L’uomo con la macchina sparasottotitoli

apartment-end-title-screen(È online il mio tragicomico articolo uscito su IL di ottobre intorno al mondo infero delle cineteche.)

Come usano dire le soubrette, il cinema è sempre stato la mia passione, così quando anni fa una cineteca mi propose di stilare qualche comunicato stampa, accettai. Soprattutto avevo accesso alla sala gratis: se conoscevo una ragazza reclusa e con una vaghezza autistica per i primi piani di Dreyer, potevo sempre portarla lì senza spendere un soldo. In breve la collaborazione si diversificò e mi fu proposto di tradurre le didascalie per qualche documentario. Convinto che fosse l’inizio di una qualche carriera, rimasi male quando mi proposero di lavorare in sala. «Come maschera?» domandai, ansioso per il declassamento. «Come proiezionista. Solo che non dovrai occuparti della pellicola, ma dei sottotitoli».

Grazie ai film guardati in dvd o mandati dalla tv satellitare, siamo abituati a considerare i sottotitoli parte integrante della visione, sincronizzati a puntino. Così, quando assistiamo alla proiezione di un film, pensiamo che la didascalia sia bilanciata automaticamente sulle immagini. Non è così. Nelle cineteche e ancor più spesso durante i festival, dove i film arrivano ancora allo stato brado (e a volte lo rimangono), esiste un individuo in carne e ossa, una figura oscura che da una piccola cabina alle spalle di tutti segue il film passo per passo, parola per parola, e proietta un sottotitolo dopo l’altro schiacciando, ebbene sì, un tasto.

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Un reading per piano, voce e shurrouruuruuruuruuruuruurkdiei

images-1Mercoledì 24 luglio, alle ore 18, presso la Fondazione Querini Stampalia (Castello 5252, Venezia) nell’ambito del Venezia Jazz Festival, per una rassegna curata dal grande e infaticabile Stefano Spagnolo, terrò una lettura ispirata al racconto “Dove finisce la strada” (da L’unico scrittore buono è quello morto), reintitolata “Jack Kerouac mi ha rovinato la vita”, rivista e recitata ad hoc (qui si trova l’inizio del racconto).

Insieme a me ci sarà il musicista Davide Zilli, che monkeggerà al pianoforte, mentre io mi accontenterò di suonare una fantomatica shurrouruuruuruuruuruuruurkdiei.

(Oh, martedì 23 ci saranno Roberto Ferrucci & Pietro Tonolo e giovedì 25 Paolo Nori & Carlo Boccadoro: tutta roba buona, come diceva il pusher di Jack.)

L’ingresso è libero fino ad esaurimento posti. Seguirà rinfresco e forse addirittura qualche satori.

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Piccolo dizionario delle malattie letterarie – IL

hemingway-bedÈ uscito su IL, il mensile allegato al “Sole24Ore”, un estratto dal “Piccolo dizionario delle malattie letterarie”. Eccone qualche assaggio:

Anacoluto. Affezione di ceppo emiliano che spinge il paziente a scrivere come un bambino di sei anni in nome dell’antintellettualismo: “At let l’oltimm racaunt de x?” “Anca lo’ s’è ciape’ l’anacolut.”

Blog. Temibile forma di reflusso gastrico diffusa in Rete. “Hai un blog?” “Sì, purtroppo.”

Booktour. Pandemia di presentazioni inutili. “Questo autunno ci aspetta un booktour.”

Continua sul sito del Sole24Ore.

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Teoria imperfetta dell’amore

978880621280GRAÈ uscito per Einaudi Stile Libero Teoria imperfetta dell’amore di Scott Hutchins, la mia traduzione più recente.

Si tratta di una bella storia malinconerd, in cui nella San Francisco degli startupper un giovane uomo in crisi, tra amori irrisolti e strambi gruppi terroristici, si trova ad avere a che fare con un bot senziente (o quasi), programmato con i diari del padre suicida.

