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Don’t Shoot the Translator

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(Questo articolo è uscito sul Corriere della Sera qualche mese fa.)

Nel Settecento un predicatore londinese terrorizzava i fedeli dal pulpito con queste parole: “Non dovete mai dimenticare che questo libro…” e a quel punto sollevava la Bibbia di re Giacomo, “non è la Bibbia, ma una traduzione della Bibbia”. Parole sante, è il caso di dirlo. Anche se il pistolotto deve avere illuminato troppi cuori. Ormai è una litania, un tormentone. “Com’è il romanzo?” sonda l’incauto. “Così, così”, sermoneggia l’interlocutore, “sarà colpa della traduzione”.

Può essere un critico, un blogger o una brava persona, non importa: il malanimo verso un libro — magari mediocre o, peggio, grandiosamente complesso — si concentrerà sull’operato dell’oscuro mestierante. La sentenza è equiparabile a luoghi comuni come “non esistono più le mezze stagioni” o “tutti i politici rubano”. O ancora, arcanamente connesso al discorso, “i traduttori sono sottopagati”. E allora, verrebbe voglia di chiosare, parafrasando il detto da balera, pardon saloon: “Don’t shoot the translator”. Anche perché generazioni di intellettuali si sono formati su versioni raffazzonate di classici moderni, variazioni di capolavori poetici, avventurose trasposizioni di saggi.

In libreria aleggiano ancora lo Shakespeare di seppia curato da Montale, i grandi americani con i paragrafi pressoché riassunti da Elio Vittorini e i memorabili svarioni perpetrati ai danni di “Furore” di John Steinbeck, a partire dal fatto che — anche per la censura fascista — in italiano la tirata sul fantasma di Tom Joad (che ha ispirato prima una canzone di Woody Guthrie e poi una di Bruce Springsteen) è puf svanita. Non solo, a nessuno è mai passato per la testa che Norman Mailer intendesse il titolo del suo capolavoro “The Naked and The Dead”, ebbene sì, al plurale. E infine da anni la povera impiegata di T.S. Eliot torna a casa sulle pagine della “Waste Land” e stende alla finestra le sue “combinazioni” (“combinations”, in originale, che nelle innumerevoli traduzioni nessuno ha avuto il coraggio di restituire, almeno una volta, con “sottoveste”). Per carità, niente accanimento: si trattava in gran parte di traduzioni pionieristiche, storicizzabili, idiosincratiche (eppure quanti genocidi linguistici sono stati compiuti in nome delle trasposizioni “d’autore”!). Ma se la forza dell’Ottocento russo è sopravvissuta alle rese dal francese, in un’epoca viceversa di eccellenti traduzioni potrà la nostra serenità restare tale davanti a una svista, a un intoppo, a una zeppa?

E invece capita di ricevere telefonate notturne dall’amico prostrato: “A pag. 322, nella scena della serra, ho confuso urtica dioica con urtica urens, gli anobiiani non me lo perdoneranno mai”. Intendiamoci, è bene tendere alla perfezione, ma accantoniamo le isterie. Si racconta che perfino il bue e l’asinello nascano da un apocrifo. Maria depone il bambino nella mangiatoia e la profezia di Abacuc si adempisce: “Ti farai conoscere in mezzo a due animali”. Il testo greco della Bibbia, che recitava “in mezzo a due età (“zoòn”), aveva mandato in confusione il traduttore latino, il quale lo prese per zòon (“animali”). Se ci siamo abituati ad avere nel presepe una fantasmatica accoppiata animale imputabile a uno strafalcione, riusciremo ad avere misericordia per il fidus interpres alle prese con un giallo?

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Virginia e Anna. Di armonia risuona e di follia

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(Questo articolo è uscito sulle pagine del Corriere della Sera qualche settimana fa.)

“In primo luogo, è pacifico che tutte le passioni rientrino nella sfera della follia.” È stato con queste parole di Erasmo da Rotterdam in testa, probabilmente, che qualche tempo fa un insegnante austriaco, in quel di Innsbruck, ha deciso di tenere lezioni regolari su un tema tanto delicato agli studenti delle scuole secondarie. L’obiettivo era avvicinarli a un discorso risospinto di continuo ai margini non tanto degli istituti scolastici, quanto della società e della vita civile stesse. Ed è senz’altro sulla falsariga di questo esempio che Eugenio Borgna – psichiatra vincitore del Premio Bagutta nel 2005 con L’attesa e la speranza – ha tenuto un seminario in un liceo di Novara per riprendere il filo di quel ragionamento intorno alle zone grigie tra malattia e creatività, tra norma e follia. Anche per ribadire che la nostra vita, stando al verso di Georg Trakl che regala il titolo al libro (“Campi del sapere” Feltrinelli, pp. 210, € 18) tratto da quelle lezioni, risuona di armonia e di follia, oscillando a volte impercettibilmente tra questi due poli.

Ma forse i presupposti risalgono a un momento ancora precedente.

