Don’t Shoot the Translator

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(Questo articolo è uscito sul Corriere della Sera qualche mese fa.)

Nel Settecento un predicatore londinese terrorizzava i fedeli dal pulpito con queste parole: “Non dovete mai dimenticare che questo libro…” e a quel punto sollevava la Bibbia di re Giacomo, “non è la Bibbia, ma una traduzione della Bibbia”. Parole sante, è il caso di dirlo. Anche se il pistolotto deve avere illuminato troppi cuori. Ormai è una litania, un tormentone. “Com’è il romanzo?” sonda l’incauto. “Così, così”, sermoneggia l’interlocutore, “sarà colpa della traduzione”.

Può essere un critico, un blogger o una brava persona, non importa: il malanimo verso un libro — magari mediocre o, peggio, grandiosamente complesso — si concentrerà sull’operato dell’oscuro mestierante. La sentenza è equiparabile a luoghi comuni come “non esistono più le mezze stagioni” o “tutti i politici rubano”. O ancora, arcanamente connesso al discorso, “i traduttori sono sottopagati”. E allora, verrebbe voglia di chiosare, parafrasando il detto da balera, pardon saloon: “Don’t shoot the translator”. Anche perché generazioni di intellettuali si sono formati su versioni raffazzonate di classici moderni, variazioni di capolavori poetici, avventurose trasposizioni di saggi.

In libreria aleggiano ancora lo Shakespeare di seppia curato da Montale, i grandi americani con i paragrafi pressoché riassunti da Elio Vittorini e i memorabili svarioni perpetrati ai danni di “Furore” di John Steinbeck, a partire dal fatto che — anche per la censura fascista — in italiano la tirata sul fantasma di Tom Joad (che ha ispirato prima una canzone di Woody Guthrie e poi una di Bruce Springsteen) è puf svanita. Non solo, a nessuno è mai passato per la testa che Norman Mailer intendesse il titolo del suo capolavoro “The Naked and The Dead”, ebbene sì, al plurale. E infine da anni la povera impiegata di T.S. Eliot torna a casa sulle pagine della “Waste Land” e stende alla finestra le sue “combinazioni” (“combinations”, in originale, che nelle innumerevoli traduzioni nessuno ha avuto il coraggio di restituire, almeno una volta, con “sottoveste”). Per carità, niente accanimento: si trattava in gran parte di traduzioni pionieristiche, storicizzabili, idiosincratiche (eppure quanti genocidi linguistici sono stati compiuti in nome delle trasposizioni “d’autore”!). Ma se la forza dell’Ottocento russo è sopravvissuta alle rese dal francese, in un’epoca viceversa di eccellenti traduzioni potrà la nostra serenità restare tale davanti a una svista, a un intoppo, a una zeppa?

E invece capita di ricevere telefonate notturne dall’amico prostrato: “A pag. 322, nella scena della serra, ho confuso urtica dioica con urtica urens, gli anobiiani non me lo perdoneranno mai”. Intendiamoci, è bene tendere alla perfezione, ma accantoniamo le isterie. Si racconta che perfino il bue e l’asinello nascano da un apocrifo. Maria depone il bambino nella mangiatoia e la profezia di Abacuc si adempisce: “Ti farai conoscere in mezzo a due animali”. Il testo greco della Bibbia, che recitava “in mezzo a due età (“zoòn”), aveva mandato in confusione il traduttore latino, il quale lo prese per zòon (“animali”). Se ci siamo abituati ad avere nel presepe una fantasmatica accoppiata animale imputabile a uno strafalcione, riusciremo ad avere misericordia per il fidus interpres alle prese con un giallo?

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Scrivila come ti pare – IL

good-writing-tips«Non generalizzare mai». Era uno dei 36 consigli di scrittura – paradossali, ovviamente – che Umberto Eco tracciava in una bustina di Minerva e che ora, altrettanto ovviamente, in Rete vengono presi sul serio (si parla di “sferzate” agli autori). Se le scuole di scrittura creativa in questi anni si sono moltiplicate, il web non può non riflettere questa sete di formule magiche e trabocca di suggerimenti su come scrivere quella maledetta idea che abbiamo in testa. No, aspetta: non l’idea, la trama. Ma quale trama! Il plot è borghese! Insomma, su come accedere se non all’editoria, perlomeno al Nobel.

