Dylaniati – IL

feinstein-04Com’è che la gente quando parla di me va fuori di testa?», sbottava Bob Dylan in un’intervista. Certo, sebbene una volta lui e la prima moglie si siano svegliati con un uomo ai piedi del letto che li fissava incantato, gli manca un Mark Chapman. Ma non esiste personaggio della cultura rock che abbia attirato folle di sbiellati e visionari quanto l’autore di Like a Rolling Stone.

I dylaniati – ossia, gli schiantati di un culto dilaniante – trasformano psicolabili come gli springsteeniani e gli onedirectioners in imperturbabili savi. Ogni suo fan tende a essere come quello che gli disse: «Io so tutto di te, ma tu non sai niente di me». Per una volta, la risposta di Dylan non fu sibillina: «Lasciamo le cose così». Ora un libro del giornalista David Kinney (The Dylanologists, Simon&Schuster) ne ripercorre le tipologie, tracciando in filigrana una storia della sua vita e della cultura americana. Che cos’è Dylan? Un buco nero, un’anamorfosi vivente, un enigma insolubile? Ecco un catalogo ragionato della patologie che scatena.

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Lector infausto

too_many_books_teacherPrima di iniziare, lo scrittore volle chiedere consiglio a un eminente intellettuale. Il grande pensatore lo ricevette nello studiolo. Esauriti i convenevoli, gli domandò per prima cosa se leggesse i contemporanei.
“Non tanto,” ammise il nostro.
“Ma se non legge i contemporanei, come può pretendere che costoro leggano lei?”
Il ragionamento non faceva una grinza.
“E poi si ricordi di Agostino.”
“Agostino?”
“Nel corso di una terribile crisi spirituale, gli arriva la voce presaga di un bambino dalla casa dei vicini. E cosa gli dice?”
“Cosa gli dice?”
“Gli dice: ‘Tolle, lege; tolle, lege’. Prendi e leggi, prendi e leggi. Capito?”

Tornando a casa, il nostro passò in libreria e acquistò una decina di libri, tanto per cominciare. Nel corso dei giorni, saccheggiò la biblioteca comunale e prese in prestito tutti i contemporanei che gli riuscì di trovare. Smaltiti questi, provò a tenersi aggiornato, abbonandosi alle riviste più importanti.
Passato qualche anno, ormai non più di primo pelo (immaginando che, anche per questo, fosse arrivato una buona volta il suo momento), chiese udienza al maestro, il quale lodò sì la sua conoscenza dei contemporanei, ma notò evidenti lacune in fatto di classici, moderni e non.
“Come può pensare di parlare ai posteri se non conosce i capostipiti?” chiosò saggiamente il professore. “I classici sono i contemporanei del futuro, uno scrittore che non li ha letti equivale a un albero senza radici!”
Argomento pregnante.

Il nostro si rimise al lavoro e cominciò a smaltire i grandi del ’900, piano piano, uno dopo l’altro, parola per parola. Non solo gli Hemingway e i Gadda, ma anche Ivo Andrić, Yasunari Kawabata, Camilo José Cela. Grandi e piccoli, compulsando la garzantina di riferimento.
E i minori! Antonio Delfini, Martin Buber, Willa Cather.
“I minori non esistono,” borbottò una sera trionfante, mentre sbirciava allo specchio un filo bianco nei capelli. “E nemmeno le opere secondarie.”
Avanti tutta: le commedie di Ionesco, l’epistolario di Kafka, i saggi di Canetti. Quindi passò alla grande stagione ottocentesca, gli albori del romanzo, la poesia barocca del Seicento. Tolstoj, Shakespeare, Dante… Macché: i racconti di von Kleist, le acrobazie linguistiche di Sterne, le liriche di Góngora, via via fino a Cecco D’Ascoli, Rustico Filippi e l’indovinello veronese. E poi ancora più a ritroso, fino ai classici latini e greci. Che gaudio intellettuale, Sallustio! Che meraviglie stilistiche in Tito Livio! E Giovenale?
Una sfacchinata, ma quanto senno! Certo, la miopia costrinse il nostro a inforcare un paio di occhiali e la schiena gli doleva non poco, ma ne era valsa la pena.

