Archivio mensile:febbraio 2012

Ironia intelligente! Ritmo sfrenato! Alessandro Beretta, Flair.

Come si troverebbe Lev Tolstoj a rispondere in un programma radio alle domande degli ascoltatori? Cosa direbbe Shakespeare se lo accusassero di aver copiato le sue opere? Sono solo alcune delle domande surreali che lo scrittore milanese Marco Rossari ha fatto a illustri colleghi del passato rendendoli protagonisti di una brillante raccolta di racconti. Il titolo grottesco, L’unico scrittore buono è quello morto (e/o) non deve spaventare: il libro vive di un’ironia intelligente, ha un ritmo sfrenato e affianca, alle storie che smontano le icone della letteratura, racconti dedicati al mestiere precario dello scrittore contemporaneo, impegnato in reading e marketing editoriale. Un libro per chi ama la letteratura, tanto da poterla prendere in giro.

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“Racconti di racconti”. Gianni Biondillo, Cooperazione.

La letteratura che parla di se stessa (di libri, di scrittura e di autori) è un genere a sé stante, nobile e di antica tradizione. In fondo ogni scrittore passa buona parte della sua giornata a scrivere, a leggere o a ragionare di scrittura, diventa inevitabile che sia anche il centro di molta narrazione. Detto così può preoccupare l’idea di imbattersi in un libro che sembra parli esotericamente al suo ego, ma per fortuna, proprio perché l’argomento è la ragione stessa di vita dell’autore, questo genere letterario – la letteratura che parla di letteratura, una sorta di letteratura al quadrato – sa anche essere affascinante proprio come nel caso del libro di Marco Rossari, divertente già dal titolo: L’unico scrittore buono è quello morto (ed. e/o). Questo di Rossari non è un romanzo o una raccolta di racconti. Sembra piuttosto uno zibaldone, una congerie di aforismi affilatissimi e lunghi meta-racconti paradossali, dove si possono incontrare un Tolstoj invitato a parlare delle sue opere alla radio, o uno Shakespeare accusato di plagio. Molti di questi racconti di racconti sono in prima persona. Fiction di autofiction (la ridondanza e il gioco di specchi caratterizza l’intero libro) dove i molteplici Rossari – emblemi dei molteplici scrittori, poeti, traduttori, critici – si ritrovano di fronte a situazioni frustranti, assurde, umilianti. Ma non c’è né autoindulgenza né rabbia. L’autore sa che chi scrive convive con una malattia totalizzante che si accanisce sull’esistenza dandole al contempo senso. Rossari poi, dalla sua, ha la fortuna di snocciolare nelle sue pagine una cultura, non solo nozionistica o anedottica, davvero notevole. Scrive bene, cambiando spesso di tenore e registro, con autentica sapienza, regalando al lettore un libro che fa intravedere, da dentro, la macchina magica e infernale delle nostre ossessioni.

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Monk

 

 

 

 

 

 

 

– Monk,

ti scrivo una poesia

che non conta e costa

niente dietro un vetro

dove speculo e rispecchio

monkagente in un pomeriggio di

silenzio (come tutti i

pomeriggi del pianeta).

Tra una nota e l’altra

– esita il profeta.

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“Un libro divertente e corrosivo.” Seia Montanelli, Corriere Nazionale

“Dopo gli Scrittori inutili di Ermanno Cavazzoni (ristampato da Guanda nel 2010 ma uscito nel 2002 per Feltrinelli), a sferzare la categoria ci pensa ora Marco Rossari (scrittore e bravissimo traduttore) con L’unico scrittore buono è quello morto (E/O edizioni, pp. 192, € 16,50), un libro divertente e corrosivo in cui in testi più o meno brevi, si stigmatizzano tic, vanità e debolezze degli scrittori, tali o sedicenti che siano, e si costruisce intorno ad esse storie e aneddoti che strappano più di un sorriso amaro, soprattutto agli addetti ai lavori che più volte avranno già incontrato questo o quel tipo di autore nella loro carriera e volentieri gliene avrebbero dette quattro. (…)”

Continua a leggere sul Corriere Nazionale.

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“Storie allegramente sprecate.” Jacopo Cirillo, Finzioni

(…) Invece in questo volumetto le storie sono allegramente sprecate, 214 pagine da cui si potrebbero trarre almeno venti romanzi con trame avvincenti e una bella fascetta in cui scrivere gli attori del film tratto da. Marco Rossari, nonostante i suoi onnipresenti protagonisti, non scrive ma storia (voce del verbo storiare), e forse è proprio in un libro sulla scrittura che le storie tornano ad essere tali: solo storie, senza la scrittura di mezzo. (…) Continua a leggere su Finzioni.

