Monthly Archives: maggio 2012

“Allucinato al punto giusto.” Francesco Lubian, Sherwood

L’unico scrittore buono è quello morto: provocatorio fin dal titolo, l’ultimo libro di Marco Rossari, pubblicato da e/o, è un caleidoscopio colto, allucinato al punto giusto e molto divertente di racconti, aneddoti, massime, aforismi, una sorta di Zibaldone degli anni Zero che ricostruisce una mappatura personalissima di cosa voglia dire, oggi, guadagnarsi il pane scrivendo. O almeno cercare di farlo.

(Continua a leggere sul sito della rivista Sherwood.)

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“L’ufficio stampa da osteria.” Gianluca Morozzi, Il Fatto Quotidiano

C’è una parte della mia inesausta attività di ufficio stampa da osteria – attività molto prossima al volontariato – che si appoggia su qualcosa di simile alla pubblicità comparativa. Voglio dire: a un certo punto siamo lì, davanti a contenitori di alcool di varia natura e bicchieri pieni, e si parla di libri. E il mio interlocutore, magari, mi nomina un romanzo che lo ha illuminato per i suoi contenuti, la sua saggezza, le sue belle frasette profonde.

Continua a leggere sul Fatto quotidiano.

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“Vademecum-apologia della scrittura.” Marzia Fontana, Il Venerdì di Repubblica

Aforismi e brevi racconti sul mondo della letteratura e un incipit, «c’era uno scrittore», che si ripete. Fra situazioni improbabili (Tolstoj alla radio, Dante alle prese con l’editing) e nomi storpiati ma riconoscibilissimi, Rossari, scrittore e traduttore, mette a nudo miserie e nobiltà dei «colleghi» e compone un vademecum-apologia della scrittura.

(Nell’immagine un simpatico collage di copertine e parole.)

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L’adorazione

È uscito il nono numero del giornale di sconfinamento “Il Primo Amore”.

Ci sono saggi di Andrea Amerio su Primo Levi, di Teo Lorini su Alan Moore, di Andrea Tarabbia su Andrej Platonov, di Sergio Baratto su Boris Grebenscikov, le “17 preghierine per una nuova vita” di Antonio Moresco (con i dipinti di Giuliano Della Casa), una serie di straordinarie fotografie risorgimentali e molto, molto altro.

Io partecipo con un saggio in forma di lettera a Giovanni Testori e una poesia, che si può leggere anche qui.

Qui una pagina di presentazione sul sito.

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Arrivano i Sister

È uscito un antiwestern divertente che ricorda molto i film dei fratelli Coen. Si intitola Arrivano i Sister, l’ha scritto Patrick deWitt, l’ha pubblicato Neri Pozza e l’ho tradotto io. Qui il booktrailer. Qui un’intervista all’autore.

Questa è la bandella:

Far West, 1851. Tra le illustri dimore di Oregon City svetta la grande villa di un uomo potente dai tanti intrallazzi e dalle altrettante preoccupazioni. È noto come il Commodore poiché nessuno conosce il suo vero nome e, nella sua dimora, dispensa le istruzioni per i “lavoretti” dei suoi sicari prediletti: Charlie ed Eli Sister, fratelli di sangue e di crimine. L’ultimo “lavoretto” riguarda un tipo bislacco, un cercatore d’oro chiamato Hermann Kermit Warm. Calvo, barba rossa incolta, il ventre strabordante di una donna incinta, Warm passa ore e ore nei saloon di San Francisco, pagando il whisky con polvere d’oro e dilettandosi con la stramba lettura di libri di scienza e di matematica. Il compito dei fratelli Sister è chiaro: trovare Warm e accopparlo, a mo’ di monito per chiunque si azzardi a fare quello che Warm ha osato: derubare un uomo potente. Ma l’incarico questa volta non è dei più facili. Warm sarà pure un tipo bizzarro, ma gira armato di una piccola Colt appesa a una fascia legata in vita e ha tutta l’aria di voler difendere a tutti i costi il suo soggiorno in questo mondo. La strada per Sacramento, poi, dove il cercatore ha la sua miniera, è lunga e per niente agevole. Avverando i timori di Eli, il viaggio dei Sister si rivela una vera e propria odissea. Lungo il sentiero per la California i due fratelli passano da una peripezia all’altra incontrando un sedicente dentista, una tisica tenutaria di saloon e una quantità di altri personaggi tra i più folli delle terre di frontiera.