Prese il telefono e chiamò nuovamente il pigmalione, che tuttavia nemmeno questa volta aveva buone notizie.
“E le scienze sociali? Non vorrà trascurarmi la storia delle religioni, l’antropologia, la sociologia. Santo cielo, gli scritti meravigliosi di Galileo Galilei, I vangeli gnostici, le illuminazioni di Engels. La filosofia, amico mio, e la scienza!”
E allora sotto con Il ramo d’oro, L’origine delle specie, Totem e tabù. Giordano Bruno, Platone, Baruch Spinoza. Il nostro scoprì che la Bibbia era la madre di tutte le storie, che Nietzsche stracciava il più violento dei beat, che Einstein stringeva in pugno il senso del mondo.
Quando alzò gli occhi dall’ultima riga del Kitab al-Mawaqif, il Libro delle Dimore di Muhammad Ibn Abd Al-Jabbar Al-Niffari, una lacrima gli velò la vista, già offuscata dalla cataratta.

Con tutti quegli acciacchi, non gli fu facile alzarsi dalla poltrona e avvicinarsi al telefono. Avrebbe voluto parlare con il magister e riferirgli che lo scibile riposava saldo nelle sue sinapsi, ma le sinapsi stesse non ricordavano più il numero di telefono. Provò a scartabellare in una vecchia agenda, ma quando compose il numero dall’altro capo del filo rispose la voce di una ragazzina che dell’insigne non aveva mai sentito parlare.
“Lei è una studiosa?” balbettò il nostro.
“Qualcosina la leggo anch’io, nonno.”
“E cosa sta compulsando, di grazia?”
“Tre metri sopra il cielo.”
Non ne aveva mai sentito parlare. Evidentemente qualcosa gli era sfuggito. Grazie all’interessamento della fidata badante, riuscì a procurarsene una copia. Lo lesse alla luce del lume, trovandolo insipido. Ora poteva davvero dire di aver letto tutto.
Animo, era arrivato il momento di mettersi al lavoro.
Si accomodò alla vecchia macchina da scrivere e fece un bel respiro, che divenne uno sbuffo e infine un rantolo. Mentre rimetteva l’anima a Dio, venne immalinconito dal pensiero di aver letto tutto, ma proprio tutto, tranne se stesso.

(Questo racconto viene da questo libro.)

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La scrittura bighellona di Teju Cole – IL

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(Questo articolo è uscito su IL, supplemento mensile al Sole24Ore.)

Prendendo in prestito un aforisma di Archiloco, Isaiah Berlin scrisse che gli scrittori si dividono in due categorie: quelli riccio e quelli volpe. In sostanza, quelli che cullano una sola idea fissa da rimuginare in ogni libro e quelli curiosi che invece cambiano di continuo. La sintesi era che la volpe sa tante cose, ma il riccio ne sa una grande. In fondo non era un giudizio qualitativo e di sicuro non esaurisce la gamma offerta dalle lettere, però aiuta a mettere a fuoco un approccio alla scrittura e al mondo. La ripartizione torna in mente davanti al lavoro di uno scrittore come Teju Cole.

Di origine africana, Cole è nato negli Stati Uniti e cresciuto in Nigeria. Ha studiato psicologia e ha esordito nella narrativa con un libro intitolato Città aperta, pubblicato da Einaudi nella bella traduzione di Gioia Guerzoni, dove raccontava la vita riflessiva di Julius, emigrato africano di stanza negli Stati Uniti, padre nigeriano e madre tedesca, che studia psichiatria e bighellona per la New York post-11 settembre, ponderando identità, guerra al terrorismo, infanzia e Storia. In debito con le divagazioni di Sebald, il romanzo era un tentativo di flânerie metropolitana e seguiva (o meglio: si perdeva dietro) un senso di sradicamento, sbandando in tante piccole meditazioni digressive. Come il funambolo che nel 1974 attraversò le Torri, Città aperta oscillava tra romanzo e saggio, tra elucubrazione filosofica e istantanea poetica.

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Charles Bukowski, Un gran bel picnic

bukowski(Stasera alla librerira Gogol&Company di via Savona, Milano, intorno alle sei/sei e mezza leggerò qualche poesia di Charles Bukowski. Tra queste, quella ricopiata qui di seguito, tratta da Love Is a Dog from Hell 1974-1977, raccolta riproposta in Italia da Guanda con il titolo L’amore è un cane che viene dall’inferno, traduzione di Katia Bagnoli. La traduzione di questa poesia è mia.)

