Le dimensioni contano – IL

finneganOrmai avrete rimosso, ma l’affermazione di David Foster Wallace in Italia è andata a rilento, et pour cause. Tanto per dirne una, il suo esordio, La scopa del sistema, pubblicato nel 1987 in patria, sarebbe apparso da Fandango nel ’99. Forse ci vorrà uno sponsor importante che sbotti in prima pagina su Repubblica: «Sganciate questi benedetti 20 euro», ma ora un visionario sta vergando il capolavoro che arriverà sulla vostra scrivania fra dieci anni.
E allora fotografie su Instagram, canzoni dei Cani e l’entrata nel canone degli Illeggibili da Citare a Vanvera, insieme a Joyce, Proust e Fabio Volo (per motivi diversi). E voi? Calma. Grazie alle seguenti righe, quando il saputello di turno butterà lì un nome astruso per sminuire qualcuno («Non vale una riga di Tizio, ma chi lo tradurrà mai?»), voi saprete di che parla. Ecco una piccola guida a quattro ambiziosi volumi.

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Memorie di un fallito – IL

BeRkbZeIYAA0zaC(È uscita per IL, il magazine del Sole24Ore, una mia recensione in anteprima del memoir di Gary Shteyngart, Little Failure, in uscita per Guanda a settembre. Qui il booktrailer di cui si parla nella recensione e qui la recensione di Michiko Kakutani per il New York Times.)

Un celebre incipit, nella traduzione di Paolo Crepet, sermoneggia: «Tutte le famiglie funzionali si assomigliano. Ma ogni famiglia disfunzionale è disfunzionale a modo suo». L’esatto contrario dei memoir sfornati dal mercato editoriale, che sono tutti disfunzionali e si somigliano alla nausea. Ingredienti: 55% trauma e 5% trama, 15% sfiducia radicale nella famiglia e 15% fiducia ossessiva nella famiglia, 5% perdizione e 5% rinascita, più un pizzico di sesso malato. Inoltre un memoir, a differenza dei più compiuti romanzi incompiuti, deve avere un lieto fine, altrimenti non saresti arrivato a scriverlo e perderesti quella fetta di pubblico disposta a scucire 20 euro per credere di riuscire a disintossicarsi, grazie a una parabola che si vorrebbe sincera, dalle slot disseminate nei bar, dalle chat di Facebook oppure, più semplicemente, dal crack. A ogni modo la ferita è centrale. Deve esserci un prima e un dopo grazie al quale dare un senso a questa cosa anarcoide che chiamiamo esistenza. Definito lo spartiacque, sarà più facile non solo tirare a campare ma anche tirare giù una scaletta per scrivere.

E invece nel quarto libro di Gary Shteyngart…

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Alla ricerca dello sballo supremo

Unknown“15 gennaio 1953. Hotel Colón, Panama. Caro Allen, sono solo di passaggio per farmi togliere le emorroidi. Non mi sembrava il caso di tornare fra gli indios con le emorroidi.” Così, a dir poco in medias res, William S. Burroughs apriva il leggendario epistolario dello yage con Allen Ginsberg, oggi ripubblicato da Adelphi (pp. 215, € 12,00, a cura e con un’introduzione di Oliver Harris, nella splendida traduzione di Andrew Tanzi).

Ma che ci faceva da quelle parti, il mefitico tossico metropolitano?

Qualche anno prima aveva chiuso il romanzo La scimmia sulla schiena ripromettendosi di partire alla ricerca di un Santo Graal psichedelico, un paradiso perduto per chi, oltre che straniero in terra propria, si sentiva esule anche nel proprio corpo. “Lo yage potrebbe essere lo sballo supremo.” The Final Fix, recita l’ultima riga. La visione? L’estasi? La morte? Un po’ tutto questo. “La Città Composita dove tutte le potenzialità umane si distendono in un vasto mercato silenzioso.” Ipse dixit.

A Burroughs gli Stati Uniti andavano stretti e poi non riusciva a pubblicare niente per i contenuti troppo espliciti. E allora via, a bordo di tre caravelle tossiche – i postumi dello yage stesso – la purga (nausea), la chuma (vertigini) e la pinta (visioni), mezzo Cristoforo Colombo e mezzo Che Guevara, un po’ Castaneda e un po’ Indiana Jones, Burroughs si imbarca alla ricerca di questa fantomatica liana dagli effetti magici, in grado di spalancare mondi interiori e universi cosmici, tenendo aggiornato il suo compagno di sballo sul proprio girovagare per l’America Latina.

In realtà, come spiega con dovizia di riscontri Oliver Harris, questo libro tutto è fuorché un epistolario. Le lettere vennero spedite e poi perdute o riscritte dal 1953 al 1963. Si aggiunse un epilogo, dove in ritardo di sette anni Ginsberg finalmente rispondeva raccontando la sua terrificante esperienza con la droga e Burroughs lo liquidava da par suo (“Caro Allen, non c’è niente da temere”: grazie tante), poi un ulteriore poscritto con un’altra breve cartolina di Ginsberg e un’enunciazione di poetica da parte di Burroughs. Oggi il libro si è arricchito di varie appendici, di un gran numero di note e di una cura meticolosa, a infittire un palinsesto già ricco di varianti oscure e di ambiguità narrative (in qualche caso Burroughs, in un crescente vorticoso di schizofrenia, firma le lettere false con il nome vero e le lettere vere con il nome falso di Bill Lee, l’alter ego narrativo).

