I vostri padri, dove sono? E i profeti, vivono forse per sempre?

cop.aspxRicordo bene il momento in cui ho letto L’opera struggente di un formidabile genio. Era la prima edizione, bruttarella, con una piccola diapositiva in copertina. Mi trovavo su un regionale diretto a Torino, bloccato in mezzo alla campagna, con il capotreno che si avventurava nei prati con il telefono in mano per trovare un segnale e il resto dei viaggiatori che imprecava in ogni lingua del creato, mentre io ci stavo molto bene dentro la sua storia. Per quanto così tragica, e così lontana dalla mia, quella vicenda mi stava aprendo nuove e semplici prospettive per scrivere qualcosa e di lì a non molto riuscii a terminare il mio primo romanzo. Grazie tante, Dave. Non potevi lasciarmi in pace?

Ad ogni modo da allora torno periodicamente a Eggers: è diventato uno degli autori più famosi del mondo, ha gestito il successo in modo egregio, ha scritto libri più o meno belli. Bla bla. Si sa già tutto. Un annetto fa ho scritto di Your Fathers, Where Are They, And the Prophets, Do They Live Forever? per il magazine del Sole 24 Ore e poco dopo Mondadori mi ha scritto per propormene la traduzione, senza nemmeno sapere che l’avevo appena recensito. Quel che si dice trovarsi. E ritrovare, in modo nuovo, uno scrittore con cui aveva portato avanti un rapporto, che ne so, abbastanza speciale. Be’, è stato divertente. E ora il libro è uscito.

Qui c’è la mia recensione, un po’ strampalata.

Qui un’intervista a Dave Eggers stesso, tratta dal sito di McSweeney’s.

Qui la scheda sul sito dell’editore.

E qui un pezzo molto interessante dove Giacomo Buratti traccia un parallelo con un altro libro a me caro, La cura dell’acqua.

Buona lettura!

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

Il Grande Romanzo Americano – IL

great_american_novel_cartoon_by_mark_anderson_8791(Ho tracciato per IL una mappatura – abbastanza estensiva, a dire il vero – con ventiquattro esemplari del cosiddetto Grande Romanzo Americano. C’è qualche presenza immancabile, qualche esclusione illustre e qualche forzatura. D’altra parte è un giochino. Spero che magari qualcuno si metta a leggere, ad esempio, un capolavoro come Uomo invisibile, di Ralph Ellison, letto pochissimo in Italia e pubblicato da Einaudi.)

Nathaniel Hawthorne, La lettera scarlatta (1850). Dopo una serie di racconti emblematici (A come allegoria), uno scrittore di mezza età (A come autore) esordisce nel romanzo con una storia sulla relazione tra una donna sposata e un uomo di chiesa (A come adulterio), con tanto di figliola. Analisi del puritanesimo che vale ancora oggi: A come America.

Herman Melville, Moby Dick (1851). L’autore di alcuni romanzi di successo prende la balena per le pinne e uccide il campionato del GRA per sempre. L’ossessione shakespeariana, gli echi biblici, la bianchezza del male. Fu un flop, poi riemerse.

Mark Twain, Le avventure di Huckleberry Finn (1885). Bollato erroneamente come libro per bambini, è per Hemingway il primo cristallino vagito della letteratura americana. Huck e il nero Jim scappano lungo il Mississippi in zattera e il lettore, oltre a un Paese razzista, scopre il primo di tanti eroi scapestrati: «Santo Huck», come scrisse Nick Cave.

(Continua a leggere su IL.)

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Remember? It was La Belle Aurore

2008_15253_13199

(Marco Philopat mi ha chiesto di parlare del mio bar preferito per una guida diciamo così informale di Milano. Si intitola Milano Re/search, l’ha pubblicata da poco Agenzia X ed è piena di belle cose. Ecco il pezzo.)

Nella zona di confine tra città studi e il centro, a un angolo tranquillo tra il viavai trafficato di via Castelmorrone e la zona morta di via Abamonti, il viandante assetato troverà un locale abbastanza popolare, per quanto riservato, che si nota perché apre letteramente lo spigolo con enormi vetrate. Fuori è appesa una vecchia insegna telefonica, anche se all’interno l’apparecchio non c’è più. Sulle vetrate è tracciato il nome, La Belle Aurore, che richiama il bar dove Humphrey Bogart e Ingrid Bergman hanno passato un momento di felicità nel film più famoso di tutti. Ricordate?

Ilsa: I wasn’t sure you were the same. Let’s see, the last time we met…

Rick: It was La Belle Aurore.

Ilsa: How nice, you remembered. But of course, that was the day the Germans marched into Paris.