 

mi torna in mente

che mi sono accasato con Jane per sette annni

era un’ubriacona

l’amavo

 

i miei genitori la odiavano

io odiavo i miei genitori

eravamo un bel

gruppo

 

un giorno siamo andati a fare un picnic

insieme

su in collina

e abbiamo giocato a carte e bevuto birra e

mangiato insalata di patate

 

l’hanno trattata come se fosse un essere umano

una buona volta

 

tutti ridevano

io no.

 

più tardi a casa mia

strafatti di whisky

le ho detto:

non mi piacciono

ma è bello che ti abbiano trattata

bene.

 

idiota, ha risposto lei,

non hai capito?

 

capito cosa?

 

continuavano a fissarmi la panza alcolica,

pensano che sono incinta.

 

ah, ho detto, allora brindiamo al nostro

bel bambino.

 

al nostro bel bambino,

ha detto lei.

 

e ce li siamo scolati.

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Pnin e lo scoiattolo

pninLa vide partire, e tornò indietro a piedi attraverso il parco. Fermarla, trattenerla – così com’era – con la sua crudeltà, la sua volgarità, gli abbaglianti occhi azzurri, i poveri versi, i piedi grassi, e con la sua anima impura, arida, sordida, infantile. A un tratto pensò: se ci si ritrova tutti in paradiso (non ci credo, ma supponiamo di sì), come potrò impedire che mi strisci addosso, che mi strisci sopra quella cosa avvizzita, indifesa, storpia che sarà la sua anima? Ma qui siamo sulla terra, e io, strano a dirsi, sono vivo, e c’è qualcosa in me e nella vita…

Sembrava che fosse arrivato, in modo del tutto inatteso (perché la disperazione umana di rado conduce alle grandi verità), sull’orlo di una soluzione universale, ma venne interrotto da una rischiesta urgente. Uno scoiattolo, sotto un albero, aveva visto Pnin sul sentiero. Con un movimento sinuoso come un tralcio di vite, l’intelligente bestiola balzò sul bordo di una fontanella e, mentre Pnin si avvicinava, protese il musetto ovale verso di lui, con un suono sbruffante piuttosto offensivo, gonfiando le gote. Pnin capì e dopo aver armeggiato un po’ trovò il bottone che doveva premere per conseguire l’esito desiderato. Squadrandolo con disprezzo, l’assetato roditore cominciò subito a gustare la robusta e scintillante colonna d’acqua, e continuò a bere per un bel po’. “Forse ha la febbre” pensò Pnin, piangendo silenziosamente e senza freno, tenendo cortesemente schiacciato il marchingegno per tutto il tempo e insieme cercando di non incrociare quello spiacevole sguardo fisso su di lui. Placata la sete, lo scoiattolo se ne andò senza il benché minimo segno di gratitudine.

(Vladimir Nabokov, Pnin, traduzione di Elena De Angeli, Adelphi 1998, p. 58.)

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Un pugno di uomini sfocati

foto2g-1024(Qualche tempo fa ho pubblicato sul Primo amore questa recensione, che oggi in rete non si trova più. Ho pensato di riproporla, non tanto per l’anniversario incombente della Grande Guerra, quanto per la qualità del libro.)

Ci sono libri che si affacciano senza clamore, se ne stanno lì acquattati in un angolo della libreria ed escono di scena senza avere sollevato polemiche, senza pretese generazionali e senza visioni del mondo (anche se, in fondo in fondo, un libro – per quanto modesto – una visione del mondo ce l’ha in ogni caso). Il loro grande difetto, che è naturalmente un pregio, è l’apparente semplicità, la dimessa esplorazione di un tema poco all’ordine del giorno, la meticolosa analisi di una vicenda passata. Erano mesi che I fogli del capitano Michel di Claudio Rigon (Einaudi 2009, pp. 199) esercitava, proprio per questa sua renitenza, una forte attrazione su di me. E l’attesa non è andata delusa.

