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Lector infausto

too_many_books_teacherPrima di iniziare, lo scrittore volle chiedere consiglio a un eminente intellettuale. Il grande pensatore lo ricevette nello studiolo. Esauriti i convenevoli, gli domandò per prima cosa se leggesse i contemporanei.
“Non tanto,” ammise il nostro.
“Ma se non legge i contemporanei, come può pretendere che costoro leggano lei?”
Il ragionamento non faceva una grinza.
“E poi si ricordi di Agostino.”
“Agostino?”
“Nel corso di una terribile crisi spirituale, gli arriva la voce presaga di un bambino dalla casa dei vicini. E cosa gli dice?”
“Cosa gli dice?”
“Gli dice: ‘Tolle, lege; tolle, lege’. Prendi e leggi, prendi e leggi. Capito?”

Tornando a casa, il nostro passò in libreria e acquistò una decina di libri, tanto per cominciare. Nel corso dei giorni, saccheggiò la biblioteca comunale e prese in prestito tutti i contemporanei che gli riuscì di trovare. Smaltiti questi, provò a tenersi aggiornato, abbonandosi alle riviste più importanti.
Passato qualche anno, ormai non più di primo pelo (immaginando che, anche per questo, fosse arrivato una buona volta il suo momento), chiese udienza al maestro, il quale lodò sì la sua conoscenza dei contemporanei, ma notò evidenti lacune in fatto di classici, moderni e non.
“Come può pensare di parlare ai posteri se non conosce i capostipiti?” chiosò saggiamente il professore. “I classici sono i contemporanei del futuro, uno scrittore che non li ha letti equivale a un albero senza radici!”
Argomento pregnante.

Il nostro si rimise al lavoro e cominciò a smaltire i grandi del ’900, piano piano, uno dopo l’altro, parola per parola. Non solo gli Hemingway e i Gadda, ma anche Ivo Andrić, Yasunari Kawabata, Camilo José Cela. Grandi e piccoli, compulsando la garzantina di riferimento.
E i minori! Antonio Delfini, Martin Buber, Willa Cather.
“I minori non esistono,” borbottò una sera trionfante, mentre sbirciava allo specchio un filo bianco nei capelli. “E nemmeno le opere secondarie.”
Avanti tutta: le commedie di Ionesco, l’epistolario di Kafka, i saggi di Canetti. Quindi passò alla grande stagione ottocentesca, gli albori del romanzo, la poesia barocca del Seicento. Tolstoj, Shakespeare, Dante… Macché: i racconti di von Kleist, le acrobazie linguistiche di Sterne, le liriche di Góngora, via via fino a Cecco D’Ascoli, Rustico Filippi e l’indovinello veronese. E poi ancora più a ritroso, fino ai classici latini e greci. Che gaudio intellettuale, Sallustio! Che meraviglie stilistiche in Tito Livio! E Giovenale?
Una sfacchinata, ma quanto senno! Certo, la miopia costrinse il nostro a inforcare un paio di occhiali e la schiena gli doleva non poco, ma ne era valsa la pena.

Prese il telefono e chiamò nuovamente il pigmalione, che tuttavia nemmeno questa volta aveva buone notizie.
“E le scienze sociali? Non vorrà trascurarmi la storia delle religioni, l’antropologia, la sociologia. Santo cielo, gli scritti meravigliosi di Galileo Galilei, I vangeli gnostici, le illuminazioni di Engels. La filosofia, amico mio, e la scienza!”
E allora sotto con Il ramo d’oro, L’origine delle specie, Totem e tabù. Giordano Bruno, Platone, Baruch Spinoza. Il nostro scoprì che la Bibbia era la madre di tutte le storie, che Nietzsche stracciava il più violento dei beat, che Einstein stringeva in pugno il senso del mondo.
Quando alzò gli occhi dall’ultima riga del Kitab al-Mawaqif, il Libro delle Dimore di Muhammad Ibn Abd Al-Jabbar Al-Niffari, una lacrima gli velò la vista, già offuscata dalla cataratta.