(Continua sul sito del Sole24Ore.)

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Le stanze degli scrittori

foto-3Quelli di Archivio Caltari mi hanno chiesto di buttare giù due righe sul posto dove scrivo.

La scrivania è stata acquistata almeno dieci anni fa presso una grossa multinazionale svedese dell’arredamento. Ci ho scritto tre libri: due sono stati pubblicati e l’altro no. Il destino di quest’ultimo Coso è uno dei miei crucci: essendo stato rifiutato da tutti gli editori (non l’ho proposto a quelli a pagamento, perché se avessero detto no anche loro non so come l’avrei presa), per qualche misteriosa ragione ho cominciato a dubitarne e quindi a modificarlo. Il Coso ha cambiato forma, si è espanso in direzioni inaspettate, a volte non mi rendo nemmeno conto di lavorare a quel libro. È la Torah di se stesso, la chiosa della chiosa.
Comunque dietro la scrivania c’è il letto. Intorno al computer, si notano:

(Continua a leggere sul sito.)

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Virginia e Anna. Di armonia risuona e di follia

Virginia_Woolf

(Questo articolo è uscito sulle pagine del Corriere della Sera qualche settimana fa.)

“In primo luogo, è pacifico che tutte le passioni rientrino nella sfera della follia.” È stato con queste parole di Erasmo da Rotterdam in testa, probabilmente, che qualche tempo fa un insegnante austriaco, in quel di Innsbruck, ha deciso di tenere lezioni regolari su un tema tanto delicato agli studenti delle scuole secondarie. L’obiettivo era avvicinarli a un discorso risospinto di continuo ai margini non tanto degli istituti scolastici, quanto della società e della vita civile stesse. Ed è senz’altro sulla falsariga di questo esempio che Eugenio Borgna – psichiatra vincitore del Premio Bagutta nel 2005 con L’attesa e la speranza – ha tenuto un seminario in un liceo di Novara per riprendere il filo di quel ragionamento intorno alle zone grigie tra malattia e creatività, tra norma e follia. Anche per ribadire che la nostra vita, stando al verso di Georg Trakl che regala il titolo al libro (“Campi del sapere” Feltrinelli, pp. 210, € 18) tratto da quelle lezioni, risuona di armonia e di follia, oscillando a volte impercettibilmente tra questi due poli.

Ma forse i presupposti risalgono a un momento ancora precedente.

“Vedo come danzano le stelle d’oro, / ancora è notte, ancora è il caos come mai ancora.” Sono due versi scritti da Ellen West. Non è una poetessa molto famosa. Anzi, a dirla tutta non è proprio una poetessa. Si trattava di una paziente di Ludwig Binswanger, massimo esponente della psichiatria fenomenologica (una branca che, per semplificare, interpreta la malattia mentale come uno dei modi possibili di porsi dell’essere umano). Il celebre psichiatra riportò i conati poetici di questa giovane donna in un saggio sulla sua degenza in clinica psichiatrica, per alcune turbe legate all’anoressia, e sulla successiva dimissione, culminata in un tragico suicidio. In quel dialogo tra psicosi e poesia, Binswanger si sforzava di rinvenire ed evidenziare il confine evanescente in cui l’una trapassasse nell’altra e viceversa.

Partendo da questo illustre presupposto, Eugenio Borgna ha continuato a esplorare nella propria opera la “sorella sfortunata della poesia”, e cioè il territorio della malattia mentale, in un modo nuovo. Non l’ha fatto da un punto di vista clinico, ma appunto fenomenologico, per cercare nel buio della mente una testimonianza sui tanti orizzonti e sulle innumerevoli gradazioni presenti nel dolore, nella malinconia e nella colpa, tanto negli artisti quanto nell’uomo comune. Qual è la realtà della follia? Qual è la sua immagine? E le opere del pensiero, come già suggeriva Franco Basaglia, non possono aiutare a decifrare le spirali, tuttora misteriose, della schizofrenia, della depressione e della psicosi?