“Io di professione faccio l’insegnante, di fisica, alle scuole superiori. È il mio mestiere. Oltre a questo faccio fotografie.” Nell’incipit c’è già tutta l’acribia di questo esploratore curioso, classe ’48, nato a Vicenza, che si aggira nel corso degli anni sull’Altipiano di Asiago, per calcare le orme di chi vi si è stato catapultato nella grande guerra, rinvenirne le tracce e conservarne la memoria. Un giorno, mentre svolge una ricerca bibliografica al Museo del Risorgimento, scopre dapprima una serie di piccole fotografie appartenenti alla “Donazione Michel” e quindi un fascio di documenti, tra i quali duecentocinquantasette fonogrammi, piccoli dispacci sul fronte tra un comando e l’altro, risalenti all’estate del 1916.

Da lì, un po’ detective e un po’ storico, Rigon inizia a riannodare i fili della vicenda del battaglione Argentera sull’Ortigara, ordinando cronologicamente i fonogrammi – vere e proprie tessere di un puzzle – e ricostruendo con l’operosità di una staffetta attraverso frequenti le sue escursioni in loco il contesto topografico e quello bibliografico (da Gadda a Lussu, fino alle pubblicazioni di nicchia) dal quale sono usciti. È così che restituisce questi laconici messaggi in bottiglia alla loro vicenda prima storica e poi umana. I nomi dei soldati, il dramma del gelo e della paura, le reazioni coraggiose e meschine, i piccoli furti e le diserzioni: tutto emerge dalla nebbia del passato gradualmente, senza enfasi, con una misura toccante.

Se il poeta poteva trasfigurare liricamente il conflitto (Clemente Rebora, per pescarne uno fra i tanti: “… Tra melma e sangue / Tronco senza gambe / E il tuo lamento ancora, / Pietà di noi rimasti / A rantolarci e non ha fine l’ora…”), il memorialista oppone una prosa asciutta, ma non per questo meno efficace. Anzi. Provare a tornare in quelle trincee con lo sguardo del superstite sarebbe un imperdonabile errore retorico (che pure in molti commettono, nella foga di colmare la distanza che li separa dall’orrore), così quando Rigon capisce il retroscena di un foglietto ambiguo (“I soldati Giacosa, Graneris e uno ‘sconosciuto dell’ottavo’ sono morti e dell’ultimo non si conoscono le generalità essendo tuttora il cadavere in luoghi battuti”) lo commenta in un paragrafo secco: “Lo ‘sconosciuto dell’ottavo’ non è un soldato di un altro reparto, come avevo sempre creduto, ma uno dei nuovi arrivati (…). Quelle tre parole – chiuse fra delle virgolette che sorprendono in un bigliettino di trincea – mostrano quanto fosse sentito invece ancora come un estraneo. Riescono a dire, di quella morte, e più di qualsiasi altra frase o pensiero, la totale, assoluta, desolata solitudine”.

Ma sarebbero tanti i passi da citare, in questo libriccino prezioso e antico che, interrogando la storia e la memoria con rispetto, racconta un pugno di uomini sfocati, molto umani e poco epici. Credo che I fogli del capitano Michel sarebbe piaciuto a Mario Rigoni Stern e a Primo Levi, e forse non si può trovare complimento migliore di questo.

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Write drunk, edit sober?

hemingway6(La Lettura, l’inserto letterario del Corriere della Sera, ha chiesto ad Alessandro Beretta e a me di scrivere un pezzo pro e uno contro il binomio Scrittura&Alcol. Il risultato è stata una singolar tenzone, finita on-line. Ecco l’inizio del mio pezzo.)

In una delle sue più divertenti poesie Charles Bukowski, nume tutelare di ogni santo bevitore che abbia provato a misurarsi con la pagina, spiattella una serie di raccomandazioni su come diventare un grande scrittore e, tra le altre cose, invita a trincare birra. Moltissima birra. Detto fatto, a ogni ristampa una schiera di aspiranti poeti, dopo essersi scolata la suddetta silloge e avere ignorato l’esortazione del maestro a sorbirsi anche qualche riga almeno di Dostoevskij o del norvegese Knut Hamsun, decide che una doppio malto possa essere il primo gradino per trovare l’ispirazione. Problema: si comincia così e si finisce nel tunnel dell’autopubblicazione (per non parlare della pancia gonfia).

Forse l’ubriacone e lo scrittore hanno una sola cosa in comune: l’esagerazione. Il primo è incline a deformare senza remore e il secondo ammanta la bevuta di connotazioni leggendarie. Non a caso un’autorità in entrambi i campi come Dylan Thomas dopo la sua inconsapevole ultima serata di bisboccia sul pianeta si vantò di avere bevuto diciotto whisky. Post mortem, il barista lo smentì riducendoli a otto.