Con tutti quegli acciacchi, non gli fu facile alzarsi dalla poltrona e avvicinarsi al telefono. Avrebbe voluto parlare con il magister e riferirgli che lo scibile riposava saldo nelle sue sinapsi, ma le sinapsi stesse non ricordavano più il numero di telefono. Provò a scartabellare in una vecchia agenda, ma quando compose il numero dall’altro capo del filo rispose la voce di una ragazzina che dell’insigne non aveva mai sentito parlare.
“Lei è una studiosa?” balbettò il nostro.
“Qualcosina la leggo anch’io, nonno.”
“E cosa sta compulsando, di grazia?”
“Tre metri sopra il cielo.”
Non ne aveva mai sentito parlare. Evidentemente qualcosa gli era sfuggito. Grazie all’interessamento della fidata badante, riuscì a procurarsene una copia. Lo lesse alla luce del lume, trovandolo insipido. Ora poteva davvero dire di aver letto tutto.
Animo, era arrivato il momento di mettersi al lavoro.
Si accomodò alla vecchia macchina da scrivere e fece un bel respiro, che divenne uno sbuffo e infine un rantolo. Mentre rimetteva l’anima a Dio, venne immalinconito dal pensiero di aver letto tutto, ma proprio tutto, tranne se stesso.

(Questo racconto viene da questo libro.)

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Un reading per piano, voce e shurrouruuruuruuruuruuruurkdiei

images-1Mercoledì 24 luglio, alle ore 18, presso la Fondazione Querini Stampalia (Castello 5252, Venezia) nell’ambito del Venezia Jazz Festival, per una rassegna curata dal grande e infaticabile Stefano Spagnolo, terrò una lettura ispirata al racconto “Dove finisce la strada” (da L’unico scrittore buono è quello morto), reintitolata “Jack Kerouac mi ha rovinato la vita”, rivista e recitata ad hoc (qui si trova l’inizio del racconto).

Insieme a me ci sarà il musicista Davide Zilli, che monkeggerà al pianoforte, mentre io mi accontenterò di suonare una fantomatica shurrouruuruuruuruuruuruurkdiei.

(Oh, martedì 23 ci saranno Roberto Ferrucci & Pietro Tonolo e giovedì 25 Paolo Nori & Carlo Boccadoro: tutta roba buona, come diceva il pusher di Jack.)

L’ingresso è libero fino ad esaurimento posti. Seguirà rinfresco e forse addirittura qualche satori.

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Dio e le carote


Copertina Unico scrittore(Un annetto fa ho pubblicato il libro qui accanto. Qui c’è la pagina ufficiale sul sito delle edizioni e/o e qui la rassegna stampa. Festeggio l’anniversario, che è un po’ anche un funerale, pubblicandone l’inizio, un’ipotetica risposta al più imperioso dei “Perché scrivi?”.)

Davanti a Dio, nel giorno del giudizio, avevo mentito.

Chissà perché, nel momento supremo, mi erano tornate in mente le carote. Mi spiego. Quand’ero piccolo mangiavo a scuola. In mensa c’era una tizia pingue e maleodorante, soprannominata la Lurida. Più che prepararci da mangiare, ci preparava e basta. Al militare, al futuro, al male. Per la Lurida noi stavamo al cibo come la giumenta sta alla sferza. Riuscivamo a ingollare tutto quello che cucinava, ma al momento delle carote lo stomaco capitolava e si rifiutava di buttare giù quelle radici insapori.

Ognuno cercava di scamparla a modo suo. C’era chi le ficcava in bocca, accompagnandole da una caraffa d’acqua (metodo Cisterna), chi le masticava per ore fino ad anestetizzare la mascella (metodo Spasmo), chi corrompeva il vicino con le figurine e gliele rifilava (metodo Premier).

Angelino aveva trovato un modo sicuro: si guardava intorno con aria circospetta, afferrava l’ignobile pastone e se lo infilava nella tasca del grembiule. Andando a casa, si liberava del corpo del reato in una discarica, dove veniva ignorato anche dalle pantegane più disperate. Era l’uovo di Colombo, eppure per chissà quale motivo nessuno si sentiva di emularlo.