Da qui parte un lungo percorso che si snoda attraverso le malinconie presaghe della poetessa suicida Antonia Pozzi (“Quando dal mio buio traboccherai / di schianto / in una cascata / di sangue – / navigherò con una rossa vela / per orridi silenzi / ai crateri / della luce promessa”), l’abissale misticismo di Teresa di Lisieux (“O Gesù! (…) Lasciami dirti che il tuo amore arriva fino alla follia…”), la malinconia creatrice di Søren Kierkegaard e lo straziante carteggio tra i poeti Nelly Sachs e Paul Celan, in un tentativo, davvero disperato, di chiedere aiuto a poesia e filosofia per decifrare i fenomeni della vita psichica.

È possibile intravedere nei deliri di Septimus l’ombra della fine che avrebbe fatto l’autrice della Signora Dalloway? Possiamo intuire qualcosa del peso che sovrasta l’anima del depresso in un quadro di Arnold Böcklin? Borgna procede come un Pollicino impavido, ogni volta smarrito in un bosco terrificante, e raccoglie uno dopo l’altro le tracce tormentate di chi è passato di lì, disseminando la propria opera di segnali e richieste d’aiuto, citazioni e squarci tragici. Quindi raffronta questi estratti con gli sfoghi espliciti, quasi urlati, dei suoi pazienti (Claudia, Elena, Raffaele: persone comuni), affetti dalle stesse malattie, con il risultato di farci leggere l’alienazione con gli occhi dell’arte e la poesia con gli occhi della malattia.

“Dilatare l’area della normalità nella follia e della follia nella normalità”, ci dice Borgna, deve essere la prassi di qualsiasi psichiatra, per capire che in ogni esperienza psicotica vivono zone di non-follia e, per usare due parole care a Simone Weil, che in ogni ombra c’è un po’ di grazia. Così le parole furibonde di Friedrich Nietzsche possono riecheggiare in quelle di un uomo precipitato nell’abisso della depressione, nel tentativo di riallacciare un dialogo necessario tra medico e paziente, tra vita e non-vita, in cui davvero, per rubare le parole usate da Cristina Campo in riferimento a Virginia Woolf, ogni artista, e prima ancora ogni essere umano, sembra solo nella propria esistenza come il ragno “unicamente sostenuto e insieme prigioniero del tessuto che ordisce (…) questa trama senza sosta riprodotta dalla creatura che vi corre sopra, attenta alla minima smagliatura, allo strappo più lieve: perché realmente la trama è seduta sopra un abisso, realmente un piede in fallo può significare la fine”.

Ecco che allora le affinità potranno emergere tra le esperienze più disparate e disperate, in un continuo e lacerante gioco di echi, dove l’obiettivo è sempre quello di riaffermare la dignità negletta dell’infermo. Se dal 1978, anno della legge Basaglia che chiuse i manicomi e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio, il malato non è più condannato alla reclusione, ciononostante continua a venire discriminato, come una colpa o un presagio infausto, nella vita quotidiana delle famiglie e della società civile. Non solo, emarginato nell’idea generale che abbiamo di lui. Incompreso e impenetrabile, il paziente finisce in un vuoto che non ha eguali. E forse accostare la voce di un classico a quella di uno sconosciuto qualsiasi può aiutare a capire.

Lo dimostrano questi due brani.

“Perché mai è così tragica la vita; così simile a una striscia di marciapiede che costeggia un abisso. Guardo giù; ho le vertigini; mi chiedo come farò ad arrivare alla fine. Ma perché mi sento così: ora che lo dico non lo sento più. Il fuoco arde; stiamo andando a sentire l’Opera del mendicante. Eppure è intorno a me; non riesco a chiudere gli occhi. È una sensazione di impotenza; di non fare nessun effetto.”

E poi: “Non voglio guarire, sì voglio guarire, ma non guarisco. (…) È una disperazione, è un caos. Mi faccia morire. Faccio diventare matti tutti. Non mi faccia più soffrire, sia bravo. Vorrei fare una cosa, e poi riprendere quella sofferenza. Mi faccia dormire, tanti giorni.”