Rick: Not an easy day to forget.

Ilsa: No.

Rick: I remember every detail. The Germans wore gray, you wore blue.

Amarezza, rimpianto: di che altro può essere fatto un bar? E poi: “I tedeschi erano vestiti di grigio, tu di azzurro”: una lezione di scrittura. Ad ogni modo il posto non risale alla seconda guerra mondiale, ma agli anni ’80. Dentro non c’è molto di romantico, a parte il fatto che l’arredamento – uguale da tempo immemore – ricorda un bistrot parigino. Ci trovi un barista, affettuoso e burbero, che assomiglia un po’ a Harvey Keitel e che di lezioso ha solo il nome, Fiore. Non c’è la musica. Non c’è la televisione. Non è mai arrivato il wifi. Non ci sono piatti di pasta per l’happy hour. Non c’è mai stata l’happy hour. Al massimo ci sono due o tre salsine da spalmare su tozzi di pane raffermo, ma guai a caricare un piatto e portarselo in giro per il bar: è vietato. Se ti accomodi a un tavolo, ti verranno a servire le patatine, ma non potrai portarti un piatto carico di roba da mangiare dal bancone. È una regola: se non ti garba, te ne puoi andare. (E per questa sana antipatia forse un giorno il locale chiuderà e sarà la prima e ultima volta che mi commuoverò per un esercizio commerciale.) Appollaiato al bancone da quando avevo diciott’anni, ho visto più di un individuo, abituato alla duttilità servizievole dei baristi milanesi, chiedere un piatto da riempire di tartine e, vedendoselo negato, scoppiare a ridere pensando a uno scherzo.

Avventore: Buona questa! Me lo dà, per favore?

Fiore: No.

Avventore: Non si possono prendere piatti con il cibo?

Fiore: No.

Avventore: ?

Fiore: E non potete nemmeno accostare i tavoli. It was La Belle Aurore. Remember?

Dopo un onesto pranzo, il locale chiude e riapre alle sei del pomeriggio. Diverse volte, passando di lì in bicicletta verso quell’ora, per andare in libreria o per qualche altro motivo, ho visto appena prima convergere dai semafori intorno gli avventori storici. Li immagino attendere trepidanti a casa o sul lavoro il momento del richiamo, poi scendere come uno squadrone pronto a riunirsi in volo e planare al bancone, che è di marmo, accogliente, splendido, antico. Quindi cannoneggiare lo stomaco, l’ennui, la vita. Ma non è tanto dell’ottusità del locale, della sua persistenza tale e quale nel corso degli anni, della bellezza del pavimento a scacchi, che vorrei parlare. Forse la cosa che amo di più è la luce sopra il bancone. Cade con sublime misercordia sulle persone che bevono e avvolge in una bolla tiepida anche l’avventore più scombinato. Quella luce embrionale, pastosa, dolcissima è uno dei tanti motivi per amare Milano. Di sicuro è il motivo per cui mi trovate lì, nei giorni in cui i tedeschi non marciano su Parigi.

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Edna O’Brien e l’oggetto d’amore

43Edna_OBrien_294633kDurante l’adolescenza, quand’ero molto più vecchio, leggevo poche scrittrici. Come guida all’universo femminile mi ero scelto avventatamente lo sguardo di Philip Roth e le rade sortite che mi concedevo avvenivano tra le pagine di Anaïs Nin, per i motivi scarsamente nobili che avrebbero potuto muovere Portnoy. Un giorno venni attirato da un tascabile con una fanciulla in copertina: l’autrice era irlandese, il libro si intitolava Ragazze di campagna e non ne avevo mai sentito parlare. Ancora oggi non so il motivo per cui decisi di leggerlo, forse per l’aura di scandalo cui alludevano le poche righe in quarta. Però mi piacque moltissimo. E dalla storia di due ragazze cresciute nell’ambiente bigotto dell’Irlanda rurale imparai anche un mucchio di cose sull’altro sesso. Certo, abituato alle bistecche di Roth infilate tra le colonnine del termosifone, mi fece sorridere che quel testo potesse avere suscitato tanto clamore. Eppure nell’autobiografia di molti anni dopo, con il titolo di quel primo romanzo declinato al singolare (Country Girl), Edna O’Brien raccontò poi tutta la sua vicenda con il consueto stile asciutto, mai lagnoso o pretenzioso. E io, dopo i suoi romanzi, scoprii che cosa era stata la sua vita. Non solo crescere in un ambiente gretto – e capirlo e rifiutarlo e continuare ad amarlo – ma venirne perseguitata.

(Continua a leggere sul sito del Sole24Ore.)