Una sola volta gli era andata male. Un giorno, avvertito da qualche delatore, il preside si era presentato all’uscita della mensa. Si chiamava – lo giuro – Livorio Smricchio e aveva un carattere spigoloso quanto il nome. Irreggimentati in fila per due, eravamo transitati davanti all’arcigno Livorio. Io, di fianco ad Angelino. Al nostro passaggio Livorio aveva abbrancato Angelino e gli aveva intimato di vuotare le tasche. Al povero Angelino, non era restato che porgere le mani a coppa. Lì, come una grattugia di ostie rossastre stava l’orribile radice fosforescente.

“Perché l’hai fatto?” aveva tuonato Livorio.

Incassata la risposta, che io solo ero riuscito a sentire, l’enorme mano irsuta di Smricchio era calata sulla faccia glabra di Angelino, spalmandolo per terra.

Ma come mai, nel momento supremo, quando Dio mi aveva chiesto perché avevo scritto romanzi, avevo pensato alle carote? Non potevo guadagnarmi il paradiso dicendo la pura e semplice verità? In fondo, aveva sempre a che fare con Angelino.

Sì, lo so, forse avrei dovuto dire a Dio che tanti anni dopo avevo incontrato di nuovo Angelino in un parco. Mi era arrivata la voce che non gli fosse andata bene. Il ragazzino che nascondeva le carote nel grembiule era diventato uno dei tanti svitati che vagano per i luoghi pubblici. Insomma, Angelino era finito sulla strada. Era sporco, lacero. L’occhio vitreo, il passo strascicato, le unghie nere. Uno di quei mattocchi che hanno sempre un ritornello, una frase ossessiva, un disco rotto da balbettare ai passanti. Ogni matto ha un grido di battaglia, un nonsense necessario: la cifra distintiva di un’individualità spezzata ma sempre unica. Dieci parole che condensano tutte quelle di una vita ormai perduta. L’haiku dei dementi, l’aforisma stolto che per gli altri non ha significato.

Lui girava per il parco chiedendo a tutti se pagavano l’ambo sulla ruota di Lugano: era quella la sua fissa. Di solito la gente rideva, qualcuno gli dava uno spiccio, altri si allontanavano.

Non mi riconoscerà, avevo pensato. Mi chiederà solo dell’ambo sulla ruota di Lugano. Invece, si era piantato davanti a me e aveva detto: “Amico mio, sono disperato”. Ed era corso via. Ecco, nel momento supremo, avrei voluto dire a Dio che da quel momento avevo scritto solo per comunicare agli altri un’eco di quella voce rotta, un riverbero della sua pena:

“Sono disperato.”

Siamo tutti disperati, Angelino, e tutti quanti ce ne vergogniamo. Invece davanti a Dio in persona, che aveva tuonato “Perché hai scritto?”, mi era tornata in mente la risposta dell’Angelino bambino davanti a Livorio, con le carote in mano, ancora innocente, ancora ribelle, ancora combattivo. Avevo dato la stessa risposta gratuita che solo io avevo sentito.

“Perché l’hai fatto? Perché scrivi?”

“Per dispetto.”

E avevo aspettato lo schiaffone di Dio.

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Un paio di lettere

Ho ricevuto due semiserie lettere aperte intorno a L’unico scrittore buono è quello morto che avevo trascurato di postare. Una me l’ha scritta Dario De Marco sul suo blog (che, per inciso, è pieno di cose interessanti, fatta eccezione per quelle riferite a me) e l’altra Tamara Viola su Sette per uno (idem con patate). Li ringrazio entrambi.

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“La furia dei trentenni.” Matteo Di Gesù sul Sole24Ore.

“… Quantomeno anche questo sembra si possa ricavare dalle parodie, dai pastiche e dai giochi metaletterari di un altro talentuoso quasi-quarantenne come Marco Rossari…”

(Matteo Di Gesù sul Domenicale del Sole24Ore parla di “L’unico scrittore buono è quello morto” in ottima compagnia. Clicca sull’immagine per visualizzare l’intero articolo.)