“Vedo come danzano le stelle d’oro, / ancora è notte, ancora è il caos come mai ancora.” Sono due versi scritti da Ellen West. Non è una poetessa molto famosa. Anzi, a dirla tutta non è proprio una poetessa. Si trattava di una paziente di Ludwig Binswanger, massimo esponente della psichiatria fenomenologica (una branca che, per semplificare, interpreta la malattia mentale come uno dei modi possibili di porsi dell’essere umano). Il celebre psichiatra riportò i conati poetici di questa giovane donna in un saggio sulla sua degenza in clinica psichiatrica, per alcune turbe legate all’anoressia, e sulla successiva dimissione, culminata in un tragico suicidio. In quel dialogo tra psicosi e poesia, Binswanger si sforzava di rinvenire ed evidenziare il confine evanescente in cui l’una trapassasse nell’altra e viceversa.

Partendo da questo illustre presupposto, Eugenio Borgna ha continuato a esplorare nella propria opera la “sorella sfortunata della poesia”, e cioè il territorio della malattia mentale, in un modo nuovo. Non l’ha fatto da un punto di vista clinico, ma appunto fenomenologico, per cercare nel buio della mente una testimonianza sui tanti orizzonti e sulle innumerevoli gradazioni presenti nel dolore, nella malinconia e nella colpa, tanto negli artisti quanto nell’uomo comune. Qual è la realtà della follia? Qual è la sua immagine? E le opere del pensiero, come già suggeriva Franco Basaglia, non possono aiutare a decifrare le spirali, tuttora misteriose, della schizofrenia, della depressione e della psicosi?

Da qui parte un lungo percorso che si snoda attraverso le malinconie presaghe della poetessa suicida Antonia Pozzi (“Quando dal mio buio traboccherai / di schianto / in una cascata / di sangue – / navigherò con una rossa vela / per orridi silenzi / ai crateri / della luce promessa”), l’abissale misticismo di Teresa di Lisieux (“O Gesù! (…) Lasciami dirti che il tuo amore arriva fino alla follia…”), la malinconia creatrice di Søren Kierkegaard e lo straziante carteggio tra i poeti Nelly Sachs e Paul Celan, in un tentativo, davvero disperato, di chiedere aiuto a poesia e filosofia per decifrare i fenomeni della vita psichica.

È possibile intravedere nei deliri di Septimus l’ombra della fine che avrebbe fatto l’autrice della Signora Dalloway? Possiamo intuire qualcosa del peso che sovrasta l’anima del depresso in un quadro di Arnold Böcklin? Borgna procede come un Pollicino impavido, ogni volta smarrito in un bosco terrificante, e raccoglie uno dopo l’altro le tracce tormentate di chi è passato di lì, disseminando la propria opera di segnali e richieste d’aiuto, citazioni e squarci tragici. Quindi raffronta questi estratti con gli sfoghi espliciti, quasi urlati, dei suoi pazienti (Claudia, Elena, Raffaele: persone comuni), affetti dalle stesse malattie, con il risultato di farci leggere l’alienazione con gli occhi dell’arte e la poesia con gli occhi della malattia.

“Dilatare l’area della normalità nella follia e della follia nella normalità”, ci dice Borgna, deve essere la prassi di qualsiasi psichiatra, per capire che in ogni esperienza psicotica vivono zone di non-follia e, per usare due parole care a Simone Weil, che in ogni ombra c’è un po’ di grazia. Così le parole furibonde di Friedrich Nietzsche possono riecheggiare in quelle di un uomo precipitato nell’abisso della depressione, nel tentativo di riallacciare un dialogo necessario tra medico e paziente, tra vita e non-vita, in cui davvero, per rubare le parole usate da Cristina Campo in riferimento a Virginia Woolf, ogni artista, e prima ancora ogni essere umano, sembra solo nella propria esistenza come il ragno “unicamente sostenuto e insieme prigioniero del tessuto che ordisce (…) questa trama senza sosta riprodotta dalla creatura che vi corre sopra, attenta alla minima smagliatura, allo strappo più lieve: perché realmente la trama è seduta sopra un abisso, realmente un piede in fallo può significare la fine”.

Ecco che allora le affinità potranno emergere tra le esperienze più disparate e disperate, in un continuo e lacerante gioco di echi, dove l’obiettivo è sempre quello di riaffermare la dignità negletta dell’infermo. Se dal 1978, anno della legge Basaglia che chiuse i manicomi e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio, il malato non è più condannato alla reclusione, ciononostante continua a venire discriminato, come una colpa o un presagio infausto, nella vita quotidiana delle famiglie e della società civile. Non solo, emarginato nell’idea generale che abbiamo di lui. Incompreso e impenetrabile, il paziente finisce in un vuoto che non ha eguali. E forse accostare la voce di un classico a quella di uno sconosciuto qualsiasi può aiutare a capire.

Lo dimostrano questi due brani.

“Perché mai è così tragica la vita; così simile a una striscia di marciapiede che costeggia un abisso. Guardo giù; ho le vertigini; mi chiedo come farò ad arrivare alla fine. Ma perché mi sento così: ora che lo dico non lo sento più. Il fuoco arde; stiamo andando a sentire l’Opera del mendicante. Eppure è intorno a me; non riesco a chiudere gli occhi. È una sensazione di impotenza; di non fare nessun effetto.”

E poi: “Non voglio guarire, sì voglio guarire, ma non guarisco. (…) È una disperazione, è un caos. Mi faccia morire. Faccio diventare matti tutti. Non mi faccia più soffrire, sia bravo. Vorrei fare una cosa, e poi riprendere quella sofferenza. Mi faccia dormire, tanti giorni.”