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

I mostri di Luvano Beach – IL

marccelus_war_169

(Per lo speciale “Summer Fiction”, il magazine del Sole24Ore mi ha chiesto un racconto estivo. Eccolo qua.)

Potrei friggere un uovo sul cofano» pensò Benny, sigillato nell’abitacolo della macchina, il motore acceso e l’aria condizionata a mille. Un’ondata di caldo aveva svuotato la città, abbandonata dagli esseri umani come animali in fuga da un incendio. Solo che i suddetti esseri umani avevano lasciato gli animali a lui e al negozietto. «Pezzi di merda con la casa al mare o al lago» rimuginò, con la mente al monolocale infuocato dove viveva, unica metratura che potevano permettersi con lo stipendio di Chantal e il modesto compenso in nero che gli dava il cugino per sostituirlo ogni tanto al negozio dal lezioso nome Doggy Style. Animali pettinati&acconciati. Lui, Benny il Mastino. A fare lo shampoo. Ai cagnolini. Ma non aveva altra scelta.

Il bar sull’altro lato della piazza sembrava dall’altra faccia della Terra, anzi del deserto, e lui aveva ancora addosso l’odore di quel botolo di Linus. «Linutti», come lo chiamava la signora Pizzigalli. E poi non era Snoopy, il cane? Bah.
«Le raccomando Linutti» aveva pigolato l’arpia. «Me lo tratti coi guanti».
Coi guanti, certo, visto che il botolo puzzava da far schifo. E Benny l’avrebbe volentieri strangolato senza lasciare impronte. Ogni tanto, mentre lo lavava, stringeva appena appena per sentirlo tremare. Sarebbe bastato così poco. Ma come spiegarlo a suo cugino e alla signora Pizzigalli? Linutti non deve morire.
Aprì lo sportello con una bestemmia e uscì nelle sabbie mobili della giungla d’asfalto. Asfalto? Sembrava burro.

(Continua a leggere sul sito del Sole24Ore.)

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Hip-hop postmoderno – IL

51gc1HCCV8L._SY344_BO1,204,203,200_Potrà sembrare incredibile, visto che sono nero, ma non ho mai rubato niente». Comincia così, con la prima di una lunga serie di battute, il quarto romanzo di Paul Beatty, forse uno degli scrittori più grandiosamente comici degli Stati Uniti. Già apparso con Tuff e la sua banda da Mondadori e con Slumberland da Fazi, in Italia non è ancora riuscito a trovare il riscontro che merita, in parte per questioni di contesto (razza, politicamente corretto, comunità afro-americana) e in parte per ragioni di traduzione (la lingua di Beatty è un ottovolante tra alto e basso, che non solo usa a fondo lo slang, ma ci ironizza e lo rovescia di continuo). Forse questo nuovo romanzo – ma romanzo sarà sufficiente? stand-up novel? rap of consciousness? come chiamarlo? – dal titolo The Sellout (Farrar, Straus and Giroux) aiuterà a far conoscere meglio questo talento.

(Continua a leggere sul sito del Sole 24 Ore.)

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Io sono la droga – IL

DeliciousFoods

(Ho recensito il nuovo romanzo di James Hannaham su IL – magazine del Sole 24 Ore, prendendo a prestito la voce di un suo personaggio.)

Ciao, mi chiamo Scotty e questa storia la racconto io. Cioè, non proprio tutta. Di una parte s’è occupato ‘sto tizio che si chiama James Hannaham, un tipetto nero – ops, afroamericano. Sul suo sito si definisce «autore, artista concettuale part-time, scrittore o qualcosa del genere. Forse romanziere, ma anche giornalista, insegnante e performer saltuario… Che ne so? Specialista della prosa?». Ecco, ce l’hai presente? È il tipo di falsa modestia che cerca di evitare la spocchia: niente manina sul mento, niente aria seriosa. Uno si definisce «specialista della prosa» e finisce col diventare «specialista della posa», involontaria. A furia di modestia, diventi uno scrittore modesto. Ma non è questo il caso. Ho la lingua sciolta, lo so. Tutta colpa di Hannaham (sì, sono un suo personaggio, più o meno, ma esisto da sempre) (sì, “Scotty” è un espediente) (no, non ve lo dico chi sono). Comunque, ‘sto ragazzo scrive bene e se non vi fidate di me, ché pure sono una persona di sostanza, potete credere a Jennifer Egan. Qualche parola a caso del suo parere: “avvincente”, “toccante”, “urgenza”, “libertà”, “sopravvivenza”. Roba buona per voi democratici. Come Dave Eggers. Sentiamo il suo: «Un libro di stupefacente –hey, Dave: are you talkin’ to me? – originalità e potenza». Oh, mica hanno torto questi succhiotti che nell’editoria un tempo chiamavano soffietti.

