Archivio mensile:aprile 2012

Con una biro nera

ho unito i nei

sulla tua schiena.

C’era la scritta:

“Solo la mia bellezza

eguaglia la tua pena”.

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“L’ultima sugli autori.” Giuseppe De Marco, Il giudizio universale.

…E cosa c’è di meno attraente per un popolo di aspiranti-scrittori/svogliati-lettori di un libro (da leggere!) sulle frustrazioni dello scrivere? Nulla, verrebbe da dire. Se non fosse che così facendo si perderebbe la possibilità (tra le altre cose) di godersi questa deliziosa raccolta di racconti, battute, aforismi del giovane Marco Rossari (classe ’73 quindi, per i parametri nostrani, ancora suscettibile della consolante definizione anagrafica), che si presenta sugli scaffali con un titolo a effetto che ha tutto il sapore di una drastica dichiarazione di intenti: L’unico scrittore buono è quello morto

Continua a leggere sul Giudizio universale.

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“Romanzo picaresco.” Filippo La Porta, L’Espresso

“…’L’unico scrittore buono è quello morto’ di Marco Rossari (e/o), su aspiranti scrittori in cerca di lavoro (e di pubblicazione) riprende i toni da classico romanzo picaresco. Con intento da parodia, una storia si infila casualmente dentro l’altra.”

(continua a leggere la più ampia riflessione di Filippo La Porta sul “Romanzo Co.Co.Co” qui)

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“Una frustrazione tragicomica.” Un’intervista a cura di Carlotta Susca

…Non c’è nemmeno una riga che riporti un fatto realmente accaduto, ammesso e non concesso che qualcosa di scritto possa riprodurre fedelmente un fatto. Diciamo che il libro prende dei momenti di esasperazione e li porta all’estremo. La realtà editoriale è molto più noiosa: si scrive, si traduce, ci si lamenta. Di solito da soli (e nel terzo caso non è un buon segno). Nel libro, invece di parlare male di questo o quello, ho preferito creare delle situazioni paradossali che raccontano un vuoto, un’idea, una frustrazione tragicomica…

(Continua a leggere su pool.)

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Perdere alla lettera. Tradurre Gertrude Stein.

(Qualche tempo ho avuto l’onore e l’onere di tradurre un libricino di Gertrude Stein, Flirtare ai grandi magazzini, Archinto 2010. Questa è la mia breve nota alla traduzione.)

Tradurre (e forse leggere) Gertrude Stein rischia di fare venire le vertigini. Letteralmente. Seguire in originale e poi a schermo e quindi su carta, la spirale turbinosa di questo pensiero scritto genera un senso di smarrimento. Un attimo dopo subentra una sorta di stupore esilarato e infine, con la gratitudine del naufrago che rinuncia a stare a galla, un abbandono alla corrente.

Anacoluti, paronomasie, variazioni sul tema, ecolalia, rime interne, giochi: il catalogo è questo. Con una scrittrice rivoluzionaria, ardita, impavida come lei ci vuole altrettanto coraggio e sicuramente un po’ d’incoscienza. Là dove la poesia si confonde con la prosa, là dove una rosa è una parola (erosa, certo) ma anche un piccolo trattato di filosofia del linguaggio, là dove – nel beffardo rompicapo intitolato Guillaume Apollinaire – potrebbero addirittura essere rintracciabili delle vere e proprie anamorfosi interlinguistiche (non a caso, il primo verso “Give known or pin ware” nasconde proprio il nome del poeta surrealista), là si annida questo libricino potente e avanguardistico, difficile e giocoso.

Gertrude Stein è prima di tutto una interprete di flussi mentali, una pittrice di cubismi saggistici, una traghettatrice estrosa che ha preso l’alfabeto e l’ha scaraventato sulla pagina come un bambino capriccioso (eppure consapevole), buttando a mare secoli di sintassi efficace e di bello stile, per scolpire i concetti attraverso un uso ossessivo delle ripetizioni sulla pietra della pagina. Qui si è optato per una traduzione che provasse a ritrovare la sbalorditiva festosità dell’originale seguendo prima di tutto il richiamo del suono. Per dirla con una battuta che forse a lei non sarebbe dispiaciuta: anche l’orecchio vuole la sua parte o la sua arte. È possibile che Gertrude Stein incarni il sogno e l’incubo di ogni traduttore, visto e considerato che quando stai sbagliando sei nel giusto e quando imbrocchi il significato perdi il significante.

E se perdi tutto alla lettera, la lettera la prendi.

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Tutti i giorni all’una

nel tepore invernale

del bar alluna il candore

tremolante di un’egra

megera, vecchietta-giacometti

tutta fil di ferro. Ordina un’unica

coppa di bianco bollicine

glu glu glu bevuta

che pare infinita. Giù,

tutta d’un fiato. La vita.

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“Lampi di storie.” Luigi Brasili, Lettera.

Storie brevi, brevissime, meno brevi, lampi di storie; racconti, aforismi, freddure, e molto altro. Questo libro contiene molti interessanti, e divertenti, spunti di riflessione, destinati in particolar modo a chi si occupa di scrittura, in maniera diretta o indiretta. Vi sono infatti in queste pagine, tra un racconto e un altro, o nel mezzo, diverse citazioni, colte e non, ad accompagnare passaggi che rasentano il puro esercizio di stile, freddure (ma neanche tanto, poiché, spesso, verissime; per esempio: “C’era uno scrittore che aveva letto un solo libro, il suo. E gli era bastato.”) e, nel contempo, ci sono suggestioni e piccole perle narrative; il tutto condito da una buona dose d’ironia, ch’è molto più sottile spesso di quanto venga mostrato a una lettura superficiale.

Continua a leggere su Lettera.

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