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“Un’opera malincomica.” Andrea Tarabbia, L’indice dei libri del mese

Otto anni separano la pubblicazione di L’unico scrittore buono è quello morto dalla precedente fatica narrativa di Marco Rossari: Invano veritas, anch’esso uscito per e/o, è infatti del 2004. Nel mezzo, Rossari ha messo in circolazione per i tipi di Fernandel le “canzoni sconce e malinconiche” di L’amore in bocca (2007) per poi inanellare una sequenza impressionante – per numero e qualità – di traduzioni dall’inglese e dall’americano: ma niente narrativa. Otto anni, per uno scrittore che non ne ha ancora quaranta, sono una piccola eternità: questo intervallo, che Rossari ha vissuto muovendosi nei meandri del mondo editoriale e scrivendo, è servito per elaborare un’opera ibrida, divertente, piena di illuminazioni e paradossi e pervasa da un tono, come forse direbbe l’autore, malincomico.

Ne viene che L’unico scrittore buono è quello morto è un libro di difficile catalogazione: è all’apparenza una raccolta di racconti, ognuno dedicato a uno scrittore o una tappa delle filiera editoriale (lo scrittore che scrive, l’editor, il traduttore, il critico, il rapporto con i lettori – nel caso specifico una lettrice/groupie –, lo scrittore che cerca disperatamente di farsi pubblicare e così via); ogni pezzo è legato a tutti gli altri dal tema generale della scrittura e, strutturalmente, da una serie di aforismi, brevi prose fulminanti, intuizioni comiche, definizioni delle varie tipologie e dei vari tic di chi lavora con la penna che sono un ponte tra un racconto e l’altro e funzionano come ulteriori declinazioni del discorso. Tutto questo fa del libro qualcosa di più di una semplice raccolta: si tratta infatti di una sorta di compendio del mondo della letteratura e dell’editoria e, al tempo stesso e in filigrana, di un’opera di autofiction dove l’autore, benché non nomini mai se stesso, mette a nudo il proprio percorso artistico, rivela quali sono i propri padri e, in ultima analisi, racconta gli otto anni in cui è stato in silenzio.

(Continua a leggere sul blog di Andrea Tarabbia.)

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“Se la letteratura diventa gioco.” Giorgio Vasta, Repubblica

Il campo letterario italiano è un luogo che sembra esistere ai limiti dell’indicibile. Per qualcuno è un inferno senza vie d’uscita, qualcun altro lo descrive come una zona depressa e deprimente, altri ancora obiettano che pur essendo lontano dal migliore dei mondi possibili è comunque un contesto all’interno del quale si lavora cercando di potenziare ciò che c’è di buono. Raccolte le testimonianze permane la sensazione che quella cosa – il punto nel quale confluisce l’esperienza di chi scrive, di chi decide cosa pubblicare e di chi leggerà ciò che è stato pubblicato – sia invincibilmente opaca. Cercare di comprenderla, continuare a interrogarla, vuol dire votarsi a un’esperienza di frustrazione.

Con L’unico scrittore buono è quello morto (edito da e/o) Marco Rossari sceglie di interrogare la cosa opaca mappandola ironicamente attraverso un libro che ha la forma di uno zibaldone, quasi a sottintendere che è nell’affastellarsi di testi eterogenei – ventidue racconti veri e propri, aforismi, bozzetti, pensieri improvvisi e acutissimi – che si può rendere conto della natura caotica e imprendibile del campo letterario; e che sorridere di ciò che accade – della sua deformazione rivelatrice – serve a produrre una conoscenza critica (e autocritica) dei fenomeni.