Il primo è tratto dai diari di Virginia Woolf. Il secondo dalle sedute di una paziente anonima. Nel libro prende il nome semplice e bello di Anna.

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La stanza di Rodinsky

rr(Qualche tempo fa è uscito un libro straordinario per l’editore Nutrimenti, in una meritoria e coraggiosa collana diretta da Filippo Tuena, “Tusitala”. Prima di tradurlo, avevo scritto qualche riga, che pubblico ora qui di seguito. Qui si trova anche una splendida recensione di Michele Lupo e qui un bel pezzo del Guardian.)

L’antefatto di questo libro (Rachel Lichtenstein e Iain Sinclair, La stanza di Rodinsky, Nutrimenti 2011, pp. 432, € 19,50) è un vero e proprio giallo. Alla fine degli anni ’60, uno strampalato studioso della Cabala, che conduceva una vita da recluso sepolto sotto una montagna di simboli e codici e viveva nel sottotetto di una sinagoga nel cuore del quartiere ebraico di Londra (per l’esattezza in Princelet Street), sparì nel nulla. Vent’anni dopo la sua camera venne riaperta e trovata intatta, nello stesso identico modo in cui l’aveva lasciata il giorno in cui aveva deciso di svanire. Tutto quanto, calzature e giornali e suppellettili, si trovava nella medesima posizione in cui lui l’aveva abbandonata, sebbene coperto da un dito di polvere.

Il tentativo disperato di questo libro è rimuovere quello strato di polvere.

Artefice ne è la giovane artista Rachel che, in cerca di notizie sui propri antenati e sul quartiere, si imbatte in questo mistero: che fine ha fatto David Rodinsky e perché è scomparso? Quali misteri nasconde la camera abbandonata? Da qui parte una vera e propria quest, un’indagine che sarebbe piaciuta a Edgar Allan Poe, tanto irrazionale quanto avvincente, che la porta da un angolo all’altro di Londra e dell’Europa, da un momento all’altro della storia, di personaggio in persona, per ricostruire la vita di un personaggio eccentrico che sente profondamente affine.

Non solo. Questa ossessione trova un controcanto nei brani di Iain Sinclair, scrittore affermato che viene coinvolto nel progetto suo malgrado e funge quasi da narratore esterno, commentatore ironico, chiosatore coinvolto e allo stesso tempo distaccato. I due scrittori, con le loro differenze (alla prosa semplice e efficace della Lichtenstein si contrappone quella lirica e densa di Sinclair in una felice alternanza di stili), diventano personaggi delle rispettive pagine, in un gioco di scatole cinesi o di specchi, che avvolge in modo estremamente coinvolgente il lettore. Alla ordinata catalogatrice delle ultime scoperte si contrappone l’esploratore di Londra, lo scrittore più arduo, fanatico delle stratificazioni geografiche e letterarie, per creare uno straordinario duetto.

Che cos’è dunque questo libro? È un romanzo con tanti romanzi all’interno, è una detective story (con tanto di agnizioni improvvise), è un saggio di psicogeografia, è un libro di storia della cultura ebraica londinese e non solo, è un appassionante saggio sulla cabala e il misterismo, è un libro-collage denso di splendide illustrazioni (la foto della camera in questione è indimenticabile), è una fiaba dostoevskijana, è una novella yiddish, è un esperimento di auto e nonfiction in cui due scrittori si rimbalzano la palla con risultati sorprendenti. È insomma un librido inclassificabile, proprio per questo tanto più prezioso.

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La grande truffa del jazz

Chet Baker Diane Vavra(Ho pubblicato questo articolo non so più quanto tempo fa. In seguito, per Baldini&Castoldi è uscita l’edizione italiana con il titolo Chet Baker. La lunga notte di un mito e, guarda caso, l’ho tradotta io.)

Se Chet Baker fosse stato Malcom McLaren ora avremmo un film intitolato La grande truffa del jazz. Ovvero, un equivoco che dà vita e sopravvive a una leggenda. E che l’unica corposa biografia (James Gavin, Deep in a Dream. The Long Night of Chet Baker, Chicago Review Press) non può e non vuole risolvere.

Com’è riuscito quel ragazzino nato nel 1929 nel cuore cafone dell’Oklahoma a diventare un’icona del jazz? Se n’erano già accorti i neri della East Coast, quando lui andò a suonare al Birdland di New York. Quello nei sondaggi li stracciava. Da Dizzy Gillespie fino a Miles Davis. E non sapeva nemmeno leggere le note. Ma possedeva un istinto infallibile e, con largo anticipo su James Dean e Marlon Brando, aveva capito come sedurre l’America degli anni ’50, tutta maglioni di percalle e mocassini.

“Egoista, infedele, inaffidabile e vulnerabile: ecco la combinazione più irresistibile al mondo” come lo ha definito Geoff Dyer in Natura morta con custodia di sax. E quando il giocattolo si ruppe e il broncio da modello ferito non era più sufficiente a ottenere ingaggi e vendere dischi, ecco arrivare la droga. Ma non bastava. Tutti si facevano in quel mondo, ma Miles Davis e Coltrane stavano per cambiare la faccia del jazz. Chet era ancora fermo a Gerry Mulligan: una fase cruciale, sì, ma senza evoluzione. Come per Charles Bukowski, ci voleva un mercato che volesse il lato oscuro del Sogno Americano: l’Europa, ovvio.

