Ho rapito Dave Eggers – IL

BookMR  Sveglia.

DE  Oddio. Dove sono?

MR Su IL.

DE  …

MR È il magazine de Il Sole 24 Ore.

DE  Ma cos… Perché?

MR Il sonnifero t’ha rintronato? Non hai scritto un libro?

DE  Nove, ne ho scritti.

MR Dove non poté il cloroformio, poté la vanità. Parlavo dell’ultimo. Non Il cerchio, che è uscito per Mondadori. Quello nuovo. Il titolo almeno te lo ricordi?

DE Your Fathers, Where Are They? And the Prophets, Do They Live Forever?

MR Bravo, io non ce l’avrei fatta. Una cosina appena pomposa. È la Bibbia, vero?

DE Vecchio Testamento, il profeta Zaccaria.

MR Immaginavo.

DE Cosa vuoi?

MR Parlare, Dave.

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A caccia di Philip Roth con Giulio D’Antona

Philip Roth(Qualche settimana fa Giulio D’Antona mi ha chiesto di raggiungerlo in un pub per fare quattro chiacchiere su Philip Roth. Il risultato è una conversazione finita sul suo bel blog di affari americani chez l’Espresso.)

Parlare di Philip Roth con Marco Rossari è come osservare uno chef stellato mentre dispone una parata di quaglie alla cacciatora su un letto di patate dolci. Bisognerebbe stare in silenzio e reprimere gli istinti di partecipazione, ma l’acquolina rende tutto molto più complicato. Prima di andare a caccia del mio rinoceronte bianco per la prima volta, siamo rimasti poco più di un’ora seduti fuori da un bar di Milano, con i tram che ci sferragliavano accanto e una sfilza di birre sotto il naso, a dirci tutto quello che c’è da sapere su quelli della sua specie. Lui ordinava e io gli andavo dietro. Ho provato in varie occasioni a inserire la conversazione in un contesto più ampio, ma proprio come è impossibile servire le quaglie di uno chef stellato a contorno di un’insalata marinara preconfezionata, sarebbe sbagliato relegare quello che segue a gregario di un altro discorso.

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La donna che sparì in un telefono

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Che cosa c’è di tanto speciale lì dentro.

Solo dopo quella frase decise di fare sul serio.

Prima sapeva solo di averlo sempre con sé. Passeggiava fissando il display, soffriva durante la doccia quando non poteva tenerlo con sé, controllava gli account tra le venti-trenta volte prima di andare a dormire. Spesso si svegliava dopo mezz’ora di sonno: giusto per verificare le notifiche, lo stato di salute online, la vita.

Come tutti.

Niente di che.

La sua mente era sempre accesa. Spesso all’alba si svegliava come… come… L’unica immagine che le veniva in mente era quella con il suo telefono non appena lo metteva in carica e faceva quel confortante ronzio. Si svegliava come se una lenta scossa l’avesse appena attraversata.

L’elettricità era dolcissima.

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Percival Everett e gli scrittori che se ne fregano – Rivista Studio

timthumb.php«Sono il padre di mio figlio. Vi racconterò la mia storia o le mie storie come farei raccontare a lui la mia storia o le mie storie. E se credete a questo, ho anche un ponte che vorrei vendervi». Un uomo va a trovare il padre nella casa di riposo dove l’ha lasciato a passare gli ultimi anni di vita. La casa di riposo è – come capita – un luogo orrendo, dove i vecchi sono vessati dalla Banda dei Sei, un gruppo di infermieri senza scrupoli. Nel frattempo l’anziano padre ha cominciato a scrivere un romanzo in cui la voce narrante è quella del figlio. O forse è il figlio a fingere che a scrivere sia il padre, perché si sente in colpa per averlo trascurato. O forse non è niente di tutto questo. E poi a chi appartengono tutte le storie che zampillano a ogni pagina? Ai lettori? All’autore? Esiste un lettore se non c’è un autore? E tutti questi personaggi – il gruppo di nonnetti decisi a scappare dalla clinica, il pittore che scopre di avere una figlia illegittima, due fratelli grassi che trafficano in metanfetamine, un allevatore di cavalli corteggiato da una veterinaria – potranno mai essere reali? E perché cambiano nome e professione senza un motivo? E com’è possibile che il libro riesca a essere comunque appassionante, divertente, colto?