Il 12 giugno Hutchins sarà ospite al Festival Letterature di Massenzio dove leggerà un inedito.

Qui il programma del festival.

Qui la scheda del libro sul sito Einaudi, dove è possibile leggere un estratto.

Qui una recensione del Guardian.

Buona lettura.

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Gli scrittori fantasma, un’antologia

BJ5Y8h9CMAAm1NWEsce domani Scrittori fantasma, lo pubblica Elliot (pp. 190, € 18,50) ed è curato da Piero Sorrentino e Massimiliano Virgilio. Si tratta di un’antologia in cui sei narratori – Giusi Marchetta, Maurizio Braucci, Giuseppe Montesano, Valeria Parrella, Lorenzo Pavolini e il sottoscritto – si confrontano con altrettanti scrittori-e-libri-fantasma della letteratura. Nell’ordine, Giusi ha scelto D.B. Caulfield, fratello di Holden; Maurizio il console di Sotto il vulcano; Giuseppe l’avvocato Costante Fuga, che accetta l’invito di Roberto Bolaño a scrivere una versione italiana della Letteratura nazista in America; Valeria è Hladík di Jorge Luis Borges e Lorenzo il Bartleby di Melville.

Per quanto mi riguarda, ho capito che era ora di saldare il debito con un totem. Così la scelta è caduta su Philip Roth e sullo scandaloso capolavoro comico scritto da Nathan Zuckerman, ossia Carnovsky, di cui si parla in diversi libri dove protagonista è il principale alter ego dello scrittore di Newark (per quanto nel racconto anche Kepesh e gli altri facciano una comparsata). Ora, confrontarsi con un gigante simile fa tremare i polsi, ma tutta l’operazione aveva una tale sfrontatezza che tanto valeva provarci. Così è nato un omaggio, una parodia, un divertissement, una riflessione sulla poetica rothiana e sulla sua decisione di smettere di scrivere, in forma di ultimo capitolo di un libro fantomatico, tradotto proprio da uno stanco mio omonimo.

Il racconto chiude la raccolta e, come mi hanno fatto notare i curatori, in qualche modo la riapre (ma bisogna arrivare alle ultime righe per capire il motivo). E spero che, nonostante i tanti ammiccamenti all’opera di Roth, sia leggibile in sé, come la storia di un ragazzo alle prese con un certo problema, simbolo di un rapporto ambiguo con la scrittura.

Altre due cose.

Una sulle coincidenze. Per ritrovare quella musica, ho letto un libro di Philip Roth che avevo sempre mollato – La mia vita di uomo – e ci ho ritrovato una scena che avevo già cominciato a scrivere. Quasi identica. Non solo. Prima di cominciare ho evitato di rileggere il Lamento di Portnoy, per non lasciarmi influenzare (Carnovsky sta a Portnoy come Zuckerman sta a Roth), ma quando l’ho riaperto, una volta consegnato il racconto, ho scoperto che avevamo citato la stessa poesia di W.B. Yeats, Leda e il cigno. Piccole fatalità o, mi piace pensare, affinità elettive. O forse criptoplagi della mia mente, chi lo sa.

Un’altra sulla metanarrativa. Come dicono gli scrittori enfatici: con questo racconto chiudo una fase. Tempo fa, dopo un periodo di relativa crisi, ho cominciato a riflettere sulla scrittura, forse per chiarire a me stesso il senso di quello che facevo (anzi: che, per un motivo o per l’altro, non riuscivo a fare). Da questo è scaturito L’unico scrittore buono è quello morto, pubblicato da e/o l’anno scorso, uno zibaldone di racconti semiseri intorno a questo mestiere e al lavoro editoriale, ma anche un rito apotropaico, uno sfregio, una presa in giro (in primis, di me stesso), o una bella sudata nella quale smaltire tutte le tossine accumulate negli anni. (Forse, allo scrittore morto non poteva non subentrare lo scrittore fantasma.)