Il primo è tratto dai diari di Virginia Woolf. Il secondo dalle sedute di una paziente anonima. Nel libro prende il nome semplice e bello di Anna.

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Non sono Percival Everett

UnknownEsce in questi giorni per Nutrimenti un nuovo libro di Percival Everett, si intitola Sospetto e appartiene alla vena più classica e lineare di questo straordinario scrittore (il quale, nel frattempo, come il vulcano di cui parla Giorgio Vasta in questa recensione uscita su “Repubblica”, ne ha già partorito un altro). Sono felice che questa nuova traduzione sia firmata, oltre che da Federica Bonfanti, da un amico scrittore come Paolo Cognetti.

Ho tradotto sei libri di Percival Everett (i miei preferiti restano Glifo e Ferito, più Il paese di Dio, che tanto ha in comune con Django Unchained) e credo di non essermi mai trovato così in sintonia con un autore. Mi piace la sua imprevedibilità, il suo umorismo paradossale, la sua ironia sorniona, la profonda umanità dei suoi personaggi, la prosa sempre in bilico tra una pulsione sperimentale e una più classica. Spero che questo libro abbia la fortuna che merita.

Qui si trova un mio vecchio pezzo intorno alla sua opera pubblicato da “Minima et Moralia”. E qui qualche appunto sulla traduzione di Glifo uscito per “La nota del traduttore”. Per tutto il lavoro su questo autore devo anche ringraziare Leonardo G. Luccone, che all’epoca dirigeva la collana “Greenwich” di Nutrimenti. Mi fermo qua, anche in omaggio a uno scrittore che – sublime paradosso, considerata la sua prolificità – in pubblico ha fatto della laconicità un marchio inconfondibile. Non posso dimenticare l’eterna domanda che un professorone di letteratura americana gli fece durante una presentazione, alla quale dopo un momento di riflessione Percival rispose con un lapidario: “I’m just a cowboy”.

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Et in Arcadia ego – IL, Sole24Ore

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(IL mi ha chiesto di raccontare la drammatica esperienza di uno scrittore in palestra. Adesso l’articolo è online.)

Quinta elementare, torneo di calcio, semifinale: gironzolavo nell’area piccola degli avversari quando un pallone dalla traiettoria sghemba era precipitato dal cielo. Mentre capitombolavo a terra, sopraffatto dalla mischia, avevo visto con la coda dell’occhio la sfera rotolare in porta e m’ero guardato intorno in cerca del compagno da abbracciare. Invece, notato lo scalmanato amplesso dei fratelli, mi ero dovuto arrendere all’evidenza: avevo segnato io. Con buona pace di Osvaldo Soriano, era stato l’alfa e l’omega della mia carriera calcistica.

(Continua a leggere sul sito del Sole24Ore.)

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La ragazza dei cocktail

ragazza-dei-c_800x600È uscita per Isbn edizioni una traduzione a cui tengo molto: il libro inedito di un maestro del noir, James M. Cain, rinvenuto e pubblicato a più di trent’anni dalla morte.

La ragazza dei cocktail (in originale The Cocktail Waitress, cura e postfazione di Charles Ardai) è un romanzo perfetto che non ha davvero nulla da invidiare a classici come La morte paga doppio o Il postino suona sempre due volte e non per nulla è stato definito da Stephen King “l’evento letterario dell’anno”.

Qui la pagina sul sito dell’editore, con incontri e recensioni (a Milano verrà presentato il 7 marzo in Santeria, da me e Luca Crovi).

Qui la postfazione di Ardai in inglese.

Qui una lunga, splendida intervista a Cain pubblicata sulla Paris Review.

Buona lettura.

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La stanza di Rodinsky

rr(Qualche tempo fa è uscito un libro straordinario per l’editore Nutrimenti, in una meritoria e coraggiosa collana diretta da Filippo Tuena, “Tusitala”. Prima di tradurlo, avevo scritto qualche riga, che pubblico ora qui di seguito. Qui si trova anche una splendida recensione di Michele Lupo e qui un bel pezzo del Guardian.)