 

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“Se la letteratura diventa gioco.” Giorgio Vasta, Repubblica

Il campo letterario italiano è un luogo che sembra esistere ai limiti dell’indicibile. Per qualcuno è un inferno senza vie d’uscita, qualcun altro lo descrive come una zona depressa e deprimente, altri ancora obiettano che pur essendo lontano dal migliore dei mondi possibili è comunque un contesto all’interno del quale si lavora cercando di potenziare ciò che c’è di buono. Raccolte le testimonianze permane la sensazione che quella cosa – il punto nel quale confluisce l’esperienza di chi scrive, di chi decide cosa pubblicare e di chi leggerà ciò che è stato pubblicato – sia invincibilmente opaca. Cercare di comprenderla, continuare a interrogarla, vuol dire votarsi a un’esperienza di frustrazione.

Con L’unico scrittore buono è quello morto (edito da e/o) Marco Rossari sceglie di interrogare la cosa opaca mappandola ironicamente attraverso un libro che ha la forma di uno zibaldone, quasi a sottintendere che è nell’affastellarsi di testi eterogenei – ventidue racconti veri e propri, aforismi, bozzetti, pensieri improvvisi e acutissimi – che si può rendere conto della natura caotica e imprendibile del campo letterario; e che sorridere di ciò che accade – della sua deformazione rivelatrice – serve a produrre una conoscenza critica (e autocritica) dei fenomeni.

Dunque, senza mai cedere al gusto della battuta fine a se stessa ma invece sempre attento all’intensità letteraria della scrittura, Rossari descrive protocolli, definisce meccanismi e chiosa rituali; soprattutto mette in parodia i luoghi comuni che affollano tanto il discorso letterario quanto quello editoriale. E lo fa a trecentosessanta gradi, nella consapevolezza che a nutrire la cosa di cliché contribuiscono tutti, a partire da chi i libri li legge: «I lettori che “bisogna raccontare delle storie, le storie ci salveranno”. I lettori che “fra poco si mettono a scrivere i figli degli immigrati e vi spazzano via”. I lettori che “sei narcisista”. I lettori che “i noir raccontano meglio la realtà”». C’è poi chi i libri li pubblica (editori che non fanno mai squillare il telefono dell’autore e quando lo fanno risultano fraintendibili: «”Questa è roba buona”, mi ha detto, come lo spacciatore sotto casa»), chi li traduce (“Noi siamo come il filtro: lo si riempie di caffè e lo si svuota.”), così come chi li promuove, per esempio un intraprendente conduttore radiofonico che intervista il famoso Lev Nikolaevic a proposito di La sonata a Kreutzer: «…un romanzo quindi che parla di amore coniugale, di tradimenti, di ipocrisie. Ma facciamocelo dire dalla viva voce dall’autore, qui presente in studio… Buongiorno, Tolstoj!».

È però inevitabile che il soggetto centrale del testo di Rossari sia chi i libri li scrive. Dall’autore che pubblicato il primo libro comincia a sentire le voci e a riconoscerle ognuna nella sua consistenza nucleare fino a quando nel cranio non gli si raduna un frastuono inesauribile, a quello che avendo distrutto tutto ciò che non riusciva a farsi pubblicare sente di essere finalmente rientrato nel grembo dell’umano, per arrivare allo scrittore inchiodato al suo stile che in un bar, contro la parete del bagno, annota «Il giro di frase è un’impronta digitale » e poi, sempre più afflitto dall’impossibilità di essere altro, decide di concentrarsi sulla sua obliografia. La letteratura, dice sorridendo il libro di Marco Rossari, è un odio da amare, un amore da odiare; il campo letterario è lo spazio che ospita chi scrive chi pubblica e chi legge, ed è a sua volta oggetto di narrazioni: di qualcosa che serva a rendere, almeno per un momento, ciò che è opaco trasparente.

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“La grazia della letteratura.” Lucilla Noviello, Affari Italiani

C’è tutta la grazia della letteratura nel libro di Marco Rossari, L’unico scrittore buono è quello morto, e/o edizioni. Non perché il romanzo sia soave o perché sia leggiadro l’uso che l’autore fa del linguaggio o perché tali siano le storie, ma perché il concetto stesso di narrazione e del contenuto di questa sono la base e contemporaneamente lo scopo del libro. La letteratura che stende le pieghe dell’ignoto per renderle chiare, consola, diverte o semplicemente diventa qualcosa di concreto all’interno del panorama di ciò che esiste, si afferma senza bisogno di ausili; raggiunge il lettore. E se non lo fa immediatamente, lo farà poi.

(Continua a leggere su Affari Italiani.)

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