Ora, io non credo che la metanarrativa, per usare un gioco di parole, sia una narrativa a metà. Non sarò certo io a buttare a mare Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino, Even Cowgirls Get The Blues di Tom Robbins o Gli inquilini di Bernard Malamud (per non parlare di Storia di nessuno, di 8 e ½ o degli autoritratti di Rembrandt). Lungi da me paragonarmi a questi giganti, blablabla, dico solo che questo è un tema come un altro, che se lo spazio della narrazione è sconfinato – e lo è – allora può benissimo comprendere i narratori stessi, e che a me interessa prima ancora come lettore che come scrittore. Nell’introduzione al volume i due curatori lo dicono con parole molto più eloquenti.

Detto questo, c’è un punto oltre il quale è difficile spingersi e l’offerta di Paolo e Massimiliano mi ha dato l’opportunità ectoplasmatica per chiudere un discorso. Il mio prossimo libro – se Vonnegut lo vuole – parlerà d’altro.

Intanto, accattatevi Scrittori fantasma. Ci sono dentro delle belle cose.

Buona lettura.

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Don’t Shoot the Translator

lasinoeilbue

(Questo articolo è uscito sul Corriere della Sera qualche mese fa.)

Nel Settecento un predicatore londinese terrorizzava i fedeli dal pulpito con queste parole: “Non dovete mai dimenticare che questo libro…” e a quel punto sollevava la Bibbia di re Giacomo, “non è la Bibbia, ma una traduzione della Bibbia”. Parole sante, è il caso di dirlo. Anche se il pistolotto deve avere illuminato troppi cuori. Ormai è una litania, un tormentone. “Com’è il romanzo?” sonda l’incauto. “Così, così”, sermoneggia l’interlocutore, “sarà colpa della traduzione”.

Può essere un critico, un blogger o una brava persona, non importa: il malanimo verso un libro — magari mediocre o, peggio, grandiosamente complesso — si concentrerà sull’operato dell’oscuro mestierante. La sentenza è equiparabile a luoghi comuni come “non esistono più le mezze stagioni” o “tutti i politici rubano”. O ancora, arcanamente connesso al discorso, “i traduttori sono sottopagati”. E allora, verrebbe voglia di chiosare, parafrasando il detto da balera, pardon saloon: “Don’t shoot the translator”. Anche perché generazioni di intellettuali si sono formati su versioni raffazzonate di classici moderni, variazioni di capolavori poetici, avventurose trasposizioni di saggi.

In libreria aleggiano ancora lo Shakespeare di seppia curato da Montale, i grandi americani con i paragrafi pressoché riassunti da Elio Vittorini e i memorabili svarioni perpetrati ai danni di “Furore” di John Steinbeck, a partire dal fatto che — anche per la censura fascista — in italiano la tirata sul fantasma di Tom Joad (che ha ispirato prima una canzone di Woody Guthrie e poi una di Bruce Springsteen) è puf svanita. Non solo, a nessuno è mai passato per la testa che Norman Mailer intendesse il titolo del suo capolavoro “The Naked and The Dead”, ebbene sì, al plurale. E infine da anni la povera impiegata di T.S. Eliot torna a casa sulle pagine della “Waste Land” e stende alla finestra le sue “combinazioni” (“combinations”, in originale, che nelle innumerevoli traduzioni nessuno ha avuto il coraggio di restituire, almeno una volta, con “sottoveste”). Per carità, niente accanimento: si trattava in gran parte di traduzioni pionieristiche, storicizzabili, idiosincratiche (eppure quanti genocidi linguistici sono stati compiuti in nome delle trasposizioni “d’autore”!). Ma se la forza dell’Ottocento russo è sopravvissuta alle rese dal francese, in un’epoca viceversa di eccellenti traduzioni potrà la nostra serenità restare tale davanti a una svista, a un intoppo, a una zeppa?