Benvenuti a una nuova corsa su quell’ottovolante dottissimo e demenziale che è l’immaginazione di Percival Everett.

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Martin Amis e il male – IL

Martin-Amis-Zone-of-InterestIn un racconto di J. M. Coetzee l’ineffabile alter ego dell’autore, la scrittrice Elizabeth Costello, viene chiamata a dire la sua sul “problema del male” e, davanti a un collega che ha raccontato i campi di concentramento con eccessiva disinvoltura, si domanda se non sia pericoloso «scendere nei più oscuri territori dell’anima», se dire l’indicibile non sia soltanto un peccato di hybris ma anche di vanità, da cui non si esce indenni. «Osceni: non solo gli atti dei carnefici di Hitler, non solo gli atti del boia, ma anche le pagine del libro (…). Scene che non possono reggere la luce del sole, dalle quali bisognerebbe difendere gli occhi delle fanciulle e dei bambini».

È un tema che riecheggia quello più ampio scaturito dalle pagine di Se questo è un uomo. Primo Levi, assetato, allunga una mano fuori dalla baracca per staccare un ghiacciolo e una guardia glielo strappa di mano. «Perché?», gli chiede. «Qui non c’è un perché», risponde quello. Se il discorso intorno al Male nazista (o al “mistero Hitler”, com’è stato intitolato in Italia un magnifico studio di Ron Rosenbaum sull’intera questione) resta un quesito irrisolvibile per chi è sopravvissuto ai campi, maggiori dubbi suscita negli scrittori che vi si avventurano soltanto grazie allo studio e all’immaginazione. Non a caso Vercors divise il suo racconto Le armi della notte, che racconta di un superstite dei campi di concentramento, in due parti denominate “Orfeo” e “Euridice”: è dato girarsi e raccontare l’inferno? Non soltanto: è morale scegliere di inoltrarsi “in quelle tenebre”, per citare il titolo di un celebre libro di Gitta Sereny sul comandante di Treblinka? E come va fatto?

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Da che parte ci tirano le ombre (su Giovanni Raboni) – Rivista Studio

1461-pagIl 16 settembre 2004, dopo un’agonia di qualche mese, moriva Giovanni Raboni.
Come in un brutto film agiografico, era stato colpito da infarto proprio alla macchina da scrivere, proprio mentre buttava giù il coccodrillo dell’amico Cesare Garboli. «Scriveva, proprio scriveva, ed ha piegato il capo, si è chinato, un inchino straziante, interminabile, che era anche una lotta, una lotta per la vita e contro la morte» scriveva il giorno successivo un patetico (nel senso di patetico) Franco Cordelli sul Corriere della Sera. Ricordo la telefonata di un amico per lamentarsi di una sua ipotetica conversione in articulo mortis, che a me risultava irrilevante. Gli avevo fatto notare che il dialogo con il sacro andava avanti in Raboni da sempre (considerato che già il suo primissimo componimento dava voce a San Giovanni Battista), tanto che lui si definiva un «non-ateo», ma niente: l’invettiva era partita e me l’ero sorbita fino alla fine. Tutti impavidi con la morte degli altri.