Baker decise, impossibile capire quanto consapevolmente, di trasformare la sua vita in una serie ininterrotta di concerti e pere in giro per il Vecchio Mondo. Parigi valeva Cleveland, per quanto lo riguardava, ma il pubblico lo idolatrava. E a volte la musica c’era, tante altre no. Eppure in qualche caso la magia si accendeva ancora. Rallentava a tal punto il tempo dei brani da trasformarli in un’esperienza interiore che, chissà come, questo relitto campagnolo con le vene come fil di ferro e l’indipendenza di un bambino riusciva a comunicare a tutto il pubblico.

E tutti gli andarono dietro. Oddio, tutti tranne quelli che aveva denunciato alla polizia per garantirsi una scarcerazione veloce, tanto per fare un esempio. E i critici, per farne un altro. Ma tanti altri sceglievano Chet. O meglio, la loro idea di Chet. Le donne, in primis. Rinunciavano a tutto per lui, prendevano le botte per lui, si drogavano per lui. Una sua compagna lo aiutò a trascinare in strada il cadavere di uno spacciatore morto di overdose. Chet non si può abbandonare, dicevano. Nemmeno quando ti ruba qualcosa e lo rivende per comprare una dose che si inietterà nello scroto proprio nella cucina di casa tua.

Ormai la musica era passata in secondo piano. Coincideva già con la persona. O il personaggio. E l’ultimo a innamorarsene fu Bruce Weber, che gli ha dedicato un documentario in bianco e nero votato a una santificazione al rovescio, una beatificazione dei dannati. Let’s Get Lost, andiamocene (ma anche: perdiamoci), è il titolo rubato a un vecchio standard jazz. Chet lo prese in parola, smarrendosi senza trovare più l’uscita, come un Jim Morrison condannato all’immortalità. Una sconfitta che non trovava un epilogo. Si trasformò in un uomo ridotto a due sole pulsioni che lo stremavano e lo tenevano in piedi. Suonare e farsi, farsi e suonare. Finalmente, a 59 anni, cercò la caduta fatale dalla finestra di un albergo di Amsterdam. È caduto o si è ucciso? Un altro equivoco irrisolto. Chet non si smentì nemmeno in quel frangente.

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Lost in Fiction

tumblr_lghfldpCtf1qamdvqo1_500(Qualche tempo fa ho letto questo pezzo di Vincenzo Latronico che mi ha ricordato questo pezzo di Andrea Tarabbia che mi ha ricordato di un mio pezzo di qualche tempo fa che ripubblico qua di seguito, intorno a fiction e identità.)

Dunque, ricapitoliamo. La trama, prima di tutto. Jim, amico di Ralph, racconta le loro vicende nella California degli anni ’70. Sono due scrittori, e quindi bevono molto, fumano di più, tradiscono la moglie, si tradiscono a vicenda, per poi riappacificarsi e tradirsi di nuovo. Insegnano (più o meno) scrittura creativa e tra una sbronza e l’altra, dopo la solita scopata occasionale nel solito motel, trovano il tempo anche per scrivere, o per vivere quello che scriveranno in futuro. Che poi è la stessa cosa. O no?

Riproviamo. Ralph non è solo Ralph Crawford ma è anche e soprattutto il grande Raymond Carver, amico fraterno di Chuck Kinder, il quale è naturalmente Jim, ovvero l’autore di Lune di miele. Precauzioni per l’uso (Fazi Editore). E non è finita qui. Kinder è stato anche insegnante di scrittura creativa del giovane Michael Chabon, il quale ne ha fatto il protagonista, con lo pseudonimo di Grady Tripp, del suo Wonder Boys (Rizzoli). Nel film di Curtis Hanson tratto dal libro a interpretarlo era un irriconoscibile Michael Douglas. Offuscato dalle droghe e agghindato con una cenciosa vestaglietta rosa, faceva la parte di un professore universitario in crisi, alle prese da quasi vent’anni con un libro mastodontico. Quel libro, quel dattiloscritto sparpagliato sul pavimento sporco della sua stanza, è Lune di miele, che nel 2001, dopo più di vent’anni di faticosa gestazione, ha finalmente visto la luce. Leggendolo, si ha la bizzarra sensazione di avere assistito alla sua stesura grazie alla cortese partecipazione di Hollywood. Oppure di osservare un quadro di Gauguin che raffiguri Van Gogh mentre dipinge Gauguin.

Eppure irritarsi per tutti questi echi sarebbe sbagliato. Perché, pur approfittandone dal punto di vista promozionale, Lune di miele si addentra felicemente nel territorio misterioso della scrittura. Tutti i personaggi di Kinder sono ossessionati dalla doppia vita che rischiano di avere. Non solo chi scrive, che vivendo per scrivere si guarda bene dallo scindere le due cose. Ma anche chi non lo fa, come la moglie di Ralph-Raymond Carver che arringa il giudice del processo per una piccola truffa ad opera del marito, avvertendolo che anche lui ben presto non sarà altro che il personaggio di un racconto (e che alla fine lo è diventato, ma non di un libro di Carver). Realtà e fantasia, fiction e nonfiction si inseguono mordendosi la coda, creando un ambiguo pasticcio alimentato casualmente dal successo del libro di Chabon e dal film. E soprattutto spalancando un abisso vertiginoso sui paradossi dell’autobiografismo.