E invece capita di ricevere telefonate notturne dall’amico prostrato: “A pag. 322, nella scena della serra, ho confuso urtica dioica con urtica urens, gli anobiiani non me lo perdoneranno mai”. Intendiamoci, è bene tendere alla perfezione, ma accantoniamo le isterie. Si racconta che perfino il bue e l’asinello nascano da un apocrifo. Maria depone il bambino nella mangiatoia e la profezia di Abacuc si adempisce: “Ti farai conoscere in mezzo a due animali”. Il testo greco della Bibbia, che recitava “in mezzo a due età (“zoòn”), aveva mandato in confusione il traduttore latino, il quale lo prese per zòon (“animali”). Se ci siamo abituati ad avere nel presepe una fantasmatica accoppiata animale imputabile a uno strafalcione, riusciremo ad avere misericordia per il fidus interpres alle prese con un giallo?

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Scrivila come ti pare – IL

good-writing-tips«Non generalizzare mai». Era uno dei 36 consigli di scrittura – paradossali, ovviamente – che Umberto Eco tracciava in una bustina di Minerva e che ora, altrettanto ovviamente, in Rete vengono presi sul serio (si parla di “sferzate” agli autori). Se le scuole di scrittura creativa in questi anni si sono moltiplicate, il web non può non riflettere questa sete di formule magiche e trabocca di suggerimenti su come scrivere quella maledetta idea che abbiamo in testa. No, aspetta: non l’idea, la trama. Ma quale trama! Il plot è borghese! Insomma, su come accedere se non all’editoria, perlomeno al Nobel.

(Continua sul sito del Sole24Ore.)

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Le stanze degli scrittori

foto-3Quelli di Archivio Caltari mi hanno chiesto di buttare giù due righe sul posto dove scrivo.

La scrivania è stata acquistata almeno dieci anni fa presso una grossa multinazionale svedese dell’arredamento. Ci ho scritto tre libri: due sono stati pubblicati e l’altro no. Il destino di quest’ultimo Coso è uno dei miei crucci: essendo stato rifiutato da tutti gli editori (non l’ho proposto a quelli a pagamento, perché se avessero detto no anche loro non so come l’avrei presa), per qualche misteriosa ragione ho cominciato a dubitarne e quindi a modificarlo. Il Coso ha cambiato forma, si è espanso in direzioni inaspettate, a volte non mi rendo nemmeno conto di lavorare a quel libro. È la Torah di se stesso, la chiosa della chiosa.
Comunque dietro la scrivania c’è il letto. Intorno al computer, si notano:

(Continua a leggere sul sito.)

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Virginia e Anna. Di armonia risuona e di follia

Virginia_Woolf

(Questo articolo è uscito sulle pagine del Corriere della Sera qualche settimana fa.)

“In primo luogo, è pacifico che tutte le passioni rientrino nella sfera della follia.” È stato con queste parole di Erasmo da Rotterdam in testa, probabilmente, che qualche tempo fa un insegnante austriaco, in quel di Innsbruck, ha deciso di tenere lezioni regolari su un tema tanto delicato agli studenti delle scuole secondarie. L’obiettivo era avvicinarli a un discorso risospinto di continuo ai margini non tanto degli istituti scolastici, quanto della società e della vita civile stesse. Ed è senz’altro sulla falsariga di questo esempio che Eugenio Borgna – psichiatra vincitore del Premio Bagutta nel 2005 con L’attesa e la speranza – ha tenuto un seminario in un liceo di Novara per riprendere il filo di quel ragionamento intorno alle zone grigie tra malattia e creatività, tra norma e follia. Anche per ribadire che la nostra vita, stando al verso di Georg Trakl che regala il titolo al libro (“Campi del sapere” Feltrinelli, pp. 210, € 18) tratto da quelle lezioni, risuona di armonia e di follia, oscillando a volte impercettibilmente tra questi due poli.