Che cos’è dunque questo volumetto incandescente e inclassificabile? Le Lettere dello yage sono un diario di viaggio, un trattato di etnopsicofarmacologia, un romanzo d’avventure, un saggio di antropologia, un libro picaresco, una dichiarazione di poetica, un poema in prosa, un ricettario lisergico, una perla di humour nero e tante, tantissime altre cose. Marchettari, catapecchie, dittatori, giungle, pere, vecchi amori omosessuali, sbornie: tutto quanto finisce nel calderone ribollente di una prosa esilarante e cinica. Tanto per dare un’idea: “Sempre la solita Panama. Troie e papponi e puttanieri. ‘Vuoi bella ragazza?’ ‘Signora nuda balla?’ ‘Mi guardi fottere mia sorella?’ Ci credo che mangiare costa tanto. Non ce la fanno a tenerli in campagna. Vogliono venire tutti nella grande città a fare i papponi.” O ancora: “Sulla barca ho parlato con un uomo che conosce la giungla ecuadoregna come la sua fava. Sembra che i commercianti della giungla depredino periodicamente gli auca (…) e si portino via le donne, che tengono in gabbia a scopo sessuale. È interessante. Magari riesco a catturare un ragazzino auca. Ho ricevuto istruzioni precise su come assalire gli auca. (…) Copri entrambe le uscite della casa auca e spari a tutto quello che non ti va di scoparti.”

Forse la droga non gli regalò una volta per tutte il diritto alla visionarietà, magari gli sciamani erano solo dei vecchietti cialtroni e lo yage una pianta allucinogena che oggi alimenta una fiorente industria turistica del trip, di sicuro a leccarsi i polpastrelli mentre si sfoglia questo piccolo capolavoro beffardo si rischiano le visioni: pare che qualche vecchio beat le abbia cosparse con un rimasuglio di ayahuasca. Buon viaggio, è il caso di dirlo.

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Psicopatologia da conferenza – IL

UnknownNel 1972, durante una conferenza all’università di Louvain (o Lovanio), in Belgio, il celebre psicoanalista Jacques Lacan venne interrotto all’improvviso da un giovane contestatore. Il ragazzo fece irruzione nell’aula, come un perturbante in carne e ossa, e iniziò a cospargere la scrivania del filosofo di acqua e farina. Mentre lo scapigliato abbozzava uno strambo discorso genericamente contestatario, infarcito di Guy Debord e «nella misura in cui» (più i secondi), Lacan non fece una piega e lo invitò anzi a continuare, proseguendo a fumare incuriosito e chiarendo plasticamente a tutti gli astanti il significato del termine francese “aplomb”. Alla lunga la ribalta annichilì il giovane nichilista il quale a un tratto, annaspando nel vuoto oratorio che s’era guadagnato, si vide costretto a un nuovo coup de théâtre e, passando alle maniere forti, cercò di rovesciare la farina in testa a Lacan. Solo allora, come recitano le didascalie, lo portarono via.

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Il fantasma di Bob Dylan

tumblr_lqen1b6inw1qcu5d9(Ho scritto un pezzo per Rivista Studio su On the road with Bob Dylan, il libro di Larry Sloman in uscita per minumum fax nella traduzione di Chiara Baffa.)

Dylan – come dire Che Guevara o Marilyn Monroe. “Icona”, “emblema”, “fiumi d’inchiostro”. Per riassumere: Hibbing, Duluth (menestrello di), fuga a New York, capezzale di Woody Guthrie, la scena del Village, primo disco che prende le misure, secondo disco, bum!, paladino del folk, bandiera generazionale, voce di un’epoca, Newport, svolta elettrica, traditore del folk, droghe, contestazione, mito interplanetario, incidente di moto, ritiro a Woodstock, quiete familiare, dischi placidi, ritorno sulla strada, Rolling Thunder Revue, divorzio, sbornia mistica, «divento cristiano!», crisi, Live Aid strafatto, tastiere, ennesima rinascita, voce gracchiante, Mtv Unplugged, concerto per Giovanni Paolo II, ogni tipo di kitsch (un disco natalizio; oppure, tanto per citare un distico: «I was thinkin’ ’bout Alicia Keys, couldn’t keep from crying / When she was born in Hell’s Kitchen, I was living down the line», “Thunder On The Mountain”, 2006). Ora: novembre in Italia, tre date a Milano, due a Roma e una a Padova, tappe di quel Never Ending Tourcominciato in realtà nel momento esatto in cui mise piede fuori di casa in giovane età («Ho cominciato a fumare a undici anni e ho smesso una sola volta, per riprendere fiato»).