Perché è vero che Lune di miele può essere letto semplicemente come una scatenata, commovente elegia sull’immaturità cronica di due amici scrittori, senza nulla togliere al valore del libro. Ma è anche vero che è lo stesso Kinder a invitarci nel labirinto delle identità e immortalità future: “Improvvisamente Jim si chiese chi fosse il vero testimone degli eventi che si stavano verificando nelle loro vite, lui oppure Ralph, e quale dei due ne avrebbe portato il significato nella memoria. Per la primissima volta dall’inizio della loro amicizia Jim ebbe un’improvvisa paura di essersi perso, di essere rimasto sommerso, per così dire, nella memoria o nell’immaginazione di Ralph, oppure, cosa ben peggiore, nella sua fama futura”. La morale della favola? Diventate pure amici di uno scrittore. Ma solo se scrivete anche voi.

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Il bambino che sapeva troppo

(Un po’ di tempo fa ho buttato giù qualche appunto dopo aver letto Il tempo materiale, l’esordio di Giorgio Vasta, da non molto ripubblicato in tascabile, Minimum Fax, € 8. Insomma, la posto qua, ma non è una vera e propria recensione.)

Lungo quella estrema linea d’ombra che sono stati i 55 giorni del sequestro Moro (in cui il paese è diventato vecchio e non ha più smesso di esserlo), con una prosa tesissima, quasi poetica, che continua ossessivamente a definire e ad alterare e poi nuovamente a definire il mondo, si snoda questo anomalo romanzo di deformazione, allegorico e visionario, dove tre bambini sovrastati dai dati incongruenti dell’umorismo televisivo e del tragico terrorista fondano una cellula neobrigatista e ne ripercorrono metodicamente le tappe necessarie: alterazione nominale, progressivo straniamento dal mondo, tentativi di pedinamento, primi avvertimenti al sistema (la scuola, in questo caso), proclami enfatici (“tra l’ironia e il ridicolo scelgo il ridicolo” chiosa Nimbo, in uno dei passi più significativi), bomba incendiaria, sequestro di persona, omicidio, clandestinità, catarsi.

“Ho undici anni, sto in mezzo ai gatti divorati dalla rinotracheite e dalla rogna.”

Il primo dato che balza all’occhio è il vero e proprio tradimento del patto narrativo, ambiguo per definizione. Il personaggio che dice “io”, che racconta la storia, ha uno sguardo maturo e una terminologia adulta (a meno di non volere ammettere la possibilità che un tredicenne nella stessa pagina definisca una giostra “inerziale”, le formiche “diramanti” e la pupilla “in miosi”), entrambi impiantati dentro una struttura emotiva infantile; d’altra parte lui stesso si definisce un “non-ragazzino”. Se a un polo della narrativa italiana troviamo i tanti libri dove il protagonista è un bambino che spesso e volentieri viene fatto parlare con un linguaggio ingenuistico, volto a sottolinearne l’incapacità di comprensione, di digestione del male (con un che di vagamente ricattatorio, simile al cinismo dei giornali quando pubblicano i pastrocchi naif dei bambini in tempo di guerra: i prati fioriti, il sole, gli aerei che bombardano), questo libro si colloca finalmente all’estremo opposto. Qui il bambino non solo comprende e descrive il male, ma ne è l’artefice consapevole, in una sorta di ucronia emotiva dove è anche lo scrittore che rievoca.

“Sento che ha ragione, che davvero l’Italia è tiepida, del tutto incapace di assumersi la responsabilità del tragico.”

C’è uno degli appunti selezionati da Italo Calvino nelle Lezioni americane finito in secondo piano, oscurato dalle disquisizioni intorno alla famigerata “leggerezza”, e che mi ha sempre fatto pensare: sto parlando dell’“esattezza”. Scartate le questioni di attendibilità, coerenza, puntualità all’interno di un testo (faccende importanti che pertengono a tutt’altro campo), come sarà possibile misurare invece il grado di esattezza di un romanzo? Ogni scrittore, per come la vedo io, ne sarà ossessionato a modo suo, a seconda del grado di adesione che intende instaurare tra la propria forma narrativa e la propria forma mentis, ossia la percezione del reale che adombra e illumina la pagina a venire. Tutto è esatto, solo bisogna vedere in relazione a cosa. Forse il risultato più alto e più commovente di questa tensione è stata la Recherche, lo sforzo sovrumano di dare forma e materia all’impalpabile evanescenza del ricordo. Questo mi è saltato in mente appena ho cominciato la lettura de Il tempo materiale di Giorgio Vasta, perché il tentativo di esattezza operato dal personaggio/narratore in Vasta, e quindi da Vasta stesso (da Nimbo-personaggio e Nimbo-scrittore, verrebbe voglia di chiosare), ha qualcosa di inumano.

“La violenza è coraggiosa perché riconosce e ammette l’esistenza del dolore e della colpa.”