L’antefatto di questo libro (Rachel Lichtenstein e Iain Sinclair, La stanza di Rodinsky, Nutrimenti 2011, pp. 432, € 19,50) è un vero e proprio giallo. Alla fine degli anni ’60, uno strampalato studioso della Cabala, che conduceva una vita da recluso sepolto sotto una montagna di simboli e codici e viveva nel sottotetto di una sinagoga nel cuore del quartiere ebraico di Londra (per l’esattezza in Princelet Street), sparì nel nulla. Vent’anni dopo la sua camera venne riaperta e trovata intatta, nello stesso identico modo in cui l’aveva lasciata il giorno in cui aveva deciso di svanire. Tutto quanto, calzature e giornali e suppellettili, si trovava nella medesima posizione in cui lui l’aveva abbandonata, sebbene coperto da un dito di polvere.

Il tentativo disperato di questo libro è rimuovere quello strato di polvere.

Artefice ne è la giovane artista Rachel che, in cerca di notizie sui propri antenati e sul quartiere, si imbatte in questo mistero: che fine ha fatto David Rodinsky e perché è scomparso? Quali misteri nasconde la camera abbandonata? Da qui parte una vera e propria quest, un’indagine che sarebbe piaciuta a Edgar Allan Poe, tanto irrazionale quanto avvincente, che la porta da un angolo all’altro di Londra e dell’Europa, da un momento all’altro della storia, di personaggio in persona, per ricostruire la vita di un personaggio eccentrico che sente profondamente affine.

Non solo. Questa ossessione trova un controcanto nei brani di Iain Sinclair, scrittore affermato che viene coinvolto nel progetto suo malgrado e funge quasi da narratore esterno, commentatore ironico, chiosatore coinvolto e allo stesso tempo distaccato. I due scrittori, con le loro differenze (alla prosa semplice e efficace della Lichtenstein si contrappone quella lirica e densa di Sinclair in una felice alternanza di stili), diventano personaggi delle rispettive pagine, in un gioco di scatole cinesi o di specchi, che avvolge in modo estremamente coinvolgente il lettore. Alla ordinata catalogatrice delle ultime scoperte si contrappone l’esploratore di Londra, lo scrittore più arduo, fanatico delle stratificazioni geografiche e letterarie, per creare uno straordinario duetto.

Che cos’è dunque questo libro? È un romanzo con tanti romanzi all’interno, è una detective story (con tanto di agnizioni improvvise), è un saggio di psicogeografia, è un libro di storia della cultura ebraica londinese e non solo, è un appassionante saggio sulla cabala e il misterismo, è un libro-collage denso di splendide illustrazioni (la foto della camera in questione è indimenticabile), è una fiaba dostoevskijana, è una novella yiddish, è un esperimento di auto e nonfiction in cui due scrittori si rimbalzano la palla con risultati sorprendenti. È insomma un librido inclassificabile, proprio per questo tanto più prezioso.

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Hannibal Lector, intellettuale

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(È online l’articolo uscito su Rivista Studio di novembre-dicembre.)

Qualche tempo fa, sull’isolotto di Patmos, San Giovanni ebbe la visione di un angelo che gli porgeva un libro con un perentorio: “Prendilo e mangialo”. Il mistico non lo sapeva ma era il primo di una lunga serie di creature bulimiche, sottospecie di Hannibal Lector, che triturano celluloide al soldo degli editori per sfornare un parere scritto, detto appunto “lettura”. Come per un gigantesco contrappasso volto a riscattare l’ipotetica pigrizia intellettuale del Paese o nel tentativo impossibile di controbilanciare i dati Istat sui libri, questi lemuri vengono bombardati di manoscritti editi e inediti in lingua originale, con un rito abbietto che si ripete uguale dall’iniziazione in poi: ti piomba uno scartafaccio in casa e, nel giro di un amen, devi spedire una scheda nella quale è auspicabile che tu sia riuscito a: 1) riassumere la trama; 2) collocare il libro nel catalogo dell’editore; 3) collocarlo nel panorama editoriale nostrano; 4) collocarlo nella storia della letteratura; 5) leggerlo (facoltativo).

Continua a leggere sul sito di Rivista Studio.