Cosa aggiungere?

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Alfabeto Bleeding Edge

Unknown(È uscito per “IL”, mensile del Sole24Ore, un mio sillabario labirintico sulle idee e i temi del nuovo romanzo di Thomas Pynchon, Bleeding Edge, che uscirà in Italia per Einaudi Stile Libero nella traduzione di Massimo Bocchiola. Forse online rende un po’ meno, ma ci si può fare un’idea di come fosse impaginato da un’anteprima uscita sul Post.)

ALLEY

Non Tin Pan Alley, nel cuore del Greenwich Village, ma Silicon Alley, equivalente East Coast della quasi omologa valle californiana e sineddoche per la bolla della new economy scoppiata pochi mesi prima dell’incipit. Primavera 2001 a New York: non c’è più del marcio in città, visto che Giuliani ha già reso «tutto quanto orrendo e lobotomizzato, proprio come piace a loro». È una metropoli sottilmente corrotta in attesa degli aerei e, stando all’esergo di Westlake, è la co-protagonista di questo software-boiled.

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Mi piacerebbe scriverti

sul corpo. Scoprirti per coprirti

di scarabocchi, farti due occhi

sulle chiappe, disegnare

le mappe del tesoro dell’oro

dell’amore, segnare

le ore sul tuo seno pieno,

un punto di domanda sul fianco,

una luna sulla caviglia, una

parola sopra il tuo pudore.

Mi piacerebbe scriverti

qualcosa come un fiore,

come una festa. Scriverti

perfino una poesia: questa.

L’uomo con la macchina sparasottotitoli

apartment-end-title-screen(È online il mio tragicomico articolo uscito su IL di ottobre intorno al mondo infero delle cineteche.)

Come usano dire le soubrette, il cinema è sempre stato la mia passione, così quando anni fa una cineteca mi propose di stilare qualche comunicato stampa, accettai. Soprattutto avevo accesso alla sala gratis: se conoscevo una ragazza reclusa e con una vaghezza autistica per i primi piani di Dreyer, potevo sempre portarla lì senza spendere un soldo. In breve la collaborazione si diversificò e mi fu proposto di tradurre le didascalie per qualche documentario. Convinto che fosse l’inizio di una qualche carriera, rimasi male quando mi proposero di lavorare in sala. «Come maschera?» domandai, ansioso per il declassamento. «Come proiezionista. Solo che non dovrai occuparti della pellicola, ma dei sottotitoli».

Grazie ai film guardati in dvd o mandati dalla tv satellitare, siamo abituati a considerare i sottotitoli parte integrante della visione, sincronizzati a puntino. Così, quando assistiamo alla proiezione di un film, pensiamo che la didascalia sia bilanciata automaticamente sulle immagini. Non è così. Nelle cineteche e ancor più spesso durante i festival, dove i film arrivano ancora allo stato brado (e a volte lo rimangono), esiste un individuo in carne e ossa, una figura oscura che da una piccola cabina alle spalle di tutti segue il film passo per passo, parola per parola, e proietta un sottotitolo dopo l’altro schiacciando, ebbene sì, un tasto.

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Un reading per piano, voce e shurrouruuruuruuruuruuruurkdiei

images-1Mercoledì 24 luglio, alle ore 18, presso la Fondazione Querini Stampalia (Castello 5252, Venezia) nell’ambito del Venezia Jazz Festival, per una rassegna curata dal grande e infaticabile Stefano Spagnolo, terrò una lettura ispirata al racconto “Dove finisce la strada” (da L’unico scrittore buono è quello morto), reintitolata “Jack Kerouac mi ha rovinato la vita”, rivista e recitata ad hoc (qui si trova l’inizio del racconto).

Insieme a me ci sarà il musicista Davide Zilli, che monkeggerà al pianoforte, mentre io mi accontenterò di suonare una fantomatica shurrouruuruuruuruuruuruurkdiei.

(Oh, martedì 23 ci saranno Roberto Ferrucci & Pietro Tonolo e giovedì 25 Paolo Nori & Carlo Boccadoro: tutta roba buona, come diceva il pusher di Jack.)

L’ingresso è libero fino ad esaurimento posti. Seguirà rinfresco e forse addirittura qualche satori.

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Piccolo dizionario delle malattie letterarie – IL

hemingway-bedÈ uscito su IL, il mensile allegato al “Sole24Ore”, un estratto dal “Piccolo dizionario delle malattie letterarie”. Eccone qualche assaggio:

Anacoluto. Affezione di ceppo emiliano che spinge il paziente a scrivere come un bambino di sei anni in nome dell’antintellettualismo: “At let l’oltimm racaunt de x?” “Anca lo’ s’è ciape’ l’anacolut.”

Blog. Temibile forma di reflusso gastrico diffusa in Rete. “Hai un blog?” “Sì, purtroppo.”

Booktour. Pandemia di presentazioni inutili. “Questo autunno ci aspetta un booktour.”

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