La vera protagonista del romanzo di Vasta è la mente. È lì, in questa tensione linguistico-conoscitiva che ha pochi eguali nel panorama letterario italiano, nella distanza quasi autistica che rende tutto ciò che è naturale artificiale (fatta eccezione per le lunghe e felici parentesi con il mondo animale protagonista), nella coscienza permeabile tipica dell’adolescenza costretta a ribattezzare il creato, a partorire un nuovo alfabeto fatto di calchi paratelevisivi (vedi lo smarrimento carnale causato dalla società dello spettacolo dove ogni corpo “diventa un centro”, per quanto effimero e virtuale), a dare vita a una costellazione di parole consistenti, è lì dicevo che esplode uno sbigottimento struggente, una nevrosi poetica, ossessionata dal contatto col mondo, dall’infezione del reale. Il tempo materiale è (ancora proustianamente) il tentativo di dare forma a questo smarrimento, di dare per sinestesia un odore ai personaggi della televisione, di restituire un senso critico alla quantità di parole rovesciate sulla psiche infantile di Nimbo e Bocca e Scarmiglia, di materializzare l’intangibile (una volta rasato fanaticamente il cranio, “ci passiamo una mano sulla cute, strofiniamo, facciamo palline con la pelle umida e le buttiamo via: nel gesto ci liberiamo di un pensiero”). Non a caso il desiderio si incarna nella bambina creola, meticcia e aliena, soprattutto muta, “ciò che non è linguaggio”.

“Il linguaggio è un’esistenza immensa, rispondo.”

Un esordio ambizioso, esigente, ostico che si apre per necessità con una invocazione alla musa linguistica in forma di elenco, un’enumerazione del reale, affinché prenda vita sulla pagina. D’altra parte il ragazzino è “mitopoietico”; il suo pene è “letterario e narrativo”; la ragazzina amata nell’ombra non deve essere sporcata dall’“oltraggio di una storia”; “siamo colpevoli di linguaggio”, declamano orgogliosi i piccoli compagni, ma solo una volta compiuto il misfatto, una volta assaporata la gioia della colpa, trovano soddisfacente trasformarsi “da soggetto a oggetto, esistere nella percezione degli altri”. Perché, come ogni grande libro, questo romanzo è anche una riflessione su se stesso. Politici o no, siamo tutti prigionieri del corpo, della mente. E, nel ricordo, prigionieri del linguaggio.

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Il male oscuro di Thelonious Monk

In un film di qualche anno fa il tipico protagonista nevrotico impersonato da Woody Allen sciorinava alla moglie in dolce attesa una serie di nomi per il primogenito. Tra questi, con orrore della consorte, figurava lo strambo “Thelonious”, che agli spettatori profani non disse granché, ma strappò un sorriso agli appassionati di musica jazz. Il riferimento era a Thelonious Monk, straordinario pianista e compositore, celebre non solo come inventore del bebop, insieme a Charlie Parker e a Dizzy Gillespie, ma anche per le tante eccentricità. Dotato di uno stile particolare, spesso e volentieri si alzava dal pianoforte e ballava sul palco, oppure gironzolava per il locale e attaccava bottone con gli sconosciuti. Con il tempo le stravaganze peggiorarono: venne buttato fuori dagli alberghi per avere dato in escandescenze, divenne sempre più scostante, conobbe l’onta della prigione e del ricovero in ospedale psichiatrico, tanto che ancora oggi realtà e leggenda si confondono.

Dopo un’infanzia di povertà, emigrato con la famiglia dal sud degli Stati Uniti a New York, Monk sentì un immediato richiamo verso la musica, nato dalla strada (“il jazz risuonava ovunque”) e favorito da un talento precoce. “Credo di non potergli insegnare niente,” ammise l’insegnante. “Presto ne saprà più di me.” Con ostinazione, cominciò a farsi un nome nel sottobosco musicale newyorchese, strimpellando ovunque. “Tu prova a dire un posto: io ci ho suonato.”

Già in quelle prime esibizioni si fece la fama di tipo stravagante, poi alimentata da un’aneddotica sterminata. Ai momenti di creatività febbrile (era capace di suonare per ore e ore), alternava crolli inesorabili durante i quali stava a letto per due giorni di fila. Euforia, depressione: non era facile districare la matassa di una vita dissoluta e individuare i sintomi di quello che oggi possiamo quasi certamente classificare come disturbo bipolare. Se già allora erano pochi gli psichiatri che capivano la natura di quel male, figurarsi i profani. In più, come tanti jazzisti, Monk beveva troppo e, pur senza mai diventare eroinomane, faceva uso di stupefacenti. Le stranezze vennero attribuite agli eccessi o rubricate sotto il facile binomio genio e sregolatezza.

Proprio all’ombra di questo stereotipo, cominciò la retorica intorno al suo mistero. Fin dal primo articolo su di lui, commentandone i tempi, un giornalista ne sottolineò la letargia: “Potrebbe benissimo essere la chiave per comprendere la sua personalità complessiva”. Quest’aura, che vendeva bene, fu amplificata dal lavoro di un’addetta stampa che lo dipinse come lunatico, sonnambulo, bizzarro. Da quel momento non si scollò più l’etichetta caricaturale di personaggio scontroso, con una vena di follia, decretandone una parte di successo ma anche banalizzandone il carattere. “Un personaggio da fumetto,” scrisse un critico. “Buono per i supplementi domenicali dei quotidiani sull’esotismo del jazz.” E il cui male passò in secondo piano. Di cosa era affetto l’autore di classici come “’Round Midnight”? Una recente, monumentale biografia (Robin D.G. Kelley, Thelonious Monk. Storia di un genio americano, traduzione di Marco Bertoli, Minimum Fax 2012, pp. 807, € 22) ne ricostruisce, insieme alla vicenda umana e musicale, l’iter medico e farmacologico.