Ma forse i presupposti risalgono a un momento ancora precedente.

“Vedo come danzano le stelle d’oro, / ancora è notte, ancora è il caos come mai ancora.” Sono due versi scritti da Ellen West. Non è una poetessa molto famosa. Anzi, a dirla tutta non è proprio una poetessa. Si trattava di una paziente di Ludwig Binswanger, massimo esponente della psichiatria fenomenologica (una branca che, per semplificare, interpreta la malattia mentale come uno dei modi possibili di porsi dell’essere umano). Il celebre psichiatra riportò i conati poetici di questa giovane donna in un saggio sulla sua degenza in clinica psichiatrica, per alcune turbe legate all’anoressia, e sulla successiva dimissione, culminata in un tragico suicidio. In quel dialogo tra psicosi e poesia, Binswanger si sforzava di rinvenire ed evidenziare il confine evanescente in cui l’una trapassasse nell’altra e viceversa.

Partendo da questo illustre presupposto, Eugenio Borgna ha continuato a esplorare nella propria opera la “sorella sfortunata della poesia”, e cioè il territorio della malattia mentale, in un modo nuovo. Non l’ha fatto da un punto di vista clinico, ma appunto fenomenologico, per cercare nel buio della mente una testimonianza sui tanti orizzonti e sulle innumerevoli gradazioni presenti nel dolore, nella malinconia e nella colpa, tanto negli artisti quanto nell’uomo comune. Qual è la realtà della follia? Qual è la sua immagine? E le opere del pensiero, come già suggeriva Franco Basaglia, non possono aiutare a decifrare le spirali, tuttora misteriose, della schizofrenia, della depressione e della psicosi?

Da qui parte un lungo percorso che si snoda attraverso le malinconie presaghe della poetessa suicida Antonia Pozzi (“Quando dal mio buio traboccherai / di schianto / in una cascata / di sangue – / navigherò con una rossa vela / per orridi silenzi / ai crateri / della luce promessa”), l’abissale misticismo di Teresa di Lisieux (“O Gesù! (…) Lasciami dirti che il tuo amore arriva fino alla follia…”), la malinconia creatrice di Søren Kierkegaard e lo straziante carteggio tra i poeti Nelly Sachs e Paul Celan, in un tentativo, davvero disperato, di chiedere aiuto a poesia e filosofia per decifrare i fenomeni della vita psichica.

È possibile intravedere nei deliri di Septimus l’ombra della fine che avrebbe fatto l’autrice della Signora Dalloway? Possiamo intuire qualcosa del peso che sovrasta l’anima del depresso in un quadro di Arnold Böcklin? Borgna procede come un Pollicino impavido, ogni volta smarrito in un bosco terrificante, e raccoglie uno dopo l’altro le tracce tormentate di chi è passato di lì, disseminando la propria opera di segnali e richieste d’aiuto, citazioni e squarci tragici. Quindi raffronta questi estratti con gli sfoghi espliciti, quasi urlati, dei suoi pazienti (Claudia, Elena, Raffaele: persone comuni), affetti dalle stesse malattie, con il risultato di farci leggere l’alienazione con gli occhi dell’arte e la poesia con gli occhi della malattia.

“Dilatare l’area della normalità nella follia e della follia nella normalità”, ci dice Borgna, deve essere la prassi di qualsiasi psichiatra, per capire che in ogni esperienza psicotica vivono zone di non-follia e, per usare due parole care a Simone Weil, che in ogni ombra c’è un po’ di grazia. Così le parole furibonde di Friedrich Nietzsche possono riecheggiare in quelle di un uomo precipitato nell’abisso della depressione, nel tentativo di riallacciare un dialogo necessario tra medico e paziente, tra vita e non-vita, in cui davvero, per rubare le parole usate da Cristina Campo in riferimento a Virginia Woolf, ogni artista, e prima ancora ogni essere umano, sembra solo nella propria esistenza come il ragno “unicamente sostenuto e insieme prigioniero del tessuto che ordisce (…) questa trama senza sosta riprodotta dalla creatura che vi corre sopra, attenta alla minima smagliatura, allo strappo più lieve: perché realmente la trama è seduta sopra un abisso, realmente un piede in fallo può significare la fine”.