Forzature a parte, gli elogi dell’alcol come fermento creativo non si contano: da Lorenzo Da Ponte («viva il buon vino/ sostegno e gloria dell’umanità») a F. Scott Fitzgerald («Il troppo stroppia, ma troppo champagne è il giusto»), passando per l’immancabile Baudelaire («Inebriatevi senza tregua: di vino, di poesia o di virtù»), l’equivalenza tra ebbrezza e inventiva è diventata un luogo comune, pericoloso ancora più per le lettere che per il fegato.

Ma da dove nasce questo fraintendimento?

Continua a leggere entrambi i pezzi sul sito della Lettura.

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Maschio bianco etero

UnknownEsce oggi la mia traduzione del nuovo romanzo firmato da John Niven, l’autore di A volte ritorno. Si intitola Maschio bianco etero e lo pubblica anche questa volta Einaudi Stile Libero, che mi ha chiesto di buttare giù qualche riga sulla faccenda: Il traduttore che ride.

Il romanzo è una sarabanda di situazioni grottesche e amorazzi esilaranti, che di pagina in pagina diventa sempre più amara.

Qui trovate la scheda del libro sul sito dell’editore.

Qui un’intervista a John Niven (e al suo accento scozzese) riguardo al libro.

Qui una recensione apparsa sul Guardian.

Buona lettura.

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Le dimensioni contano – IL

finneganOrmai avrete rimosso, ma l’affermazione di David Foster Wallace in Italia è andata a rilento, et pour cause. Tanto per dirne una, il suo esordio, La scopa del sistema, pubblicato nel 1987 in patria, sarebbe apparso da Fandango nel ’99. Forse ci vorrà uno sponsor importante che sbotti in prima pagina su Repubblica: «Sganciate questi benedetti 20 euro», ma ora un visionario sta vergando il capolavoro che arriverà sulla vostra scrivania fra dieci anni.
E allora fotografie su Instagram, canzoni dei Cani e l’entrata nel canone degli Illeggibili da Citare a Vanvera, insieme a Joyce, Proust e Fabio Volo (per motivi diversi). E voi? Calma. Grazie alle seguenti righe, quando il saputello di turno butterà lì un nome astruso per sminuire qualcuno («Non vale una riga di Tizio, ma chi lo tradurrà mai?»), voi saprete di che parla. Ecco una piccola guida a quattro ambiziosi volumi.

(Continua a leggere sul sito del Sole24Ore.)

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Memorie di un fallito – IL

BeRkbZeIYAA0zaC(È uscita per IL, il magazine del Sole24Ore, una mia recensione in anteprima del memoir di Gary Shteyngart, Little Failure, in uscita per Guanda a settembre. Qui il booktrailer di cui si parla nella recensione e qui la recensione di Michiko Kakutani per il New York Times.)

Un celebre incipit, nella traduzione di Paolo Crepet, sermoneggia: «Tutte le famiglie funzionali si assomigliano. Ma ogni famiglia disfunzionale è disfunzionale a modo suo». L’esatto contrario dei memoir sfornati dal mercato editoriale, che sono tutti disfunzionali e si somigliano alla nausea. Ingredienti: 55% trauma e 5% trama, 15% sfiducia radicale nella famiglia e 15% fiducia ossessiva nella famiglia, 5% perdizione e 5% rinascita, più un pizzico di sesso malato. Inoltre un memoir, a differenza dei più compiuti romanzi incompiuti, deve avere un lieto fine, altrimenti non saresti arrivato a scriverlo e perderesti quella fetta di pubblico disposta a scucire 20 euro per credere di riuscire a disintossicarsi, grazie a una parabola che si vorrebbe sincera, dalle slot disseminate nei bar, dalle chat di Facebook oppure, più semplicemente, dal crack. A ogni modo la ferita è centrale. Deve esserci un prima e un dopo grazie al quale dare un senso a questa cosa anarcoide che chiamiamo esistenza. Definito lo spartiacque, sarà più facile non solo tirare a campare ma anche tirare giù una scaletta per scrivere.

E invece nel quarto libro di Gary Shteyngart…

(Continua a leggere sul sito del Sole24Ore)

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