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La grande truffa del jazz

Chet Baker Diane Vavra(Ho pubblicato questo articolo non so più quanto tempo fa. In seguito, per Baldini&Castoldi è uscita l’edizione italiana con il titolo Chet Baker. La lunga notte di un mito e, guarda caso, l’ho tradotta io.)

Se Chet Baker fosse stato Malcom McLaren ora avremmo un film intitolato La grande truffa del jazz. Ovvero, un equivoco che dà vita e sopravvive a una leggenda. E che l’unica corposa biografia (James Gavin, Deep in a Dream. The Long Night of Chet Baker, Chicago Review Press) non può e non vuole risolvere.

Com’è riuscito quel ragazzino nato nel 1929 nel cuore cafone dell’Oklahoma a diventare un’icona del jazz? Se n’erano già accorti i neri della East Coast, quando lui andò a suonare al Birdland di New York. Quello nei sondaggi li stracciava. Da Dizzy Gillespie fino a Miles Davis. E non sapeva nemmeno leggere le note. Ma possedeva un istinto infallibile e, con largo anticipo su James Dean e Marlon Brando, aveva capito come sedurre l’America degli anni ’50, tutta maglioni di percalle e mocassini.

“Egoista, infedele, inaffidabile e vulnerabile: ecco la combinazione più irresistibile al mondo” come lo ha definito Geoff Dyer in Natura morta con custodia di sax. E quando il giocattolo si ruppe e il broncio da modello ferito non era più sufficiente a ottenere ingaggi e vendere dischi, ecco arrivare la droga. Ma non bastava. Tutti si facevano in quel mondo, ma Miles Davis e Coltrane stavano per cambiare la faccia del jazz. Chet era ancora fermo a Gerry Mulligan: una fase cruciale, sì, ma senza evoluzione. Come per Charles Bukowski, ci voleva un mercato che volesse il lato oscuro del Sogno Americano: l’Europa, ovvio.

Baker decise, impossibile capire quanto consapevolmente, di trasformare la sua vita in una serie ininterrotta di concerti e pere in giro per il Vecchio Mondo. Parigi valeva Cleveland, per quanto lo riguardava, ma il pubblico lo idolatrava. E a volte la musica c’era, tante altre no. Eppure in qualche caso la magia si accendeva ancora. Rallentava a tal punto il tempo dei brani da trasformarli in un’esperienza interiore che, chissà come, questo relitto campagnolo con le vene come fil di ferro e l’indipendenza di un bambino riusciva a comunicare a tutto il pubblico.

E tutti gli andarono dietro. Oddio, tutti tranne quelli che aveva denunciato alla polizia per garantirsi una scarcerazione veloce, tanto per fare un esempio. E i critici, per farne un altro. Ma tanti altri sceglievano Chet. O meglio, la loro idea di Chet. Le donne, in primis. Rinunciavano a tutto per lui, prendevano le botte per lui, si drogavano per lui. Una sua compagna lo aiutò a trascinare in strada il cadavere di uno spacciatore morto di overdose. Chet non si può abbandonare, dicevano. Nemmeno quando ti ruba qualcosa e lo rivende per comprare una dose che si inietterà nello scroto proprio nella cucina di casa tua.

Ormai la musica era passata in secondo piano. Coincideva già con la persona. O il personaggio. E l’ultimo a innamorarsene fu Bruce Weber, che gli ha dedicato un documentario in bianco e nero votato a una santificazione al rovescio, una beatificazione dei dannati. Let’s Get Lost, andiamocene (ma anche: perdiamoci), è il titolo rubato a un vecchio standard jazz. Chet lo prese in parola, smarrendosi senza trovare più l’uscita, come un Jim Morrison condannato all’immortalità. Una sconfitta che non trovava un epilogo. Si trasformò in un uomo ridotto a due sole pulsioni che lo stremavano e lo tenevano in piedi. Suonare e farsi, farsi e suonare. Finalmente, a 59 anni, cercò la caduta fatale dalla finestra di un albergo di Amsterdam. È caduto o si è ucciso? Un altro equivoco irrisolto. Chet non si smentì nemmeno in quel frangente.

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