È morto un poeta, pensai invece io, citando con automatismo pavloviano, l’orazione funebre estemporanea e disperata di Alberto Moravia ai funerali di Pier Paolo Pasolini, un monito rivolto alla ferocia bigotta della società che scaturiva però dal nucleo bruciante di una fraterna amicizia: «Abbiamo perso prima di tutto un poeta e di poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto dentro un secolo! (…) Il poeta dovrebbe essere sacro!». Era il poeta-vate, il poeta che indica la via. Anzi, il Poeta con l’iniziale maiuscola (ribadita, per certi versi, in quel triplice, ossessivo PPP). E invece proprio quel giorno di novembre del ’75, Pasolini, che Raboni aveva definito appunto poeta «nel cinema come nel teatro, nella pubblicistica come nel romanzo – in tutto, sarei tentato di aggiungere, assumendomi la non lieve responsabilità dell’ipotesi, tranne che nelle poesia», cominciò a non-morire, a deambulare per le patrie lettere come un rimprovero disincarnato, paradigma e misura fantasmatica di ogni indignazione. È morto un poeta, pensai, così qualche giorno dopo in una splendida giornata di settembre, decisi di andare – o meglio strisciare – ai funerali che si sarebbero svolti nella basilica di Sant’Ambrogio.

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Sui ringraziamenti – Rivista Studio

timthumb.phpC’era una volta il paratesto, ossia ciò che il critico strutturalista Gérard Genette chiamava le «soglie», tutto ciò che sta intorno al contenuto del libro e che accompagna il lettore all’interno delle pagine: copertina, risvolto, dedica, prefazione e via dicendo. Un tempo si trattava di una faccenda innocente, perfino seria: quando un autore classico dedicava il volume a un certo personaggio, estingueva un debito per nulla metaforico. Con il passare degli anni, è diventato il terreno dove esercitare ulteriormente la propria strabordante creatività. Scrittori non solo televisivi che finiscono con il loro faccione in copertina; quarte pseudo-umoristiche; dediche autoreferenziali (tipo quella dell’ultimo romanzo di Isabella Santacroce: sì, «a Isabella Santacroce»); epigrafi con la mail e il numero di telefono da rimorchio accanto a una frase apocalittica di Thomas Bernhard. Gli esempi non si contano. Conosco una persona che in esergo al proprio esordio ha chiesto la mano alla ragazza: nessuno nutriva dubbi sulla buonafede del gesto, ma certo la sfrontatezza non metteva la fanciulla nella disposizione più serena per decidere se accettare o no (alle pubblicazioni, per di più). In tutto questo c’è una zona dove forse l’estro ha trovato terreno ancora più fertile ed è quella, in fondo al libro, dove allignano i famigerati omaggi ad amici e non solo.

“Gratulatoria”, “Nota”, “Explicit” o un più modesto “Ringraziamenti”: in coda, che sia miele o veleno, arriva quasi sempre un corposo elenco di persone (o animali, come vedremo) da ringraziare o gratificare o ingraziarsi. Un cahier di benedolenze che sta diventando un genere a sé stante, tanto che gli scrittori Carolina Cutolo e Sergio Garufi hanno pensato bene di raccoglierne una scelta in Lui sa perché. Fenomenologia dei ringraziamenti letterari (con una prefazione di Stefano Bartezzaghi e un contributo di Umberto Eco, Isbn, 208 pp., 14 €), che abbraccia la narrativa italiana degli ultimi vent’anni. Da un campione tutto sommato esiguo, emerge uno spaccato eloquente di un angolo preposto alla gratitudine e degenerato in un catalogo di vanità e nonsense involontariamente comici, da cui non si salva nessuno – nemmeno gli autori, che in fondo al testo non potevano non ripercorrere ogni tipologia del catalogo, anche per farsi perdonare di avere ridicolizzato mezza editoria italiana.

(Continua a leggere su Rivista Studio.)

(Qui la puntata di Pagina 3, su Radio3Rai, in cui è stato letto il pezzo.)

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Dylaniati – IL

feinstein-04Com’è che la gente quando parla di me va fuori di testa?», sbottava Bob Dylan in un’intervista. Certo, sebbene una volta lui e la prima moglie si siano svegliati con un uomo ai piedi del letto che li fissava incantato, gli manca un Mark Chapman. Ma non esiste personaggio della cultura rock che abbia attirato folle di sbiellati e visionari quanto l’autore di Like a Rolling Stone.