I fatti. Un giorno, mentre guidava in pieno inverno, Monk slittò sul ghiaccio e andò a sbattere contro un’altra auto. Quando il guidatore gli chiese le generalità, lui rimase lì a fissare il vuoto. La scena muta continuò anche quando arrivò la polizia, tanto che alla fine l’agente lo portò in un ospedale psichiatrico, dove venne trattenuto per tre settimane e dimesso senza una diagnosi. Ci sarebbero voluti vent’anni, prima che i medici gli diagnosticassero una forma di bipolarismo. Come racconta il biografo: “La sindrome maniaco-depressiva include un’ampia gamma di disturbi dell’umore (…) Addormentarsi al pianoforte, fissare assorti lo sguardo nel vuoto, essere apparentemente incapaci di riconoscere le persone, sono tutti indici di ciclotimia, ossia di stato depressivo”. Ma il problema non fu solo lo stile di vita sregolato abbinato a un disturbo ereditato dal padre (che morì da solo in un istituto psichiatrico), il dramma fu soprattutto la cura.

Fin dall’inizio i medici gli somministrarono la cloropromazina, più nota con il nome commerciale di Thorazine, un antipsicotico per la schizofrenia di cui gli ospedali statali facevano largo uso per la rapidità dell’effetto e la convenienza. Gli effetti collaterali erano molto pesanti: vertigini, sonnolenza, rigidità muscolare. I pazienti avevano l’impressione di vivere con “una coperta gettata sul cervello”. Proprio per questo lo psichiatra che l’ebbe in cura, tale dottor Robert Freymann, lo accompagnò con “dosi di vitamina” per endovena che ne bilanciassero l’effetto sedativo. Nessuno dei pazienti sapeva che il ciarlatano tagliava le vitamine con le anfetamine, alimentando la dipendenza dagli stupefacenti.

Non si può sapere quale sia stato l’effetto di questa combinazione sulla malattia di Thelonious Monk, che intanto dopo i “non-anni” di insuccesso, come li chiamava, era finito sulla copertina di “Time”. Certo, l’estenuazione dovuta ai tanti concerti e agli eccessi esasperò una situazione latente. Le crisi divennero più frequenti, le prestazioni altalenanti e il confine tra il modo già ampiamente giocoso che aveva di stare sul palco e il momento in cui perdeva il controllo sempre più labile. Era diventato il “gran sacerdote del jazz”, un po’ guru e un po’ santone: imprevedibile, obliquo, sfuggente. Un idiot savant del quale passarono in secondo piano la dolcezza, la generosità, l’umorismo. Quando Monk smise di andare dal dottor Freymann e cominciò una dieta a base di succhi naturali, era troppo tardi. Gli venne diagnosticato uno squilibrio biochimico e cominciò una vana caccia al medico giusto. Non poteva venire lasciato solo (venne sorpreso a girare sotto la neve in pigiama), fu sottoposto a elettroshock e gli diagnosticarono una schizofrenia, aumentando il dosaggio di Thorazine fino a 2500 milligrammi (per una persona normale ne bastano 50).

Qualche volta ci giocava. Un giorno in Australia un fan cercò di scambiare qualche parola e, davanti alla sua indifferenza, sbottò: “Dica qualcosa, per favore!” Monk, serafico: “Qualcosa”. Altre ancora era semplicemente in stato catatonico. Nel 1972, durante l’ennesimo ricovero, gli venne somministrato il litio, un farmaco che rischia di generare tremore alle mani, apatia e passività. Di sicuro ne mostrò i segni per il resto della vita. Qualche concerto, sempre più rado, con un viavai dall’ospedale per correggere le ricette, fino al silenzio, rimasto in agguato fra una nota e l’altra. Visse gli ultimi anni chiuso in camera, a guardare la televisione in giacca e cravatta, senza quasi toccare il piano. Era stanco e, sebbene gli attacchi si fossero diradati, soffriva di incontinenza. Nel 1982 un ictus se lo portò via, o forse fu lui ad andarsene. Questione di punti di vista. In fondo, una volta, durante un concerto nel suo locale preferito, il Five Spot, se n’era andato tra un atto e l’altro ed era stato ripescato nei dintorni immobile a fissare la luna. “Ti sei perso?” gli fece il proprietario. “No,” rispose Monk. “È il Five Spot che s’è perso.”

(Questo articolo è uscito sulle pagine del “Corriere della Sera” del 2 settembre 2012.)

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Un paio di lettere

Ho ricevuto due semiserie lettere aperte intorno a L’unico scrittore buono è quello morto che avevo trascurato di postare. Una me l’ha scritta Dario De Marco sul suo blog (che, per inciso, è pieno di cose interessanti, fatta eccezione per quelle riferite a me) e l’altra Tamara Viola su Sette per uno (idem con patate). Li ringrazio entrambi.

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“La furia dei trentenni.” Matteo Di Gesù sul Sole24Ore.