(Continua a leggere sul sito del Sole 24 Ore.)

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Milano è un livido – IL

not1

(Ho scritto un pezzo sulla mia idea di Milano per IL, il magazine del Sole24Ore. Qui accanto una vecchia foto di Renato Casari.)

C’è un momento in cui capisci di essere fregato. Alla mattina, apri le imposte per cambiare l’atmosfera fuori con l’aria pulita del sonno e lo vedi. È un’installazione d’arte contemporanea, un dipinto sospeso. Non tanto un Cy Twombly, più tipo quelli dell’amico di Barney Panofsky che invitava i compari a dare un colpo di straccio sulla tela, tanto l’arte è una bufala. Insomma: non è bianco, perché ha le sbavature di grigio. Non è plumbeo, perché non sono cariche d’acqua. Non è nero e non lo sarà mai, perché di notte ci arriva il riverbero equoreo delle luci. Non è nebbioso, perché l’interramento dei Navigli ha dissolto la bruma (e non perché a nessuno importava delle soavi imprecazioni lanciate dalle lavandaie, ma per ragioni di salubrità: ci finivano gli scarichi del centro, ora quel flusso prosaico di deiezioni si chiama poeticamente “collettore”). Allora che cos’è? È l’interno di una lampadina? È l’eco delle polveri sottili? È il bicchiere di latte filmato da Hitchcock nel Sospetto? O è il «grigio fumoso delicato come una perla» di cui parlava Giuliano Gramigna in una poesia? Di sicuro non è un cielo, ma a quel punto ti accorgi che sei fregato perché ti piace. Questa cupola non si perde in struggimenti: qui la nostalgia dell’azzurro è un sentimento che si manifesta in presenza e non in assenza dell’oggetto stesso della nostalgia. Quando c’è, c’è. Inoltre emanciparsi dalle bizze del meteo è il primo segno di maturità.

Benvenuti a Milano.

(Continua a leggere sul sito del Sole24Ore.)

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

Letteratura metropolitana – Rivista Studio

m_metronovela_naming_270x413Stai per cominciare a leggere il nuovo libro di Stefano Bartezzaghi. Parla della metropolitana. E di Milano. Non era difficile arrivarci (ma il tragitto non è mai lineare come sembra): si capiva dalla M del titolo, dalla copertina illustrata con una striscia superiore, grigia e piovosa, dove si distingue il profilo del cosiddetto cavall stracch di piazza Missori, e una inferiore, rossa e colorata, con un campionario di tipi umani in attesa del treno sulla banchina della linea 1. Come nella più banale delle trovate metanarrative, stai perfino scendendo i gradini della rossa, fermata Lima, con il libro infilato nella sacca a tracolla, perché – ulteriore cornice alla cornice – stai correndo al rinfresco dato dalla rivista che ospiterà la tua recensione. Potresti leggerlo ad alta voce di vagone in vagone, come in quei magnifici inseguimenti istericamente flemmatici sull’underground di New York. Oppure spargerne le pagine in giro, lasciare che il libro si legga da solo e che tu scorga tutto attraverso le vetrate ingiallite, come in quel vecchio mugugno-canzone di Tom Waits, 9th and Hennepin, dove lui racconta la vita privata e pubblica di una città, per poi liquidare tutta la faccenda con un colpo di scena finale: «And I’ve seen it all… And I’ve seen it all / Through the yellow windows of the evening train…».

(Continua a leggere su Rivista Studio)

Contrassegnato da tag , , , , ,

Dylan skyline

11075191_10205293057717609_8733827164066935502_nÈ uscita un’antologia a cui ho partecipato. È curata da Filippo Tuena per Nutrimenti e contiene dodici racconti intorno alla figura di Bob Dylan. A suonare con me ci sono anche Luciano Funetta, Helena Janeczek, Janis Joyce, Tiziana Lo Porto, Francesca Matteoni, Davide Orecchio, Marco Rovelli, Alessandra Sarchi, Andrea Tarabbia, Giorgio van Straten e Alessandro Zaccuri.

Il mio racconto parla di una strana setta che tollera solo le canzoni dylaniane di patimento e disamore, fino ad arrivare a un gesto estremo.

Qui la pagina sul sito dell’editore, con le prime recensioni.

Qui una tipica (e meravigliosa) canzone di disamore dylaniato.

Buona lettura!

 

Contrassegnato da tag , , , , ,
Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 103 follower