I dylaniati – ossia, gli schiantati di un culto dilaniante – trasformano psicolabili come gli springsteeniani e gli onedirectioners in imperturbabili savi. Ogni suo fan tende a essere come quello che gli disse: «Io so tutto di te, ma tu non sai niente di me». Per una volta, la risposta di Dylan non fu sibillina: «Lasciamo le cose così». Ora un libro del giornalista David Kinney (The Dylanologists, Simon&Schuster) ne ripercorre le tipologie, tracciando in filigrana una storia della sua vita e della cultura americana. Che cos’è Dylan? Un buco nero, un’anamorfosi vivente, un enigma insolubile? Ecco un catalogo ragionato della patologie che scatena.

(Continua a leggere sul sito del Sole24Ore)

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Lector infausto

too_many_books_teacherPrima di iniziare, lo scrittore volle chiedere consiglio a un eminente intellettuale. Il grande pensatore lo ricevette nello studiolo. Esauriti i convenevoli, gli domandò per prima cosa se leggesse i contemporanei.
“Non tanto,” ammise il nostro.
“Ma se non legge i contemporanei, come può pretendere che costoro leggano lei?”
Il ragionamento non faceva una grinza.
“E poi si ricordi di Agostino.”
“Agostino?”
“Nel corso di una terribile crisi spirituale, gli arriva la voce presaga di un bambino dalla casa dei vicini. E cosa gli dice?”
“Cosa gli dice?”
“Gli dice: ‘Tolle, lege; tolle, lege’. Prendi e leggi, prendi e leggi. Capito?”

Tornando a casa, il nostro passò in libreria e acquistò una decina di libri, tanto per cominciare. Nel corso dei giorni, saccheggiò la biblioteca comunale e prese in prestito tutti i contemporanei che gli riuscì di trovare. Smaltiti questi, provò a tenersi aggiornato, abbonandosi alle riviste più importanti.
Passato qualche anno, ormai non più di primo pelo (immaginando che, anche per questo, fosse arrivato una buona volta il suo momento), chiese udienza al maestro, il quale lodò sì la sua conoscenza dei contemporanei, ma notò evidenti lacune in fatto di classici, moderni e non.
“Come può pensare di parlare ai posteri se non conosce i capostipiti?” chiosò saggiamente il professore. “I classici sono i contemporanei del futuro, uno scrittore che non li ha letti equivale a un albero senza radici!”
Argomento pregnante.

Il nostro si rimise al lavoro e cominciò a smaltire i grandi del ’900, piano piano, uno dopo l’altro, parola per parola. Non solo gli Hemingway e i Gadda, ma anche Ivo Andrić, Yasunari Kawabata, Camilo José Cela. Grandi e piccoli, compulsando la garzantina di riferimento.
E i minori! Antonio Delfini, Martin Buber, Willa Cather.
“I minori non esistono,” borbottò una sera trionfante, mentre sbirciava allo specchio un filo bianco nei capelli. “E nemmeno le opere secondarie.”
Avanti tutta: le commedie di Ionesco, l’epistolario di Kafka, i saggi di Canetti. Quindi passò alla grande stagione ottocentesca, gli albori del romanzo, la poesia barocca del Seicento. Tolstoj, Shakespeare, Dante… Macché: i racconti di von Kleist, le acrobazie linguistiche di Sterne, le liriche di Góngora, via via fino a Cecco D’Ascoli, Rustico Filippi e l’indovinello veronese. E poi ancora più a ritroso, fino ai classici latini e greci. Che gaudio intellettuale, Sallustio! Che meraviglie stilistiche in Tito Livio! E Giovenale?
Una sfacchinata, ma quanto senno! Certo, la miopia costrinse il nostro a inforcare un paio di occhiali e la schiena gli doleva non poco, ma ne era valsa la pena.