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“Lo leggo subito.” Valeria Parrella, Grazia.

Con questi racconti, raccolti non a caso sotto il titolo di L’unico scrittore buono è quello morto, Marco Rossari (traduttore, giornalista, consulente editoriale e scrittore) si prende gioco in maniera allegra e scanzonata del mondo letterario, immaginando gli scrittori famosi, che nel tempo lo hanno popolato, alle prese con situazioni paradossali: James Joyce, per esempio, tormentato dal fatto che l suoi libri vengono sistematicamente rifiutati dagli editori; Lev Tolstoj, recensito radiofonicamente da una ragazza di Foggia, o William Shakespeare, accusato di plagio. Una divertente parodia di personaggi protagonisti di un mondo tragicomico dedicata a quegli aspiranti scrittori, che proprio in quel mondo vorrebbero entrare.

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Sono sopravvissuto ai Mythbusters

Qualche anno fa mi sono trovato in cima all’Empire State Building insieme al tipo d’amico – temibile, in vacanza – capace di lanciarsi con l’elastico dalle Victoria Falls in Zimbabwe, di farsi arrestare per possesso di droga in Cambogia e perfino di guidare in motorino a Roma, un impunito che in quell’occasione – dopo averlo rifiutato a ogni mendicante della città – ha lanciato un quartino nel cielo di New York. Per anni mi sono svegliato nel cuore della notte convinto che avesse accoppato un passante. O, peggio, ammaccato una Rolls-Royce.

Oggi, grazie ai Mythbusters (che hanno sfatato anche quel mito), avrei potuto finalmente dormire sonni tranquilli. Invece mi capita di andare a San Francisco in visita al set esplosivo della trasmissione grazie alla quale Discovery si è lasciata alle spalle l’immagine placida di rete protetta dove i panda sgranocchiano il bambù. Il nuovo slogan recita: «Se hai le mani sudate e ti sta battendo forte il cuore…» Benzedrina, direte voi. Sbagliato: «Stai guardando Discovery Channel». Sotto, un poveretto impavido dondola appeso ai pattini di un elicottero.

«Avrebbero potuto mettere il panda appeso all’elicottero» butto lì a un giornalista norvegese, tale Åsbjørn, che incontro sull’autobus verso il set.

«Ma in questo caso il panda sei tu.»

E non sono affatto sereno. Io vado in crisi per una lampadina bruciata, mi basta risolvere un sudoku per sentirmi Kurt Gödel e la mia idea di adrenalina è un saggio su Joyce. Mi definirei «aprassico», se sapessi cosa vuol dire.

Qui invece non si scherza.

Con più di 700 miti testati e altri cento in cantiere, il programma – che nasce in Australia ma viene girato qui in California – è arrivato alla settima stagione grazie a un successo planetario. Jamie Hyman e Adam Savage, i presentatori, sono diventati membri onorari di diverse associazioni scientifiche e perfino la Nasa ogni tanto si scomoda per consultarli. Un po’ CSI e un po’ Dottor M, i due hanno sfatato miti o credenze di ogni tipo: da quelli di ordine linguistico (è così difficile trovare un ago in un pagliaio?) a quelli cinematografici (vedi gli speciali dedicati a Point Break o allo Squalo), dalle imprese più spericolate (è possibile respirare sott’acqua inalando l’aria da un pneumatico?) a leggende poetiche (da Letterman, grazie a migliaia di palloncini, hanno sollevato – alla Banksy – un adulto da terra).

«Peccato che non ci abbiano concesso di usare una bomba atomica» si rammaricherà Jamie, durante il nostro incontro.

Il paradosso è che se storicamente la scienza ha sempre lottato per dimostrare qualcosa in cui nessuno credeva, i Mythbusters devono verificare qualcosa in cui già credono tutti. Smentire i luoghi comuni, demolire le leggende metropolitane. Se viviamo nell’epoca del fake, questo è l’esatto opposto. Jamie e Adam, supportati da un formidabile team, attraversano le paure irrazionali della nostra epoca, gli esorcismi stratificati con il tempo, le scene più celebri del cinema d’azione per riportare tutto a una dimensione scientifica. Azioni spericolate, polvere da sparo, trial-and-error sono il loro pane, shakerati a scariche d’adrenalina e ampie dosi di umorismo. Oltre a un catalogo di botte, lividi, abrasioni in cui sono sempre sul punto di perdere una falange o bruciarsi il cuoio capelluto. E quello è il momento in cui si stanno divertendo di più.