Ecco che allora le affinità potranno emergere tra le esperienze più disparate e disperate, in un continuo e lacerante gioco di echi, dove l’obiettivo è sempre quello di riaffermare la dignità negletta dell’infermo. Se dal 1978, anno della legge Basaglia che chiuse i manicomi e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio, il malato non è più condannato alla reclusione, ciononostante continua a venire discriminato, come una colpa o un presagio infausto, nella vita quotidiana delle famiglie e della società civile. Non solo, emarginato nell’idea generale che abbiamo di lui. Incompreso e impenetrabile, il paziente finisce in un vuoto che non ha eguali. E forse accostare la voce di un classico a quella di uno sconosciuto qualsiasi può aiutare a capire.

Lo dimostrano questi due brani.

“Perché mai è così tragica la vita; così simile a una striscia di marciapiede che costeggia un abisso. Guardo giù; ho le vertigini; mi chiedo come farò ad arrivare alla fine. Ma perché mi sento così: ora che lo dico non lo sento più. Il fuoco arde; stiamo andando a sentire l’Opera del mendicante. Eppure è intorno a me; non riesco a chiudere gli occhi. È una sensazione di impotenza; di non fare nessun effetto.”

E poi: “Non voglio guarire, sì voglio guarire, ma non guarisco. (…) È una disperazione, è un caos. Mi faccia morire. Faccio diventare matti tutti. Non mi faccia più soffrire, sia bravo. Vorrei fare una cosa, e poi riprendere quella sofferenza. Mi faccia dormire, tanti giorni.”

Il primo è tratto dai diari di Virginia Woolf. Il secondo dalle sedute di una paziente anonima. Nel libro prende il nome semplice e bello di Anna.

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Non sono Percival Everett

UnknownEsce in questi giorni per Nutrimenti un nuovo libro di Percival Everett, si intitola Sospetto e appartiene alla vena più classica e lineare di questo straordinario scrittore (il quale, nel frattempo, come il vulcano di cui parla Giorgio Vasta in questa recensione uscita su “Repubblica”, ne ha già partorito un altro). Sono felice che questa nuova traduzione sia firmata, oltre che da Federica Bonfanti, da un amico scrittore come Paolo Cognetti.

Ho tradotto sei libri di Percival Everett (i miei preferiti restano Glifo e Ferito, più Il paese di Dio, che tanto ha in comune con Django Unchained) e credo di non essermi mai trovato così in sintonia con un autore. Mi piace la sua imprevedibilità, il suo umorismo paradossale, la sua ironia sorniona, la profonda umanità dei suoi personaggi, la prosa sempre in bilico tra una pulsione sperimentale e una più classica. Spero che questo libro abbia la fortuna che merita.

Qui si trova un mio vecchio pezzo intorno alla sua opera pubblicato da “Minima et Moralia”. E qui qualche appunto sulla traduzione di Glifo uscito per “La nota del traduttore”. Per tutto il lavoro su questo autore devo anche ringraziare Leonardo G. Luccone, che all’epoca dirigeva la collana “Greenwich” di Nutrimenti. Mi fermo qua, anche in omaggio a uno scrittore che – sublime paradosso, considerata la sua prolificità – in pubblico ha fatto della laconicità un marchio inconfondibile. Non posso dimenticare l’eterna domanda che un professorone di letteratura americana gli fece durante una presentazione, alla quale dopo un momento di riflessione Percival rispose con un lapidario: “I’m just a cowboy”.

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