Prese il telefono e chiamò nuovamente il pigmalione, che tuttavia nemmeno questa volta aveva buone notizie.
“E le scienze sociali? Non vorrà trascurarmi la storia delle religioni, l’antropologia, la sociologia. Santo cielo, gli scritti meravigliosi di Galileo Galilei, I vangeli gnostici, le illuminazioni di Engels. La filosofia, amico mio, e la scienza!”
E allora sotto con Il ramo d’oro, L’origine delle specie, Totem e tabù. Giordano Bruno, Platone, Baruch Spinoza. Il nostro scoprì che la Bibbia era la madre di tutte le storie, che Nietzsche stracciava il più violento dei beat, che Einstein stringeva in pugno il senso del mondo.
Quando alzò gli occhi dall’ultima riga del Kitab al-Mawaqif, il Libro delle Dimore di Muhammad Ibn Abd Al-Jabbar Al-Niffari, una lacrima gli velò la vista, già offuscata dalla cataratta.

Con tutti quegli acciacchi, non gli fu facile alzarsi dalla poltrona e avvicinarsi al telefono. Avrebbe voluto parlare con il magister e riferirgli che lo scibile riposava saldo nelle sue sinapsi, ma le sinapsi stesse non ricordavano più il numero di telefono. Provò a scartabellare in una vecchia agenda, ma quando compose il numero dall’altro capo del filo rispose la voce di una ragazzina che dell’insigne non aveva mai sentito parlare.
“Lei è una studiosa?” balbettò il nostro.
“Qualcosina la leggo anch’io, nonno.”
“E cosa sta compulsando, di grazia?”
“Tre metri sopra il cielo.”
Non ne aveva mai sentito parlare. Evidentemente qualcosa gli era sfuggito. Grazie all’interessamento della fidata badante, riuscì a procurarsene una copia. Lo lesse alla luce del lume, trovandolo insipido. Ora poteva davvero dire di aver letto tutto.
Animo, era arrivato il momento di mettersi al lavoro.
Si accomodò alla vecchia macchina da scrivere e fece un bel respiro, che divenne uno sbuffo e infine un rantolo. Mentre rimetteva l’anima a Dio, venne immalinconito dal pensiero di aver letto tutto, ma proprio tutto, tranne se stesso.

(Questo racconto viene da questo libro.)

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La scrittura bighellona di Teju Cole – IL

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(Questo articolo è uscito su IL, supplemento mensile al Sole24Ore.)

Prendendo in prestito un aforisma di Archiloco, Isaiah Berlin scrisse che gli scrittori si dividono in due categorie: quelli riccio e quelli volpe. In sostanza, quelli che cullano una sola idea fissa da rimuginare in ogni libro e quelli curiosi che invece cambiano di continuo. La sintesi era che la volpe sa tante cose, ma il riccio ne sa una grande. In fondo non era un giudizio qualitativo e di sicuro non esaurisce la gamma offerta dalle lettere, però aiuta a mettere a fuoco un approccio alla scrittura e al mondo. La ripartizione torna in mente davanti al lavoro di uno scrittore come Teju Cole.

Di origine africana, Cole è nato negli Stati Uniti e cresciuto in Nigeria. Ha studiato psicologia e ha esordito nella narrativa con un libro intitolato Città aperta, pubblicato da Einaudi nella bella traduzione di Gioia Guerzoni, dove raccontava la vita riflessiva di Julius, emigrato africano di stanza negli Stati Uniti, padre nigeriano e madre tedesca, che studia psichiatria e bighellona per la New York post-11 settembre, ponderando identità, guerra al terrorismo, infanzia e Storia. In debito con le divagazioni di Sebald, il romanzo era un tentativo di flânerie metropolitana e seguiva (o meglio: si perdeva dietro) un senso di sradicamento, sbandando in tante piccole meditazioni digressive. Come il funambolo che nel 1974 attraversò le Torri, Città aperta oscillava tra romanzo e saggio, tra elucubrazione filosofica e istantanea poetica.

(Continua a leggere sul sito del Sole24Ore.)

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