.

(Continua a leggere l’intervista sul blog di Daniela Ranieri.)

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Hai ragione: sono uno

sbadato. Ma la questione

non è smarrirti nel passato.

Il disastro, te lo assicuro,

è che il tuo ricordo

si è perso nel futuro.

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“Un’opera malincomica.” Andrea Tarabbia, L’indice dei libri del mese

Otto anni separano la pubblicazione di L’unico scrittore buono è quello morto dalla precedente fatica narrativa di Marco Rossari: Invano veritas, anch’esso uscito per e/o, è infatti del 2004. Nel mezzo, Rossari ha messo in circolazione per i tipi di Fernandel le “canzoni sconce e malinconiche” di L’amore in bocca (2007) per poi inanellare una sequenza impressionante – per numero e qualità – di traduzioni dall’inglese e dall’americano: ma niente narrativa. Otto anni, per uno scrittore che non ne ha ancora quaranta, sono una piccola eternità: questo intervallo, che Rossari ha vissuto muovendosi nei meandri del mondo editoriale e scrivendo, è servito per elaborare un’opera ibrida, divertente, piena di illuminazioni e paradossi e pervasa da un tono, come forse direbbe l’autore, malincomico.

Ne viene che L’unico scrittore buono è quello morto è un libro di difficile catalogazione: è all’apparenza una raccolta di racconti, ognuno dedicato a uno scrittore o una tappa delle filiera editoriale (lo scrittore che scrive, l’editor, il traduttore, il critico, il rapporto con i lettori – nel caso specifico una lettrice/groupie –, lo scrittore che cerca disperatamente di farsi pubblicare e così via); ogni pezzo è legato a tutti gli altri dal tema generale della scrittura e, strutturalmente, da una serie di aforismi, brevi prose fulminanti, intuizioni comiche, definizioni delle varie tipologie e dei vari tic di chi lavora con la penna che sono un ponte tra un racconto e l’altro e funzionano come ulteriori declinazioni del discorso. Tutto questo fa del libro qualcosa di più di una semplice raccolta: si tratta infatti di una sorta di compendio del mondo della letteratura e dell’editoria e, al tempo stesso e in filigrana, di un’opera di autofiction dove l’autore, benché non nomini mai se stesso, mette a nudo il proprio percorso artistico, rivela quali sono i propri padri e, in ultima analisi, racconta gli otto anni in cui è stato in silenzio.

(Continua a leggere sul blog di Andrea Tarabbia.)

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A un angolo di strada

il sorcio albanese svicola

e scantona imbacuccato

nella propria antipatia.

Due bottoni per occhietti,

la coda fra le gambe:

la paura è una cicca scroccata

sul fondo della tasca.

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