“… Quantomeno anche questo sembra si possa ricavare dalle parodie, dai pastiche e dai giochi metaletterari di un altro talentuoso quasi-quarantenne come Marco Rossari…”

(Matteo Di Gesù sul Domenicale del Sole24Ore parla di “L’unico scrittore buono è quello morto” in ottima compagnia. Clicca sull’immagine per visualizzare l’intero articolo.)

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La voragine del corpo

In seguito a un controllo di routine, dovuto a un mancamento, un affermato medico scopre che il padre è gravemente malato. Anni e anni di esperienza e di progressivo distacco sul lavoro non l’hanno per nulla preparato a una responsabilità del genere. Nel momento in cui stringe fra le mani la busta con gli esami del genitore, sente di tenerne in pugno anche il destino. “Il sangue è molto pettegolo, racconta tutto” commenta infastidito. D’un tratto il coinvolgimento emotivo, strappandolo al cinismo della routine, lo mette di fronte a una scelta: rivelare o no al vecchio e amato padre che non gli resta molto da vivere? Essere o non essere sinceri, quando la sincerità contiene la più cruda delle rivelazioni? A propria volta, il padre si troverà a dover decidere se svelare la cosa alla propria compagna, in un sistema di elusioni reciproche, volte a preservare dal male ma anche a interrogarsi su di esso.

È su questo dubbio (davvero amletico, per una volta) che si apre un libriccino d’impostazione filosofica, opera di Alberto Barrera Tyszka, poeta e narratore venezuelano, intorno a una delle tematiche più delicate della vita umana, ossia La malattia, come recita senza giri di parole il titolo (Einaudi 2012, traduzione di Paola Tomasinelli, pp. 159, € 13,50). D’altra parte, come annota il protagonista, in una delle tante riflessioni d’impronta gnostica del libro: “I medici non usano quasi mai aggettivi. Non ne hanno bisogno”. Sulla falsariga di Susan Sontag, secondo la quale le uniche due cittadinanze concesse all’uomo sono la salute e la malattia, la storia segue i protagonisti in quella terra di nessuno che le separa e che ha come passaggio quasi obbligatorio gli ospedali (“templi per l’addio, grandi monumenti alle separazioni”), dove deambulano le due figure speculari del medico e del paziente, in equilibrio febbrile tra la vita e la morte, tra la partecipazione e l’indifferenza.

A questa vicenda se ne accosta un’altra parallela, dove irrompe la terza figura che alle altre due si aggrappa spasmodicamente, quella dell’ipocondriaco. Come una nemesi, proprio nel momento di maggiore crisi, il medico protagonista viene perseguitato da un nevrotico convinto di essere in fin di vita (all’interno del corpo sente “una voragine”) e bisognoso di una rassicurazione, tanto costante quanto vana, da parte di quella figura cardine che è il medico, un po’ psicoanalista e un po’ confessore. Il paradosso è noto: più l’uomo si abbevera a questa fonte di serenità e più la sete angosciante tornerà a presentarsi nei giorni successivi. Da lì un autentico stalking: il paziente comincia a tempestare il medico di mail e telefonate, arrivando perfino a pedinarlo, finché a prendersi carico di quest’anima in pena non penserà una segretaria, per lenire le proprie e altrui preoccupazioni, e ricordare che la vita di tutti è intrecciata alle sofferenze del prossimo.

Nelle intenzioni di Tyszka la figura di questo ipocondriaco sembra rispecchiarsi in quella del padre ignaro, persuaso invece di godere di ottima salute, entrambi così spaventati dalla morte da metterla al centro o al di fuori della propria esistenza. Il malato immaginario diventa vero e quello reale diventa evanescente, almeno finché il dolore (“il più terribile dei linguaggi”) non lo riporterà alla realtà. O meglio alla carne. “Non era più suo padre quello che con forzata mansuetudine sopportava che lo bucassero, lo toccassero, gli prelevassero il sangue. Era un corpo.” Se Robert Burton nell’Anatomia della malinconia scrisse che “la malattia è la madre della modestia”, i personaggi spaesati di questo trattatello in forma narrativa si chiedono invece se non sia piuttosto un’umiliazione, una continua mortificazione della nostra essenza. Soprattutto se essa non rovini la possibilità di morire come se niente fosse. O, al contrario, se non sia importante assumerla come esperienza della morte, seguendo il dettato di Michel Foucault, e quindi come esercizio di vita per cui invece “la salute è un ideale immobile”.

“Perché facciamo fatica ad accettare che essere vivi è un caso?” si domanda a un tratto il protagonista. La malattia, che pure ha qualche passaggio goffo, è una riflessione tutt’altro che banale sul baratro intorno al quale si muove l’individuo sano, rassicurato dal silenzio del corpo, e il degente che – come il negativo della fotografia – restituisce un’immagine rovesciata eppure esatta della vita. Sul crinale formato da queste due condizioni procede il medico, consapevole che anche prendersi cura degli altri – tenere viva la fiammella che appare in copertina – possa diventare una malattia. Con lui si muove la nostra idea di etica e sopravvivenza, di sollecitudine e deontologia, venata di tristezza. D’altro canto in greco la parola “ipocondria” indicava la regione dove si pensava avesse sede la malinconia.

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