Dunque, senza mai cedere al gusto della battuta fine a se stessa ma invece sempre attento all’intensità letteraria della scrittura, Rossari descrive protocolli, definisce meccanismi e chiosa rituali; soprattutto mette in parodia i luoghi comuni che affollano tanto il discorso letterario quanto quello editoriale. E lo fa a trecentosessanta gradi, nella consapevolezza che a nutrire la cosa di cliché contribuiscono tutti, a partire da chi i libri li legge: «I lettori che “bisogna raccontare delle storie, le storie ci salveranno”. I lettori che “fra poco si mettono a scrivere i figli degli immigrati e vi spazzano via”. I lettori che “sei narcisista”. I lettori che “i noir raccontano meglio la realtà”». C’è poi chi i libri li pubblica (editori che non fanno mai squillare il telefono dell’autore e quando lo fanno risultano fraintendibili: «”Questa è roba buona”, mi ha detto, come lo spacciatore sotto casa»), chi li traduce (“Noi siamo come il filtro: lo si riempie di caffè e lo si svuota.”), così come chi li promuove, per esempio un intraprendente conduttore radiofonico che intervista il famoso Lev Nikolaevic a proposito di La sonata a Kreutzer: «…un romanzo quindi che parla di amore coniugale, di tradimenti, di ipocrisie. Ma facciamocelo dire dalla viva voce dall’autore, qui presente in studio… Buongiorno, Tolstoj!».

È però inevitabile che il soggetto centrale del testo di Rossari sia chi i libri li scrive. Dall’autore che pubblicato il primo libro comincia a sentire le voci e a riconoscerle ognuna nella sua consistenza nucleare fino a quando nel cranio non gli si raduna un frastuono inesauribile, a quello che avendo distrutto tutto ciò che non riusciva a farsi pubblicare sente di essere finalmente rientrato nel grembo dell’umano, per arrivare allo scrittore inchiodato al suo stile che in un bar, contro la parete del bagno, annota «Il giro di frase è un’impronta digitale » e poi, sempre più afflitto dall’impossibilità di essere altro, decide di concentrarsi sulla sua obliografia. La letteratura, dice sorridendo il libro di Marco Rossari, è un odio da amare, un amore da odiare; il campo letterario è lo spazio che ospita chi scrive chi pubblica e chi legge, ed è a sua volta oggetto di narrazioni: di qualcosa che serva a rendere, almeno per un momento, ciò che è opaco trasparente.

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“La grazia della letteratura.” Lucilla Noviello, Affari Italiani

C’è tutta la grazia della letteratura nel libro di Marco Rossari, L’unico scrittore buono è quello morto, e/o edizioni. Non perché il romanzo sia soave o perché sia leggiadro l’uso che l’autore fa del linguaggio o perché tali siano le storie, ma perché il concetto stesso di narrazione e del contenuto di questa sono la base e contemporaneamente lo scopo del libro. La letteratura che stende le pieghe dell’ignoto per renderle chiare, consola, diverte o semplicemente diventa qualcosa di concreto all’interno del panorama di ciò che esiste, si afferma senza bisogno di ausili; raggiunge il lettore. E se non lo fa immediatamente, lo farà poi.

(Continua a leggere su Affari Italiani.)

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“Una frustrazione tragicomica.” Un’intervista a cura di Carlotta Susca

…Non c’è nemmeno una riga che riporti un fatto realmente accaduto, ammesso e non concesso che qualcosa di scritto possa riprodurre fedelmente un fatto. Diciamo che il libro prende dei momenti di esasperazione e li porta all’estremo. La realtà editoriale è molto più noiosa: si scrive, si traduce, ci si lamenta. Di solito da soli (e nel terzo caso non è un buon segno). Nel libro, invece di parlare male di questo o quello, ho preferito creare delle situazioni paradossali che raccontano un vuoto, un’idea, una frustrazione tragicomica…

(Continua a leggere su pool.)

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“Lampi di storie.” Luigi Brasili, Lettera.

Storie brevi, brevissime, meno brevi, lampi di storie; racconti, aforismi, freddure, e molto altro. Questo libro contiene molti interessanti, e divertenti, spunti di riflessione, destinati in particolar modo a chi si occupa di scrittura, in maniera diretta o indiretta. Vi sono infatti in queste pagine, tra un racconto e un altro, o nel mezzo, diverse citazioni, colte e non, ad accompagnare passaggi che rasentano il puro esercizio di stile, freddure (ma neanche tanto, poiché, spesso, verissime; per esempio: “C’era uno scrittore che aveva letto un solo libro, il suo. E gli era bastato.”) e, nel contempo, ci sono suggestioni e piccole perle narrative; il tutto condito da una buona dose d’ironia, ch’è molto più sottile spesso di quanto venga mostrato a una lettura superficiale.

Continua a leggere su Lettera.

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