«Ci saranno esplosioni?» domandiamo alla troupe.

«No.»

Tiriamo tutti un sospiro di sollievo.

Appena arrivati giriamo per un magazzino imponente. Pensate a una cassetta per gli attrezzi e moltiplicate per mille. Ok, poi per diecimila. Ci sono prototipi, giocattoli, marionette, robot, modellini. Una Wunderkammer che avrebbe mandato in visibilio se non Batman, certo il Joker. Davanti ho un muro di scatole con dentro parrucche, fiocchi di neve, pistole, foglie, qualsiasi altra diavoleria. Appeso a una parete c’è uno squalo enorme (l’hanno costruito in quattro giorni e distrutto in quattro minuti), il jet in miniatura usato per Top Gun (concepito per Tom Cruise, dicono i maligni), un Mugwamp uscito dritto dal Pasto nudo di Cronenberg (ci guarda perplesso, ma forse è ancora fatto).

Passa un cagnolino.

«Quello è un animatronic» mi fa Åsbjørn. «Me l’ha detto un cameraman.»

Ed è pazzesco, perché è tale quale a un cane, tanfo compreso.

Entriamo in una stanzetta piena di rottami. C’è un bidone bucherellato da una sventagliata di mitra, una balestra fatta con la carta di giornale, una bombola di gas esplosa, il modellino del modulo per l’allunaggio.

«Non toccate» ci dicono impauriti i nostri accompagnatori. «Potresti farvi male.»

Così ci accontentiamo di maneggiare alcune simpatiche pallette marroni sul tavolo, per scoprire un attimo dopo che sono fatte con lo sterco di leone. Le posiamo.

A quel punto arrivano i Nostri.

Jamie ha un portamento marziale: collo taurino e basco sulle ventitré (il padre era nell’esercito). È il tipo d’uomo che se gli chiedi di dimostrare l’esistenza di Dio prende un cacciavite e ti risponde: «I’m workin’ on it». Oltre alla perenne camicia bianca, è riconoscibile per i baffoni a manubrio, tipo quelli dei leoni marini spaparanzati sotto il sole al molo 39 del porto di San Francisco. È cresciuto in Indiana, ma a quattordici anni se n’è andato di casa.

«Mi sentivo indipendente, tutto qua» minimizza.

«Chiaro» penso io, che a quattordici anni andavo perfino al cinema da solo.

In seguito ha preso una laurea in russo ed è finito a insegnare immersioni nei Caraibi (se cercate un nesso tra le due cose, non avete mai conosciuto un americano). Lo sbocco naturale della lingua di Pasternak e dei diving center è stato l’industria degli effetti speciali e poi questo programma.

«Guarderesti il tuo stesso show?»

«Se potessi chiudere il becco a quei due pagliacci e avere qualche dato in più, forse sì.»

Åsbjørn azzarda qualche domanda fuori dagli schemi: «Quand’è l’ultima volta che hai pianto?»

Jamie si volta lentamente, con l’aria del T-Rex in Jurassic Park che localizza il programmatore occhialuto in fuga. «Prego?»

Meglio squagliarsela e dare un’occhiata al suo ufficio, dove accanto a libri di nicchia come Moby-Dick, per fortuna trovo classici come Build your own combat robot e Metal Handwork. Intanto si aggiunge Adam Savage che, a dispetto del cognome, è un impossibile mix fra Woody Allen e MacGyver. Figlio di un pittore e di una psicoterapeuta, coltiva una seconda carriera da artista e alle implacabili domande di Åsbjørn risponde che piangere tutti i giorni lo aiuta molto.

Se Jamie ha l’aria di chi ha sempre di meglio da fare, Adam sembra un bambino in una pasticceria. (O, per definirli in breve: il primo uso un Ibm, il secondo un Mac.)

Ci portano al secondo studio, altro capannone dove assistiamo ai classici centododici ciak stile «fischio maschio senza raschio» dei tre comprimari, il ragazzone Tory Belleci, il piccolino Grant Imahara e la bellona Jessi Combs. Alle pareti si trovano le reliquie delle passate imprese: la zattera di fortuna per evadere da Alcatraz, il manichino per surfare con la dinamite e un cane animatronic per attirare gli squali.

«E il cagnolino di là?» domando a un cameraman.

«Quello è vero, si chiama Huxley.»

Åsbjørn si defila.

Poco più in là, due tecnici riprendono un bambolotto in volo: uno maneggia la telecamera ad alta definizione e l’altro lo lancia nel vuoto.

«Hai capito perché lanciano il bambolotto?» domando.

«No, però è bellissimo.»

E in effetti restiamo incantati davanti all’immagine del bambolotto che vola al rallentatore centinaia di volte.

La giornata è finita.

In serata, vado al bar dell’albergo per bermi qualcosa e trovo Åsbjørn con l’aria malinconica.

«Qualcosa non va?» gli faccio.

«Stavo pensando al bambolotto.» Fa un gesto con la mano. «Puff…»

«Già.» La conversazione langue: provo ad alzare il tono. «Non ti sembra che il vero mythbuster ante-litteram fosse Galileo Galilei? Insomma, quando sale sulla torre di Pisa e lascia cadere due oggetti di peso diverso non è proprio quello che sta facendo?»

«Gallilio…» fa Åsbjørn, meditabondo. «È un programma Discovery, no?»

(Questo articolo è uscito un secolo fa su Wired.)

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“Un delizioso gioco al massacro.” Ade Zeno, Gli altri.

Un anonimo bancario trascorre ore di lavoro e serate libere a pianificare mentalmente l’opera letteraria che da alcuni anni cova in segreto. Quando, interrompendo l’incanto dell’estenuante attesa, si decide a iniziare la prima stesura, nessuno lo ferma più: il libro prende forma come un gigante esploso, un blocco unico senza “a capo” comincia a espandersi ovunque, sconfina oltre l’inchiostro, riesce rapidamente ad assorbire l’intero mondo dell’autore, se ne impossessa, invade ogni suo anfratto, lo paralizza, lo rimpiazza. Poi, intorno alla millesima pagina, la parola fine arriva ad arrestare (provvisoriamente) la corsa. Stremato, l’uomo rilega il dattiloscritto e lo invia a un editore, che però rifiuta di farsene carico.

Lo scrittore non si scoraggia, riprende il titano da dove l’aveva lasciato, decide che è opportuno snellirlo con un coraggioso lavoro di lima. Le parole faticano a lasciarsi eliminare, pesano come macigni, non se ne vogliono andare, ma dopo le prime resistenze il peso va via via alleggerendosi; le unità superficiali diventano frasi, e le frasi periodi, e i periodi paragrafi: a ogni colpo di scalpello il monolite si fa più piccolo, uno stillicidio di pagine che scompaiono per lasciare posto al senso di placida perfezione che forse si prova in prossimità del nulla. Bisogna morire per rinascere, riflette con brividi di soddisfazione lo scribacchino bancario, e senza esitare, in uno stato di esaltazione febbrile, scarnifica il corpo dell’Opera fino a raggiungerne i muscoli, le nervature, e poi ancora più a fondo, un’erosione continua, inesorabile, fino all’ultima particella dell’ultimo ossicino rimasto, vale a dire la parola definitiva, due lettere, un monosillabo.

E vale davvero la pena di arrivare a scoprirla, questa parola – svelarla qui al futuro lettore sarebbe un atto vigliacco – che suggella il senso profondo di un libro bellissimo, divertentissimo, e pervaso di intelligenza allo stato puro. L’unico scrittore buono è quello morto (edizioni e/ o, pp. 224, euro 16,50) – di cui si è appena grossolanamente riassunta la conclusione – segna l’atteso ritorno alla narrativa di Marco Rossari, che dopo qualche anno di pseudosilenzio ci regala una squisita collezione di racconti che parlano di scrittura, di lettura, di editoria, di miseria e di mostri sacri inviolabili, dunque legittimamente violati. Intervallati da simil-aforismi che spuntano qui e lì come funghi velenosi, i ventidue episodi dello Scrittore Morto (o Scrittore Buono?) si divertono a imbastire un delizioso gioco al massacro in cui a fare le spese una volta tanto non sono i lettori, ma il gioco stesso; un gioco piuttosto serio, si capisce, solo apparentemente simile all’idea di godibile divertissement, col quale condivide leggerezza di stile e nient’altro.

Perché la sostanza, la materia oscura·che germina nel suo ventre, non ha nulla di innocuo, nulla di neutro, insomma fa paura. Il suo nome è: letteratura. Una letteratura che Rossari decide di ferire, capovolgere, sovvertire, maltrattare a colpi d’arguzia, riuscendo fin dalle prime battute nel felice intento di smascherare piccolezze e luoghi comuni di questo tanto fantasmagorico quanto feroce teatrino. E allora eccoli, i suoi gretti protagonisti, rivisti e corretti: un Lev Tolstoj proiettato nel (nostro) presente, costretto a concedere interviste imbarazzanti durante una trasmissione radiofonica; un tale William Shakespeare processato per plagio; un misconosciuto James Joyce che non riesce a farsi pubblicare nemmeno mezza riga; e poi ancora, soprattutto, poetastri senza nome, traduttori frustrati, editor da strapazzo, un vulcano di personaggi sonnambuli, ridicoli, mediocri, per sempre perduti in quel grottesco dedalo delle lettere fra le cui siepi da sempre si ostinano a combattere inutili battaglie contro la totale mancanza di talento.

E allora, un passo alla volta, riga dopo riga, ecco che attraverso i gesti di questi spaesati burattini si delineano le forme di un unico, archetipico profilo, vale a dire l’essenza dello Scrittore per antonomasia: un individuo solo, deluso, che pur sapendosi legittimato alla genialità continua a sentirsi incompreso e prossimo alla consunzione in un già affollatissimo dimenticatoio. Perché, in definitiva, lo scrittore vivo è un falso modesto, un arrogante, un egotico di razza, e più di chiunque altro subisce con ripugnanza l’orrore dell’oblio. Soprattutto è disposto a barattare l’anima (sua o dei suoi cari) in cambio di una gloria qualsiasi, anche solo un breve abbaglio sull’adorata parola io. Insomma un tenero, miserrimo stronzo. Verrebbe proprio voglia di ucciderla, gente così.

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“L’autore è morto. Seguirà reading.” Alessandro Beretta, Corriere della Sera

Che lavoraccio fare lo scrittore. Non solo per i contemporanei, ma anche per i classici. E così che il trentottenne milanese Marco Rossari, scrittore e apprezzato traduttore di autori come Percival Everett e Hunter S. Thompson, attraversa lo scibile letterario in una felice e spudorata raccolta di racconti. Dopo essere passato in diverse occasioni lungo il crinale alcolico amoroso, dal romanza Perso l’amore (non resta che bere) (Fernandel, 2003) ai racconti di Invano veritas (e/o, 2004) fino alle poesie-canzoni di L’amore in bocca (Fernandel, 2007), ecco un libro interainente dedicato alla vera passione dannata: la letteratura, un’amante che non ha più le belle sembianze di un’angelica Beatrice, ma quelle di una livida Musa alla Baudelaire. Nelle ventidue storie che compongono il libro, infatti, la soluzione abbracciata di frequente dai protagonisti di fronte all’ansia dell’ispirazione è una e segue l’enunciato del titolo: L’unico scrittore buono è quello morto. Certo, con diverse varianti, spesso unite a una risata liberatoria; come nei brevi aforismi e apologhi che le accompagnano a cominciare dal lapidario «L’autore è morto. Seguirà reading». Il limite della morte, comunque, è attraversato dai grandi del passato che si ritrovano dispersi nell’attuale industria culturale con imbarazzi a catena: da Tolstoj, invitato in un programma radio a presentare Sonata a Kreutzer, che non sa rispondere alle mail degli ascoltatori («Ilaria da Foggia chiede se legge i contemporanei»), a James Joyce che invia invano i suoi manoscritti agli editori in “Ci hai provato, James”, a Dante che in “Ho letto il suo poema” riceve la chiamata di un editor preoccupato per la presenza nella Commedia di troppi nomi reali che «potrebbero causare alla casa editrice diverse grane». Situazioni surreali e paradossali che l’autore sa tenere bene, sia nel ritmo dell’agile scrittura che nell’umorismo screziato da una sana ironia iconoclasta. Se gli autori classici non sono molto a loro agio nel presente, gli scrittori d’oggi non stanno meglio: anzi, il fantasma del passato li blocca. Come nelle due storie dedicate a Franz Kafka e Jack Kerouac, in entrambi i casi il protagonista si ritrova in mezzo a un culto che ormai ha le sembianze di un inquietante turismo dell’immaginario. Nel primo racconto si festeggia il «Capodanno a Kafkania», lugubre Disneyland con tanto di sosia dell’autore praghese, mentre nel secondo «Dove finisce la strada», in un viaggio della Tourism Is Nihilism per l’esposizione del manoscritto di On the Road, il giovane Pomerai conclude amaramente: «Leggi Sulla strada e dopo quattro rum hai l’impressione di avere un romanzo grande come il mondo, mentre ti resta solo il mal di testa». Di fronte all’enigma a tre teste – scrivere, vivere, pubblicare – che molti aspiranti autori e scrittori fronteggiano, vale forse una delle soluzioni proposte nel libro: «Io non pubblico, non scrivo e nemmeno vivo. Sto bene infatti».

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